RASSEGNA STAMPA

23 APRILE 2001
ENZO DI NUOSCIO
Salvemini l'ultimo profeta del Mezzogiorno

Il suo nome resterà legato per sempre alla "questione meridionale" e ai suoi scritti contro il proibizionismo. Ma anche ai tentativi di modernizzare la politica e la società italiana

Il Sud, anzi la questione meridionale, la lotta alla corruzione, l'interventismo, l'esperienza della Grande Guerra, le battaglie per una scuola libera, la morale laica e liberale, l'impatto e il rifiuto del fascismo: questi sono i pilastri, le scelte e gli interessi che hanno scandito la vita interiore e pubblica di Gaetano Salvemini. Sono le sue ossessioni e le sue ricerche. Di tale percorso vi è traccia negli articoli che Salvemini scrisse, a partire dal 1897, su Critica Sociale.

In ambito scientifico, abbandonato il determinismo degli esordi, Salvemini si aprì ad una metodologia empirista, originale revisione delle lezione positivistica dei suoi maestri. Contemporaneamente, si compì il passaggio dalla storia medievale alla contemporanea, che gli consentì di conciliare i suoi interessi di studio con una irrefrenabile passione politica. Il prodotto più maturo di questa evoluzione fu La Rivoluzione Francese (1788-1792). Dalla passione politica nacquero, invece, le sue battaglie per la riforma scolastica e, soprattutto, i suoi scritti sul Mezzogiorno, nei quali la critica meridionalista si andò col tempo sempre più legando alla polemica contro il protezionismo.

Gaetano Salvemini nacque a Molfetta nel 1873. Condusse gli studi universitari presso l'Istituto di studi superiori di Firenze dove lavorò sotto la guida di Pasquale Vìllari. Negli ultimi anni del secolo la sua formazione positivistica incontrò il nascente socialismo portandolo ad utilizzare categorie economico-classiste nelle sue prime opere storiche. Di questa impostazione si trova traccia negli studi sul periodo medievale e, in particolare, in La dignità cavalleresca del Comune di Firenze (1896) e in Magnati e popolari (1 899).

Queste scelte giovanili, influenzate dalle tesi di Achille Loria, furono presto rinnegate. La scoperta di Cattaneo e la riflessione sui fatti politici di fine secolo determinarono in Salvemini una svolta che fece sentire i propri effetti sia sul terreno politico sia su quello della ricerca. Ne derivò una adesione più critica e disincantata al Partito socialista, che non fu più visto come il depositario di una dottrina ed il custode di una ipotesi palingenetica ma come uno strumento per allargare gli spazi di libertà in un Paese ancora attraversato da una profonda crisi di legittimazione.

La linearità di questo percorso fu spezzata dalla tragedia familiare. A partire dal 1901 Salvemini era all'università di Messina, dove aveva vinto la cattedra di storia medievale e moderna. Qui fu sorpreso dal terremoto del 1908 e di tutta la sua famiglia fu l'unico sopravvissuto. Sì aprì la fase più difficile della sua biografia. Per lungo tempo la necessità di oblio lo portò ad impegnarsi in direzioni differenti ed a sovrapporre impegno politico e ricerca scientifica, quasi fino al punto da confondere i due piani. In questi anni si consacrò anche come polemista, soprattutto grazie alla collaborazione con La Voce e, in particolare, alla pubblicazione del pamphlet Il Ministro della malavita nel quale denunciò i metodi che Giolitti avrebbe utilizzato per vincere le elezioni nei collegi meridionali. In questi stessi anni il rapporto con il Partito socialista entrò definitivamente in crisi. Parallelamente anche la collaborazione con La Voce si fece più difficile a causa di dissensi che riguardarono sia l'impostazione sia la linea politica della rivista. Da questa duplice crisi nacque nel 1911 L'Unità. Intorno alla rivista, che contro schematismi e retorica proclamò il metodo del concretismo, si raccolse la parte più viva dell'intellettualità italiana. Il concretismo, nella sua disarmante semplicità, traduceva una richiesta di positività e di modernità politica rivendicando la priorità dei fatti su bardature retoriche e dispute ideologiche.

Lo scoppio della guerra rappresentò una ulteriore svolta. Salvemini prese parte alla campagna a favore dell'intervento capeggiando con Bissolati gli interventisti democratici. Nel 1919 fu deputato "ex combattente": una breve esperienza che gli valse una profonda crisi esistenziale. Dal torpore Salvemini fu destato dal "delitto Matteotti".

La conseguente scelta dell'esilio lo portò a coniugare nuovamente impegno politico antifascista e lavoro scientifico. Salvemini già prima di approdare ad Harward, dove dal 1934 avrebbe insegnato Storia della civiltà italiana, aveva intrapreso un lavoro di revisione di precedenti posizioni storiografiche e di conseguente rivalutazione dell'Italia liberale. S'impegnò quindi a comprendere le cause della vittoria del fascismo, spostando sempre più l'attenzione sul contesto europeo e sulle conseguenze del primo conflitto mondiale. Da questo lavoro derivarono alcuni dei contributi più importanti da lui offerti agli studi. Ritornò in Italia nel 1947. Morì a Sorrento il 6 settembre 1957.
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vedi anche
Filosofia (e) politica