![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 26 APRILE 2001 |
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Per tradizione la medicina occidentale considera la malattia come un evento essenzialmente negativo, da sconfiggere attraverso i farmaci. Eppure le malattie possono essere considerate da un punto di vista evolutivo che tenga conto dei loro costi ma anche dei loro benefici. Malgrado questo secondo aspetto possa sembrare assurdo ai non esperti, ogni malattia ha una lontana origine e si è evoluta sia in rapporto all'organismo che ne è vittima, sia agli agenti batterici o virali che ne sono causa. Guardare alla malattia in quest'ottica, significa considerarne l'evoluzione nei termini di una silenziosa e lunga competizione tra agente patogeno e vittima o ospite, vale a dire l'organismo umano.
Quest'ottica è simile a quella con cui gli evoluzionisti guardano a un predatore e alla sua preda. Un falco, ad esempio, deve essere molto veloce per catturare una lepre e mettere in pratica strategie di aggiramento ed inganno: così, nel corso della loro storia evolutiva i falchi più adatti sono stati "premiati", scalzando altri falchi meno adatti. La stessa cosa, però, si è verificata per le lepri che hanno dovuto diventare più veloci ed abili per sopravvivere: in questo modo falchi e lepri sono evoluti insieme ed è difficile dire se siano stati i falchi a selezionare lepri più veloci ed astute o viceversa... Immaginiamo ora un simile scenario di cui siano protagonisti un batterio patogeno e il nostro organismo: entrambi devono evolvere insieme nell'ambito di un complesso rapporto di costi e benefici. Gli agenti patogeni, infatti, devono arrivare ad una sorta di bilancio con i loro "ospiti" che non è opportuno sterminare perché rappresentano un mezzo utile ad assicurare una potenziale immortalità a virus e batteri... Insomma, la sopravvivenza degli agenti infettivi è assicurata da un compromesso, la graduale evoluzione verso un ceppo che non sia totalmente letale.
Per questa stessa logica, vi sono malattie infettive che essendo trasmesse dai genitori ai figli sono meno virulente di quelle trasmesse direttamente da persona a persona: ad esempio, l'Htlv-i, apparentata con l'Hiv, il virus che causa l'Aids, ha un decorso molto più lento e meno grave dell'Hiv.
I biologi evoluzionisti sostengono perciò che alcune malattie, come appunto l'Aids, possono essere vinte "addomesticando" i virus, anziché cercando di estirparli: i virus, infatti, diventano man mano meno virulenti quando evolvono gradualmente coi loro ospiti, non soltanto perché la totale uccisione di questi ultimi comporterebbe la loro fine, ma anche perché sintetizzare tossine ad alta virulenza comporta un notevole dispendio energetico, prezzo che virus e batteri cercano di non pagare. Per questo motivo, i ceppi virali meno aggressivi hanno un vantaggio competitivo rispetto a quelli più letali. A questo punto ci si può domandare come mai, in molti casi, la virulenza aumenti nel tempo, perché, ad esempio, l'Aids dilaghi nell'Africa nera. Una risposta sensata è che i ceppi di Hiv più virulenti sopravvivono a causa dei comportamenti umani. Infatti, se a causa della promiscuità sessuale o dello scambio di siringhe i virus trovano di continuo nuove prede è per loro superfluo risparmiare l'ospite: la loro perpetuazione è infatti assicurata comunque. La distribuzione geografica dell'Aids in Africa è un esempio molto eloquente: nelle regioni occidentali, dove la struttura familiare è forte, si è affermato un ceppo meno letale, l'Hiv-2, anziché quello più letale, l'Hiv-1, che dilaga nell'Africa orientale. Nel Senegal, paese islamico in cui esiste una forte monogamia, non si sta verificando una progressione verso l'Aids conclamato.
Nella lotta contro l'Aids, l'uso dei farmaci, di cui si è parlato di recente a proposito degli accordi tra il Sud Africa e le multinazionali del farmaco, è importante per contrastare la malattia o per allungare la vita delle persone colpite. Per ridurre il dilagare dell'epidemia è però ancora più importante modificare i comportamenti della popolazione: ciò non eliminerà l'Hiv ma contribuirà ad attenuarne la virulenza. Un virus meno "mobile" non può infatti permettersi di uccidere il suo ospite o meglio, statisticamente parlando, tutti i suoi ospiti: in condizioni di minore mobilità virale si
verifica infatti una competizione tra ceppi che potrebbe essere vinta da quelli deboli o addirittura innocui, come si è verificato per alcuni virus dell'Herpes che possono convivere con gli esseri umani.