RASSEGNA STAMPA

3 MAGGIO 2001
GIOVANNI REALE
Sant'Agostino: l'altro è nell'io

Una lettura dell'autore delle «Confessioni» che riporta in luce il legame tra considerazioni filosofiche, antropologiche e religiose

Agostino è oggi il filosofo più letto, insieme a Platone.  Da una statistica fatta da un editore di Mi­lano è risultato che di o su Agostino si pubblica in media un'opera al giorno.  In partico­lare, negli anni Novanta del secolo appena trascorso si è quasi conclusa la pubblicazio­ne delle Opere di Sant'Agosti­no.  Edizione latino-italiana nella collana «Nuova Bibliote­ca Agostiniana», curata dalla «Cattedra Agostiniana» presso l'Augustinianum di Roma (Cit­tà Nuova Editrice).  Si tratta di un'edizione veramente impo­nente di ben 34 volumi (molti del quali divisi in due o tre tomi), cui ne seguiranno altri dieci di complemento con vari indici e bibliografia.  A questa collana, presso lo stesso edito­re, se ne affianca una seconda dal titolo «Studi Agostiniani», in cui sono pubblicate opere che contengono analisi criti­che ed ermeneutiche del pen­siero dell'Ipponate.  Nel 1999 è uscito in quest'ultima colla­na (presso Città Nuova, Ro­ma, pagg. 336, L. 42.000) un bel libro dal titolo L'altro nell'io, in dialogo con Agosti­no di Luigi Alici, noto conosci­tore del pensiero del santo, ol­tre che del pensiero moderno e contemporaneo.

Dirò subito che Agostino è un autore molto difficile da in­terpretare, in primo luogo per il fatto che egli parla come filo­sofo, e inoltre e soprattutto co­me teologo, come mistico e co­me pastore; in secondo luogo per il fatto che si colloca in uno dei momenti più comples­si della storia del pensiero occi­dentale, ossia nel periodo tardo­antico, in cui avveniva un ribal­tamento di portata epocale del pensiero pagano con la nascita del pensiero cristiano, che face­va propri alcuni guadagni con­cettuali del pensiero antico, ma ripensandoli a fondo e spesso radicalmente trasformandoli.

Per leggere e intendere Agostino, pertanto, occorre avere non solo diverse conoscenze, ma anche molteplici interessi. Si comprende,  quindi, le ragioni, per cui pullulano interpretazioni fra di loro assai diverse e addirittura antitetiche.

Ci sono studiosi che, non avendo né interes­si né competenze spe­cifiche concernenti la problematica religiosa, lo interpreta­no, in generale e in particolare, in modo puramente o prevalentemente razionalistico, cer­cando di estrapolare tutta una serie di filosofemi, che si possono considerare giustificabili nell'ottica del puro logos.

Altri studiosi si rendono conto che tutta una gamma di problemi e di concetti che rientrano nel pensiero filosofico agostiniano non si possono affatto ridurre a filosofemi ra­zionalistici.  In effetti, la cifra emblematica del pensiero filo­sofico di Agostino in senso globale viene da lui stesso espressa nella ben nota formu­la: Credo ut intellegam, intel­lego ut credam.  E chi non sa entrare in questo circolo erme­neutico, non comprende che la dialettica circolare del pen­sare e credere costituisce la struttura fondativa della filoso­fia di Agostino, e di conse­guenza non è in grado di comprendere il vero messaggio delle opere agostiniane, e, in ogni caso, lo comprende in maniera dimezzata e monca.

Infine, si possono ancora di­stinguere studiosi che si inte­ressano di Agostino come puri filologi - ossia in veste di eruditi, senza un preciso inte­resse speculativo per ciò che egli dice, ossia per i contenuti dottrinali - da quelli che in lui cercano invece stimoli teo­retici e sistematici.

Il lettore si sarà reso conto della complessità della questio­ne. Un buon interprete di Ago­stino deve avere competenze e interessi plurimi, e solo dopo una lunga e costante frequentazione delle sue opere può raggiungere risultati convincenti.

Ben si può dire che Alici rientra proprio nel ristretto gruppo di questi interpreti.  Ri­cordiamo che - tra l'altro -, oltre ad aver pubblicato già nel 1976 Il linguaggio come segno e come testimonianza. Una rilettura di Agostino, ha tradotto del santo La dottrina cristiana, La natura del Bene, e i due capolavori: Confessio­ni e La Città di Dio (dì quest'ultima opera esce ora presso la Bompiani, Milano, pagg. 1.288, L. 64.000, una riedizione della sua traduzione con introduzione e commento e ricchi apparati).

Il punto focale del nuovo libro di Alici è ben indica­to nel titolo dell'opera, e coincide con un concetto-chiave espresso da Agostino stes­so in un famoso passo del­l'opera La vera religione, che costituisce una vera e propria cifra emblematica del suo pen­siero: «Non uscir fuori, ritorna in te stesse». La verità abita nell'uomo interiore e, se trove­rai, che la tua natura è mutevo­le, trascendi anche te stesso.  Ma ricorda che quando ti tra­scendi, trascendi un'anima do­tata dell'uso di ragione.  Volgi­ti allora là dove si accende la luce stessa della ragione».

Non si intende Agostino, se non si comprende a fondo que­sto concetto, che include in nuce il suo programma filosofico nella sua interezza (conoscenza dell'anima e di Dio).

Si tratta di un programma respinto o addirittura azzerato da molti pensatori di oggi, per i quali all'interno dell'uomo non solo non c'è un riflesso di Dio e del divino, ma non ci può essere neppure una dimensione di carattere spirituale: all'interno dell'uomo non po­trebbe esserci altro che l'uo­mo nella sua struttura in di­mensione puramente fisica.

In questo modo si perde pro­prio uno dei guadagni più co­spicui del pensiero agostinia­no, ossia la definizione del concetto di «persona», che si è imposto come un punto di rife­rimento irrinunciabile.

In che modo Agostino ha portato a compimento la com­plessa costruzione del concet­to di «persona» già abbozzato nell'ambito della patristica gre­ca? Ha determinato il concetto di «persona» individuando un preciso rapporto fra Dio come persona e l'uomo, il quale ap­punto in questo rapporto sì fa «persona».  Bernard Groethuy­sen scrive: «Il Dio personale e la personalità dell'uomo for­mano un insieme indissolubile».  In questo modo Agostino si colloca in una dimensione del tutto estranea al pensiero greco.  Ancora Groethuysen scrive: «Nella filosofia greco­romana della vita, l'uomo cer­cava di spiegarsi con il mon­do, ma quello restava muto.  Adesso, al contrario, l'uomo parla con Dio, e Dio parla all'uomo.  In questo dialogo l'uomo può dire: "io"; si for­ma un uomo nuovo».

Una tesi che ho maturato nel leggere e rileggere le Con­fessioni è la seguente: in que­sto capolavoro il vero prota­gonista è proprio Dio stesso e Agostino è il deuteragoni­sta.  Avviene in un certo sen­so (sia pure in dimensione assai più ampia) ciò che av­viene nei dialoghi di Platone, in cui non è il vero protagoni­sta, ossia il Socrate ideale, a dare il titolo all'opera, ma appunto il deuteragonista.

E, proprio nel serrato dialo­go che il deuteragonista instau­ra con il divino protagonista, Agostino traccia quella nuova dimensione in cui si è mosso il pensiero moderno e contem­poraneo in vari modi, sia pure schierandosi pro o contro le sue conclusioni.

Leggiamo due testi che comprovano quanto sto dicen­do, mostrando il livello rag­giunto dal santo nella cono­scenza della psiche umana: «Quella sofferenza fece spro­fondare nelle tenebre il mio cuore: dove volgevo lo sguar­do non c'era altro che morte.  La terra natale era per me un tormento, la casa paterna un'incredibile infelicità; tutto ciò che avevo condiviso con lui, si trasformava senza di lui in un martirio smisurato.  I miei occhi lo cercavano dovunque e non mi si presentava: odiavo tutte le cose, perché non lo avevano più in mezzo a loro e non erano più in grado di dirmi: "Ecco che arriva", come quando, da vivo, era as­sente.  Ero io diventato un gra­ve problema a me stesso.  Chie­devo alla mia anima perché fosse così triste, perché mi angosciasse tanto, e non riusciva a darmi alcuna risposta».  E an­cora: «Rifugiati dentro di te, e anche in te troverai la lotta.  Se hai cominciato a seguire Dio, in te ci sarà la lotta».

Alici, a giusta ragione scri­ve: «Non a caso l'inquietudo che attraversa la ricerca filosofica agostiniana è una tonalità in larga misura estranea al pensiero greco e nella quale invece si riconosce gran parte del pensiero moderno e con­temporaneo; anche quando, at­tenuandosi fino a scomparire la spinta della fede religiosa, l'inquietudine diventerà dram­ma e disperazione».   

Secondo Alici, per uscire dal dramma e dalla di­sperazione, bisognereb­be tornare ad Agostino.  Alici dimostra che Agostino, contrariamente a quanto molti credo­no, presenta una concezione della persona non come un'es­senza astratta, e meno che mai come un'ipostasi sostantifica­ta. Anche la distinzione fra ani­ma e corpo non cade nel duali­smo ontologico di tipo platoni­co: il corpo viene concepito in modo radicalmente diverso da Platone sulla base del concetto di creazione (il corpo non è connesso con il male, ma in quanto creato è un bene).

In particolare Alici mostra come Agostino superi in mo­do radicale una visione sostan­zialistica di carattere ontologi­co statico, proponendo una vi­sione storico-dinamica dell'in­teriorità, come dimostra molto bene questo passo del Sermo­ne 169: «Considerate che sia­mo viandanti.  Voi dite: Che significato ha "camminare"?  Lo dico in breve: "Progredire"  Fate progressi, fratelli miei, esaminatevi sempre, sen­za inganno, senza adulazione, senza accarezzarvi.  Nel tuo intimo infatti non c'è uno alla cui presenza ti debba vergo­gnare o ti possa vantare. Ti dispiaccia sempre ciò che sei, se vuoi guadagnare ciò che non sei.  In realtà, dove ti sei compiaciuto di te, là sei rimasto.  Se poi hai detto: Ba­sta; sei addirittura perito.  Ag­giungi sempre, avanza sem­pre, progredisci sempre».

E procedendo in questa di­mensione dinamica, Alici mo­stra, in modo dettagliato e ben documentato, in che senso l'al­tro dall'Io sia la trascendenza, e come l'incontro metafisico con Dio si realizzi nel profon­do dell'interiorità.  Agostino scrive: «E tu eri più dentro in me della mia parte più interna e più alto della mia parte più alta».  In tal modo si realizza un incontro di massima vici­nanza con ciò che è massima­mente distante.  "Che cos'è che traluce fino a me e colpisce il mio cuore senza ferirlo? Io ne sono raggelato e infiammato: raggelato in quanto dissimile, infiammato in quanto simile».

Con Alici si può ben conclu­dere dicendo: «Se Agostino ha ancora qualcosa da dire all'uo­mo di oggi, è perché sa farsi nostro simile ed esigente compa­gno di strada; senza smarrire il senso del cammino e senza ce­dere alle lusinghe di false stan­chezze; la sua filosofia può an­cora offrire una capacità di reno­vatio a un mundus senescem»
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