RASSEGNA STAMPA

28 APRILE 2001
MASSIMO RECALCATI
Nasceva cent'anni fa il paladino dell'Altro nel cuore dell'io

Un secolo fa nasceva Jacques Lacan

Il suo ritorno a Freud avvenne all'insegna dello strutturalismo di Lévi-Strauss, di De Saussure e di Jakobson. Rivoluzionata la prospettiva evolutivistica, dimostrò come ancora prima di nascere il bambino sia immerso nel linguaggio. E dipenda, prima che dalla madre, dalle leggi dell'Altro, ovvero dall'azione strutturante della cultura, della storia, del simbolico

Caracas, 12 luglio 1980. Quando Jacques Lacan prende la parola per l'ultima volta davanti ai suoi allievi, in una atmosfera quasi testamentaria, nel corso del I Congresso Internazionale del Campo Freudiano, è per ribadire: "Moi, je suis freudien!". Qual è il valore di questa dichiarazione? Che cosa ha significato per Jacques Lacan "essere freudiano"?

Medico, psichiatra, formatosi alla psicoanalisi, la sua impresa teorica è stata orientata dal ritorno a Freud avvertito come una necessità per non smarrire il contento originario dell'invenzione freudiana. Più precisamente come una triplice necessità: etica, epistemologica e clinica. Una necessità etica innanzitutto: la psicoanalisi non è una dottrina dell'adattamento, non è un'ortopedia dell'io, non è un'apologia del principio di realtà. La cura analitica non è una colonizzazione progressiva delle regioni primitive dell'inconscio, non è cura dell'inconscio. L'etica della psicoanalisi non sostiene il miraggio di una "personalità totale", non autorizza alla soppressione dello straniero (dell'inconscio): valorizza invece il non-identico, la divisione, lo straniero interno, la non-coincidenza, la differenza. Ritorno a Freud, dunque, come ritorno all'irriducibilità della psicoanalisi a qualunque pedagogia dell'io. Freud, in effetti, inaugura un'etica che ha il suo centro di gravità non nell'addomesticamento e nella correzione morale del desiderio ma nel desiderio elevato al rango di una causa che muove il soggetto. E' ciò che motiva la nuova versione dell'imperativo etico formulata da Lacan nel corso del suo Seminario VII dedicato all'Etica della psicoanalisi: "hai agito in conformità al desiderio che ti abita?"

Il "ritorno a Freud" è animato anche da una necessità epistemologica; innanzitutto quella di affermare la peculiarità assoluta dell'inconscio freudiano. L'inconscio di Freud non è l'inconscio del romanticismo. Non è l'inconscio-serbatoio, collettivo, archetipico di Jung.

Nemmeno è l'inconscio fenomenologico come dimensione pre-categoriale del "vissuto": è - con le parole Lacan - "l'inconscio strutturato come un linguaggio". Non è il barbaro, l'incivile, il disordine istintuale, non è un'"oscura pulsazione". L'inconscio freudiano è piuttosto una ragione che si manifesta attraverso le leggi che governano il linguaggio (metafora e metonimia). Ritornare a Freud, dunque, era epistemologicamente necessario per salvare l'inconscio freudiano non solo dalla sua riduzione psicologico-pedagogica all'io ma anche dalla sua esaltazione come luogo dell'insondabile. Il "ritorno a Freud" di Lacan si muove, dunque, cercando di scansare questi due fraintendimenti storici fondamentali dell'inconscio freudiano: l'inconscio come il negativo della coscienza, come il non-ancora cosciente, come frangia del non-cosciente destinata ad essere riassorbita, educata, colonizzata, conquistata da un rafforzamento progressivo dell'io e, dall'altra parte, l'inconscio come luogo dell'irrazionale, del pre-linguisitico, dell'istintuale. In questo senso Lacan ci ricorda che il peccato commesso da Freud è consistito non soltanto nell'aver "razionalizzato quello che fino a quel momento aveva resistito alla razionalizzazione, ma anche nell'aver messo in luce una vera e propria ragione ragionante, che ragionava e funzionava secondo una logica, all'insaputa del soggetto, e ciò nel campo classico dell'irrazionalismo, il campo della passione. E' questo che non gli hanno perdonato".

La consapevolezza di una crisi generalizzata del fondamento non ha, quindi, condotto Lacan, diversamente da altri, alle soglie della poesia o della mistica. Piuttosto il suo sforzo è consistito nel cercare di logificare proprio questa crisi. In questo senso egli è sempre rimasto fedele allo spirito dei lumi. Fedeltà rigorosa dalla quale deriva, per esempio, l'insistenza sull'importanza della trasmissione della psicoanalisi. Perché nella psicoanalisi non è in gioco un sapere esoterico, incomunicabile, ineffabile, destinato a consumarsi nell'hic et nunc della seduta analitica, ma un sapere sulla struttura, che esige di trovare delle vie di trasmissione possibili. Ecco dunque la passione lacaniana per la matematizzazione. Se c'è un impossibile a dire, ovvero se non-tutto si può dire, ebbene ciò va dimostrato e non confinato nell'ambito di una "mistica dell'ineffabile". In questo

senso Lacan rovescia l'enunciato di Wittgenstein per affermare come ciò che non si può dire non si deve tacere ma è necessario poterlo dire. Tuttavia, il Lacan del mathema non s'impone mai a senso unico - l'accusa di "intellettualismo" si è anche appuntata su questo fraintendimento - ma resta in tensione continua con la dimensione tragica che anima il suo insegnamento, la quale si manifesta nell'idea fondamentale di una lesione irreversibile che attraversa il soggetto e il rapporto tra i sessi: marcato, a sua volta, dall'impossibilità tragica di "fare e di essere Uno con l'Altro".

In parole diverse, la passione per la matematizzazione non si risolve mai in un elogio della formalizzazione come integrale, ovvero come l'espressione di un sapere totalizzante.

Piuttosto, ciò che anima la passione di Lacan per il mathema è lo sforzo di giungere ad una forma inedita di testimonianza: dare una testimonianza dell'impossibile da testimoniare; testimoniare e, dunque, trasmettere in forma universale, proprio ciò che risulta inassimilabile al potere della formalizzazione e che Lacan nomina con il termine reale.

La terza necessità che anima il "ritorno a Freud" di Lacan è clinica. La clinica non può risolversi in una tecnica, più o meno raffinata, del colloquio o nel rapporto speculare transfert-controtransfert tra l'io dell'analista e l'io del paziente. A giudizio di Lacan questo scivolamento empiristico della psicoanalisi del dopo Freud, questa riduzione della psicoanalisi ad una mera tecnica di regolazione del colloquio e degli affetti, è un effetto dell'aver trascurato la centralità della dimensione della struttura. L'azione dell'analista non può infatti essere mai scorporata dal sapere sulla struttura. Per questo il ritorno a Freud di Lacan si situa in netto contrasto con la deriva eclettica della psicoanalisi contemporanea.

Ritornare a Freud ha significato, per esempio, nel campo della clinica, ritornare rigorosamente alla tesi sulla discontinuità strutturale di nevrosi e psicosi. E' questo il risultato del magistrale lavoro di rilettura dei testi freudiani degli anni '20, che impegna Lacan negli anni '50. Se la clinica della nevrosi è una clinica che trova il suo perno nella rimozione, e se la rimozione evidenzia il carattere simbolico-linguistico dei sintomi nevrotici, ovvero il loro valore di cifra enigmatica per il soggetto, la clinica delle psicosi si costituisce sulla forclusione, processo particolare il cui effetto sul soggetto non è quello di introdurre una divisione, una frattura (freudianamente tra l'io e l'inconscio) quanto

piuttosto quello di lasciarlo senza una iscrizione effettiva nel campo simbolico.

La forclusione, dunque, indica che un significante fondamentale non si è inscritto nell'inconscio: non è rimosso bensì da sempre mancante, perciò arriverà dall'esterno ad aggredire il soggetto psicotico, per esempio nel delirio, nelle voci che gli parlano. In questo modo Lacan cerca di ridare centralità alla tesi freudiana per la quale se nella nevrosi in primo piano è il conflitto tra l'io e l'esigenza pulsionale, nelle psicosi la perturbazione investe in modo esteso il rapporto del soggetto con il mondo esterno o, più precisamente, come egli stesso direbbe, i rapporti del soggetto con l'Altro.

L'interesse per la psicosi è in effetti un altro grande motivo dell'insegnamento lacaniano.

Dagli studi sulla paranoia di autopunizione sino a Joyce passando per il Presidente Schreber, l'opera clinica di Lacan colloca nelle psicosi, e non nell'isteria come invece accade con Freud, il suo riferimento decisivo. In questo campo Lacan raggiunge veramente un livello di insegnamento teorico e clinico-pratico magistrale. Il suo interesse per la psicosi è animato innanzitutto dalla necessità di salvaguardare il carattere umano, essenzialmente umano, dell'esperienza della follia sottraendola ad ogni teoria del deficit. In questo Lacan prosegue a suo modo la lezione della psichiatria fenomenologica di Jaspers e la sua critica alla psichiatria organicista di matrice positivistica, ma radicalizzando, ben al di là di Jaspers, la nozione stessa di follia. L'uomo folle, dichiarerà Lacan, è l'uomo libero.

Dove però questa appartenenza reciproca della follia alla libertà non va intesa nel senso sviluppato, per esempio, dall'Antiedipo di Deleuze e Guattari, ovvero in un'apologia della follia come liberazione dai vincoli della società repressiva, ma più finemente e più radicalmente come una messa in evidenza del carattere ingiustificato, tragico, privo di fondamento, dell'esistenza umana di cui il folle, nel suo disperato ammutinamento al programma della civiltà, manifesta il carattere vertiginoso e drammatico. L'"essere freudiano" di Lacan si realizza anche come una grande mediazione tra la dottrina psicoanalitica come sapere sulla struttura del soggetto e le due anime fondamentali della cultura del '900: l'anima soggettivistica, che pone in primo piano la questione del soggetto e della sua irriducibilità all'universale delle categorie, e l'anima strutturalista-aumanistica

che pone in primo piano il potere di determinazione della struttura sull'essere del soggetto.

Da una parte, dunque, l'emergenza della soggettività che si manifesta nel surrealismo, nella tradizione della dialettica hegeliana mediata da Alexandre Kojève e che sbocca nella corrente fenomenologico-esistenzialista che trova in Essere e tempo di Heidegger e nell'Essere e il nulla di Sartre i suoi momenti di maggior coagulazione. Dall'altra, l'istanza ultraumanistica della struttura, della morte dell'uomo, dell'orizzonte transindividuale del linguaggio al cui campo viene subordinata la funzione soggettiva della parola, l'idea propria della linguistica e dell'antropologia strutturalista di un'autonomia fondamentale dell'ordine simbolico e del le sue leggi al quale la soggettività è consegnata.

Da una parte Hegel, Kojève, l'Essere e tempo di Heidegger, Sartre, e dall'altra Saussure,

Marx , Jakobson, Levi-Strauss, Althusser, Foucault. Questa grande opera di mediazione

compiuta da Lacan esprime l'esigenza di annodare insieme l'istanza del soggetto - la

dottrina freudiana è innanzitutto una dottrina del soggetto - con quella della struttura

(irriducibile al soggetto, combinatoria anonima, transindividuale). Ne deriva il principio

essenziale del suo insegnamento: non si arriva al cuore del soggetto se non si articola

rigorosamente la dipendenza storica, sociale, simbolica del soggetto dal luogo dell'Altro

inteso come luogo delle leggi del linguaggio, irriducibile all'altro inteso come altro uomo. In

questo senso, l'inconscio freudiano non è un altro nome per l'interiorità psichica ma è un

modo per sovvertire il soggetto e, dunque, l'idea stessa dello psichico come interiorità.

L'inconscio è piuttosto un'"esteriorità", è il "discorso dell'Altro": "l'uomo cresce in un bagno

di linguaggio. Questo bagno di linguaggio determina l'uomo già prima della nascita. Avviene

tramite il desiderio con il quale i suoi genitori lo accolgono volenti o nolenti come un

oggetto privilegiato."

L'indagine delle forme e delle versioni di questa dipendenza costituisce un'altra asse

fondamentale della ricerca di Lacan. Classicamente la versione hegeliana, mediata

dall'insegnamento di Kojève: l'essere umano non si costituisce come una sostanza

autofondata o attraverso una facoltà di sintesi, ma dipende nel suo essere dal

riconoscimento dell'Altro, dal "desiderio dell'Altro". Non c'è una identità soggettiva che si

costituisce per maturazione, per sviluppo psico-biologico di una potenzialità programmata

esistente a priori. Il soggetto non è un seme che contiene già in sé la sua evoluzione; è

piuttosto costituito, attraversato dall'Altro, innanzitutto dal desiderio dell'Altro: esso sarà,

come l'esperienza clinica ci insegna, ciò che è stato per il desiderio dell'Altro. Lacan mostra

così come il soggetto si presenti come un'identità solo sotto forma di quella maschera

sociale che chiamiamo "io" (per Lacan il "sintomo umano per eccellenza"), ma la sua

struttura consiste nell'essere abitata da sempre dall'Altro. Non c'è da una parte l'io e

dall'altra l'Altro. C'è l'Altro nel cuore stesso dell'io, c'è lo straniero nel punto che si crede

essere il più familiare. In un secondo momento la dipendenza del soggetto dal luogo

dell'Altro sarà dimostrata attraverso la dipendenza della funzione della parola dalle leggi del

linguaggio. Qui il luogo dell'Altro viene presentato come il luogo neutro del codice. Perché

vi sia un messaggio, un effetto di senso, è necessario infatti l'intervento del codice della

lingua. E' questo il Lacan saussuriano dell'Istanza della lettera, della dipendenza del

significato dal significante, del significato non come radice del significante ma come

effetto della sua concatenazione con altri significanti.

Jacques-Alain Miller (a cui Lacan ha affidato l'eredità della cura dei suoi Seminari

riconoscendolo come "Colui che sa leggermi"), ha introdotto l'idea di un Lacan contro

Lacan come metodo di pensiero permanente che ha ispirato il lavoro teorico di Lacan.

Pensare contro se stesso, riprendere criticandole, smontandole, le proprie tesi per

rifondarle seguendo gli insegnamenti della propria pratica clinica. Così, dopo aver

valorizzato l'idea dell'inconscio strutturato come un linguaggio attraverso la lettura della

trilogia freudiana - L'interpretazione dei sogni, La psicopatologia della vita quotidiana e Il

motto di spirito - Lacan radicalizzerà la sua lettura di Freud mettendo in rilievo non tanto il

potere del simbolo, ma il reale del godimento, non l'inconscio come facoltà di significazione

ma l'essere della pulsione, l'Es freudiano come esigenza e modo di godimento.

Nel Seminario XVII dal titolo L'envers de la psychanalyse (di cui è prevista a fine maggio

l'edizione italiana curata da Antonio Di Ciaccia per Einaudi), Lacan contrappone due Freud.

Da una parte il teorico dell'inconscio come un sapere insaputo del soggetto che parla

attraverso i simboli; e dall'altra il Freud della pulsione di morte, dell'"al di là del principio di

piacere" che all'inconscio come macchina semantica contrappone il silenzio straniero

dell'attaccamento del soggetto ad un godimento che non è né dell'ordine dell'utile, né di

quello del bene. E' a questo secondo Freud - totalmente cancellato, salvo l'eccezione di

Melanie Klein, dall'orizzonte del post-freudismo - che Lacan ritorna nell'ultimo tempo del

suo insegnamento. Dare cittadinanza in psicoanalisi al vero scandalo sollevato da Freud:

allo scandalo della pulsione di morte, allo scandalo dell'attaccamento dell'uomo ad un

godimento che è al di là del principio di piacere.

L'essere freudiano di Lacan rivela qui tutta la sua coerenza: l'uomo non vuole innanzitutto

il suo bene, l'uomo vuole godere! Per questo Lacan insisterà sempre più sull'uomo come

"essere di godimento". Dove il godimento non è mai riducibile all'equilibrio del piacere poiché

implica la ricerca di un "plus", di un eccesso, di un al di là dell'armonia naturale. Se Lacan è

stato freudiano, essere lacaniani significa difendere quest'ultimo vertiginoso passaggio del

cammino di Jacques Lacan: la psicoanalisi non è un'esperienza di parola, tra le tante

possibili oggi sul mercato; la psicoanalisi è l'incontro con il reale, con il reale del godimento,

ovvero con il nostro "peggio". La psicoanalisi non è una teoria dell'interpretazione tra le

altre perché è piuttosto la teoria e la pratica del limite dell'interpretazione. Per questo

l'incontro con un analista è in un certo senso il peggiore degli incontri possibili, proprio

perché è l'incontro con ciò che si vuole evitare, ovvero con il buco nell'Altro, con il limite

del simbolico, perché nessun Altro - nemmeno "l'Altro dell'Altro", che "non esiste", come

direbbe l'ultimo Lacan - può ridurre lo scandalo reale del godimento.
inizio pagina
vedi anche
Il mondo dell'uomo