![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 APRILE 2001 |
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"Io, filosofo barbaro, per vocazione paladino degli oppressi"
Come è possibile filosofare dopoKierkegaard? La domanda radicale di Paul Ricoeur (in Kierkegaard. La filosofia e l’"eccezione") trova risposte altrettanto radicali nel filosofo e teologo latinoamericano Enrique Dussel, che di Ricoeur è stato tra gli altri interlocutore: "Io credo che la filosofia debba essere legata alla realtà. Il criterio della verità è la vita, anzi la lebens Gemeinschaft, la comunità di vita, soprattutto in quella periferia geopolitica che ospita l’85 per cento dell’umanità: per la quale la ragione dominante non va, perché è di una ragione critica che abbiamo bisogno. E questa è universale", dice Dussel con fare gentile ma fermo. E appassionato.
A qualche giorno di distanza dalla venuta del filosofo Karl Otto Apel a Napoli, Dussel è stato invitato dall’Istituto Suor Orsola Benincasa dove ieri pomeriggio, nella sala della Principessa, ha tenuto una relazione su Etica della comunicazione e etica della liberazione, ispirata proprio dall’omonimo titolo del volume a due voci con Apel (di recente pubblicato dall’Editoriale Scientifica a cura di Armando Savignano). Un’occasione, per il pubblico poco folto ma motivato e attento, di dialogare con il paladino mondiale dei popoli oppressi, teorico dell’emancipazione contro ogni forma di dipendenza e sfruttamento (spirituale, politica e sociale ma anche erotico-sessuale e pedagogica), protagonista tra l’altro di un originale incontro con il pensiero marxista su basi etico-cristiane (come dimostra il suo libro antologico Un Marx sconosciuto, sintesi di una trilogia di commenti al Capitale pubblicata dal ManifestoLibri). Un pensatore insomma militante, che per le sue scelte di campo si autodefinisce ironicamente "filosofo barbaro, rispetto al Primo Mondo" e che ieri ha così parlato dei risultati del suo "lungo viaggio" ai confini tra pensiero e prassi concreta (personale e comunitaria) anche al Centro Culturale Giovanile di via Caldieri. Oggi alle 17, Dussel sarà invece a Caserta, presso il Centro Sociale nell’ex Canapificio, e lunedì alle ore 20 parlerà al Centro Sociale di Benevento.
Classe 1934, laico, cattolico, padre di tre figli, Enrique Dussel è un intellettuale con una trentina di corposi volumi all’attivo che negli anni ’70 gli sono costati un attentato (una bomba dell’estrema destra gli distrusse parte della casa e della biblioteca) e l’esilio dalla natìa argentina a Città del Messico, dove è docente di Etica nell’Università autonoma nazionale e di Storia della chiesa nell’Istituto di studi superiori, oltre che presidente, tra l’altro, della Società internazionale di filosofia della liberazione e membro fondatore dell’Associazione ecumenica dei teologi del Terzo Mondo. Un percorso esistenziale e intellettuale molto denso, segnato dalle sue origini in un misero villaggio rurale delle Ande argentine ("La povertà fu per me un’esperienza originaria", dice Dussel di sé), poi da tre lauree (in filosofia, storia e teologia) conseguite tra Buenos Aires, l’università di Madrid e la Sorbona di Parigi, quindi da dieci anni di corsi di studio e soggiorni in Europa e Israele (nell’equipe operaia di Paul Gauthier: esperienza dalla quale nacque il saggio El humanismo semita, del 1969). Ma come vede il fondatore dell’etica della liberazione l’attuale situazione in Israele? "È una situazione orribile, in contraddizione completa con la tradizione di pensiero ebraica - dice Dussel -. Sharon ha un atteggiamento totalitario nel senso che dava a questo termine Hannah Arendt, lo stesso senso di Hitler".