![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 3 MAGGIO 2001 |
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L’onda populista da Herzen a Perón
Che cosa ha in comune Jörg Haider con quei politici radicali che, a fine Ottocento, infiammavano il cuore dei contadini americani lanciando anatemi millenaristici contro la corruzione dei partiti e contro la dittatura di Wall Street? E cosa unisce le camicie verdi di Bossi agli inquieti bottegai e impiegati che vanno all’assalto della Repubblica di Weimar? Pur in contesti diversi e con esiti talvolta opposti, appartengono tutti ad una speciale tipologia di mobilitazione che ciclicamente, tra Otto e Novecento, sconvolge il quadro politico dell’Occidente, dando voce a gruppi sociali usualmente apartitici, ma segnati da una forte carica antisistemica. Fenomeni difficili da collocare all’interno della classica alternativa destra/sinistra, come rileva Marco Tarchi (al quale fa ampio riferimento G. Galli con Populismo , il Mulino). La stessa categoria di populismo - tuttora usata per definirli - è fra le più generiche, mettendo assieme gli intellettuali narodniki di Herzen e le folle di Juan Domingo Perón, taluni partiti dell’Europa prefascista e quelli odierni di Le Pen o dello svizzero Christoph Blocher. Più chiare di questa composita fenomenologia, appaiono le matrici storiche. Le ondate "populistiche" sembrano emergere all’interno di congiunture che, pur
molto diverse tra loro, hanno in comune un fenomeno di grande rilevanza culturale: l’aumento di scala dei processi sociali. È il caso del tardo Ottocento, con il suo "capitalismo organizzato", le concentrazioni produttive, i grandi magazzini, i partiti di massa, i sindacati nazionali. E poi del primo dopoguerra, quando si afferma un modo di governo basato sulla concertazione tra i poteri forti dell’impresa privata e delle lobby politico-sindacali. Infine, è il caso dell’ultimo ventennio del Novecento, in un contesto segnato dall’irrobustirsi delle istituzioni sovranazionali (l’Unione Europea) e di un mercato a scala globale.
La miccia prende fuoco di fronte alle nuove e inusitate dimensioni dell’economia e della politica: "nazionali" un secolo fa, "mondiali" oggi. Nella Germania di fine Ottocento, artigiani e dettaglianti si sentono assediati dall’"internazionale rossa" dei partiti socialisti e dall’"internazionale aurea" della grande impresa, schiacciati (come li raffigura la stampa satirica) sotto il peso di un grasso capitalista e di un enorme operaio. Più tardi, nell’Europa degli anni Venti, agricoltori e impiegati esprimeranno la propria ostilità - economica e culturale - rispetto alla spirale di prezzi e salari innescata dall’alleanza tra le corporazioni sindacali e industriali. Oggi, i "piccoli uomini" delle valli alpine si ribellano a decisioni maturate troppo lontano, nei governi nazionali, a Bruxelles o nei santuari della finanza, proprio mentre umori ambientalisti e anticapitalistici si mescolano nelle piazze del popolo di Seattle. Tipicamente, questi movimenti appaiono disorientati dalla crescente divaricazione tra i concreti valori locali di tipo comunitario e l’impersonalità dei grandi poteri. Tra "lo spazio dell’identità e lo spazio della decisione", per dirla con Charles Maier. Sono i nemici giurati del capitalismo monopolistico, delle banche che lesinano il denaro, delle organizzazioni operaie che proteggono i loro soci, della corruzione politica, delle mediazioni parlamentari. Vagheggiano una società di piccoli produttori autonomi, un misto di laissez faire e di nazionalismo
economico, il governo dei "giusti", la democrazia diretta. Difendono una omogeneità culturale che nasce dalla tradizionale diffidenza dei paesani verso i forestieri ma, nell’era delle grandi migrazioni, può facilmente diventare xenofobia. Mutuano quegli umori antimodernisti che, combattendo una guerra (apparentemente) persa contro le culture ufficiali liberal-democratiche, occuperanno un posto tutt’altro che marginale nella Francia antisemita del capitano Dreyfus, nella Germania guglielmina atterrita dagli scioperi della Ruhr, nell’Inghilterra dalle invincibili nostalgie ruraliste e, tanto più, lungo i decenni della "guerra civile europea".
Inutile aggiungere che queste fratture - cronicizzate dalla stessa continuità della modernizzazione - diventano fenomeni propriamente politici allorquando il ciclo economico accelera i propri strappi, come nella Grande Depressione tardo-ottocentesca o durante gli affamati anni Trenta o ancora, un quarto di secolo fa, con il minaccioso intreccio di stagnazione, inflazione e crisi fiscale dello Stato. Ieri come oggi, tuttavia, il giudizio corrente non aiuta a cogliere le ragioni di quelli che sono pur sempre vasti processi di allargamento della partecipazione politica. Spesso, agli occhi di intellettuali e partiti, il "populismo" è uniformemente regressivo, rozzo, irrazionale, assumendo l’aspetto inconfondibile dei valligiani intolleranti, dei contadini tedeschi dalla "zucca dura", degli spiritati predicatori delle praterie nordamericane. Uno stereotipo. Né la tradizione liberale né quella socialdemocratica appaiono interessate ad analizzarne i caratteri e i processi genetici. Di fronte a fenomeni del genere, malgrado la loro ampiezza e influenza, la nobile arte della politica sembra preferire un atteggiamento di distacco.