RASSEGNA STAMPA

25 APRILE 2001
FABRIZIO COSCIA
Apel: del futuro siamo noi i responsabili

Può un singolo uomo essere responsabile per l’inquinamento dell’atmosfera e le trasformazioni climatiche prodotte dall’industria? O per il progressivo impoverimento del Terzo mondo sulla base dell’ordine mondiale vigente? E come reagire al senso di impotenza rispetto ai nuovi problemi della responsabilità posti dalla "civilizzazione tecnologica"?

A questa e ad altre domande ha risposto Karl Otto Apel, uno dei massimi filosofi viventi, ospite ieri dell’Istituto Suor Orsola Benincasa, dopo un incontro organizzato dal Dipartimento di Filosofia dell’Università di Salerno, per iniziativa della professoressa Bianca Maria D’Ippolito (che di Apel è anche la traduttrice italiana). Introdotto dalla prof.ssa Agata Piromallo Gambardella, il filosofo tedesco ha tenuto una relazione sul "Concetto di corresponsabilità primordiale", davanti a una platea foltissima di studenti. Apel ha toccato problemi attuali, che riguardano la nostra vita di ogni giorno e il modo in cui essa è organizzata dai sistemi sociali: ha parlato del bisogno di una nuova etica della responsabilità, adeguata ai nuovi tempi, che sostituisca l’etica tradizionale, la quale, sia essa religiosa o kantiana, resta pur sempre individuale e dunque incapace di risolvere il problema della responsabilità rispetto alle conseguenze delle attività collettive degli uomini nel campo della scienza, della tecnica, dell’economia e della politica. Nella situazione attuale, di fronte alle sfide della crisi ecologica ed economica, ecco dunque che Apel affida all’"etica del discorso" il

compito di render cosciente la corresponsabilità planetaria di tutti gli uomini verso il futuro, una macroetica che sappia fondare la responsabilità delle azioni, al di là dei criteri storicamente determinati in tradizioni e culture particolari.

Ma l’etica del discorso come affronta una questione moralmente così problematica come la globalizzazione dei mercati?

La concorrenza economica è un’azione strategica, nel senso che le persone agiscono per il proprio profitto e non per il bene di tutti. I neoliberalisti radicali sostengono che il mercato è capace di regolarsi da solo, ma io non sono d’accordo. Sono convinto che l’economia di mercato resti il sistema più efficiente per la distribuzione delle merci ai consumatori dotati di potere di scambio. Ma

esistono milioni di indigenti nel Terzo mondo che restano tagliati fuori da questa distribuzione. Il problema è tutto qui: nella differenza tra l’indigenza e il potere di scambio. Pensiamo ai campesinos brasiliani, ad esempio: discendono dagli schiavi, sono uomini liberi, ma la loro situazione attuale non è molto diversa da quella dei loro progenitori. Per questo il mercato deregolato non può essere la soluzione giusta nell’era della globalizzazione. E non credo nemmeno a un’economia di stato: abbiamo visto che anche questa è stata un fallimento. Ci deve essere, allora, una via di mezzo, che io chiamo un’economia di mercato sociale.

Che ruolo svolgono i media nella formazione del concetto di corresponsabilità presso l’opinione pubblica?

Un ruolo decisivo, perché sottopongono all’attenzione dell’opinione pubblica soluzioni e idee, favorendo lo sviluppo di una coscienza critica mondiale. I mezzi di comunicazioni di massa hanno la funzione di diffondere quelli che io chiamo i "mille colloqui" sui problemi dell’umanità che si tengono ogni giorno nel nostro mondo: conferenze, dibattiti, discussioni in cui vengono rappresentati gli interessi di tutte le persone coinvolte, e nei quali viene organizzata la corresponsabilità per le conseguenze delle attività collettive.

E come la mettiamo con il rischio di un uso distorto dei mezzi di informazione?

I media devono porsi al di sopra delle istituzioni per esercitare una corresponsabilità, né al di sotto di esse né sullo stesso piano, se non vogliono subirne la dipendenza. In Russia sta per essere venduta a una grande industria l’ultima emittente indipendente e per scongiurare questo pericolo è intervenuto lo stesso Gorbaciov. I media devono partecipare alla meta-istituzione di quella che Kant chiama l’"opinione pubblica ragionante". So bene che la realtà può essere diversa, che il problema del rapporto tra i media e le istituzioni politiche non esiste solo in Russia e che ci sono rischi e pericoli molto gravi ovunque. Ma adesso, però, non mi faccia parlare di Berlusconi, perché non ho nessuna intenzione di farlo...
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