RASSEGNA STAMPA

24 APRILE 2001
MARCELLO VENEZIANI
Cacciari, aristocratico conservatore

Nel libro scritto con Gianfranco Bettin sembra lanciare un messaggio politico in bilico tra Lega e destra sociale

In una "nuova" versione comunitaria, critica della modernità e federalista

Non sarà facile per chi si nutre di politica da una vita, ma ho l'impressione che Massimo Cacciari abbia scritto il suo congedo dalla politica in forma di intervista. Mi riferisco a Duemilauno. Politica e futuro (Feltrinelli, pagg. 112, lire 20.000) che Cacciari ha scritto in dialogo con Gíanfranco Bettin. E mi riferisco alla sua parabola politica: gli anni di militanza nel Pci, anche in Parlamento, poi un settennio nel ruolo di Doge di Venezia, la sua rottura con il Pds, la sua sconfitta alle Regionali, il suo ruolo tra i democratici di Prodi e ora al fianco di Rutelli. E poi, probabilmente il suo abbandono della politica, congiunto al suo atteso ritorno nei territori spaesati della filosofia.

Eppure qualche anno fa si parlava di lui come del probabile leader della nuova sinistra; nei sondaggi nel popolo di sinistra era contrapposto a D'Alema e Veltroni. I giornali che navigano nel Banal Grande, trasformarono l'oscurità del filosofo veneziano nell'immagine del bel tenebroso, quasi piacione metafisico, ove la Foresta nera non rimandava ad Heidegger o a Junger ma alla sua folta barba scura e il suo spirito tragico fu tradotto nella lotta politica in vocazione al menagramo. Ma poi apparve troppo filosofo, troppo tragico e aristocratico, quasi sprezzante verso gli altri, e la sua immagine fu legata al teatro La Fenice, che andò distrutto mentre era sindaco. Infine c'è il clima di oggi, piuttosto ostile verso gli intellettuali in politica e la sinistra. Tutto questo cospira per restituire Cacciari alla filosofia.

Ma qual'è il messaggio politico che Cacciari lancia in bottiglia nel mare di Venezia? E' un messaggio di destra sociale. Ma come, lui così radicalmente di sinistra, lui così radicalmente asociale? Lascio da parte le sue letture "reazionarie", i suoi amori proibiti con molti pensatori della tradizione e della rivoluzione conservatrice, o la sua "antropologia negativa" che lo pone in compagnia nutrita di un pensiero pessimista e aristocratico di intonazione conservatrice ("sono convintissimo che l'uomo è troppo cattivo per essere libero" scrive Cacciari). Mi soffermo invece sulle linee di destra sociale che si evincono da queste pagine.

"Non sei solo in questo destino" è l'incipit del libro, che potrebbe sottoscrivere chiunque abbia una visione comunitaria della vita, non legata semplicemente alla dimensione del fare e del produrre, ma a quella esistenziale ed essenziale del destino. Il dialogo poi si svolge sul filo della critica alla globalizzazione, al pensiero unico fondato sul primato del calcolo, alla monocultura della mente che coincide con la "ratio economica", all'omologazione planetaria, alla spoliticizzazione. In positivo il riferimento è alla comunità. Chi legge de Benoist e Accame, solo per fare un paio d'esempi, qui si sente a casa. Il suo riferimento esplicito e polemico è all'homo consumans, definizione lanciata da un intellettuale della Nouvelle droite francese, Champetier, che vi ha dedicato un saggio tradotto anche in Italia. Cacciari critica "l'individualismo nella fase più idiota" e "la modernità feroce e idiota" del nostro tempo; se permettete, anch'io nel mio saggio Di padre in figlio ho parlato dell'idiota globale come del tipo umano più lontano dalla tradizione.

Ma dove il pensiero di Cacciari coincide perfino in senso lessicale con la destra sociale è nella formulazione dell'alternativa, quando parla di Welfare community, una specie di terza via tra il vecchio Welfare state e l'attuale liberismo. L'espressione Welfare community è il cavallo di battaglia di Gianni Alemanno, leader della destra sociale con Storace, e della rivista Area. Anzi, questa espressione l'avevo sentita solo da loro. Idea suggestiva, anche se non so esattamente come si possa realizzare: occorrerà pur sempre uno Stato che organizzi e governi questa comunità del benessere. Senza un potere e una sovranità è difficile pensare a una specie di comunità autogestita; non c'è partecipazione che possa esprimersi senza decisione, qui ha ragione Cacciati che dà voce a una classica tesi del pensiero di destra (un nome per tutti: Carl Schmitt).

E questa l'implicita obiezione che sorge, ad esempio, dal libro Geofollia (Sovera, pagg. 128, lire 22mila) che un intellettuale di destra, Aldo Di Lello, ha pubblicato in questi giorni. Di Lello si sofferma sul nesso tra mondializzazione tecnico-economica e cosmopolitismo umanitario. E' curioso notare che la critica alla globalizzazione di Di Lello è analoga a quella svolta su altri piani da Cacciari; differisce l'esito, perché Di Lello ritiene che l'unico argine alla globalizzazione siano ancora gli Stati nazionali e le sovranità territoriali. Mentre Cacciari, come è noto, predilige il federalismo, e ritiene che l'unica risposta al globale sia il locale.

Anche se l'impressione è che il locale sia solo una modalità del globale, una specie di nicchia e di oasi di ristoro del Mercato Globale. Dunque una specie di piega, di anfratto omogeneo o perlomeno funzionale alla globalizzazione.

E' qui che sorge la contraddizione del pensiero di Cacciari: è possibile rispondere alla globalizzazione con il federalismo, si può davvero ritenere che la politica, la differenza, il pensiero non calcolante, possano essere salvati dal trasferimento di piani e poteri su base locale? A leggere le pagine conclusive della sua intervista, ho l'impressione che il suo progetto non fuoriesca dagli orizzonti della globalizzazione. Del resto, non a caso Bettin auspica una "globalizzazione dal basso". Ma soprattutto basta spingersi nelle pagine propositive di Cacciari per notare che la risposta è tutta giocata all'interno della globalizzazione, del primato dell'economia, la riforma fiscale e l'orizzonte etico della società globale.

Mentre Cacciari critica l'antipolitica e le attribuisce l'avvento della destra, di fatto abbandona il terreno della politica e si sposta nel dominio della tecnica e dell'economia. Persino la valorizzazione delle comunità originarie, del principio di sussidiarietà e delle diversità locali sono giocati da Cacciari dentro questo acquario, anche per timore di esprimere una versione colta del leghismo. E' curioso e paradossale ma quando Cacciari si sottrae ai percorsi marxisti dell'internazionalismo proletario, ritradotto nella "globalizzazione dal basso", finisce con l'offrire un punto d'incontro - in altitudine - tra destra sociale e destra leghista. Probabilmente, in questa eterogenesi dei fini vi è la ragione ultima del naufragio politico di Cacciari.

D'altra parte questa è l'alternativa: o cedere alla globalizzazione, cercando di fornirle un supplemento etico e ideologico nel nome dell'internazionalismo umanitario, oppure risponderle, elaborando una critica della modernità e del mondialismo, che conduce inevitabilmente nei paraggi del pensiero comunitario, tradizionale e antiumanitarista. Un'altra soluzione non c'è e non è politicamente esprimibile: lo dimostra proprio il percorso politico di Cacciari e il suo esito impolitico. L'impossibilità della teoria si riflette nell'impossibilità della prassi. Del resto, anche la nobiltà della sconfitta, evocata da Cacciari, lo avvicina ai grandi conservatori aristocratici. Ai vinti si addice il blasone dell'hidalgo.
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vedi anche
Filosofia (e) politica