RASSEGNA STAMPA

23 APRILE 2001
MAURIZIO VIROLI
Giù le mani da Cattaneo

Il federalismo illuminista poco aveva in comune con le posizioni odierne della Lega

Il 15 giugno cade il secondo centenario della nascita di 1Carlo Cattaneo1, una delle più belle figure del nostro Risorgimento che ha avuto tuttavia pochi estimatori, anche se fra quei pochi ci sono stati Luigi Einaudi e Gaetano Salvemini. La ricorrenza sarà l'occasione adatta per approfondire il significato della sua opera.

Di fronte a recenti commenti che hanno presentato Cattaneo quale un antesignano del federalismo della Lega, è tuttavia bene mettere tempestivamente in chiaro alcuni punti fermi sul pensiero politico dell'esule milanese. Carlo Cattaneo sosteneva il federalismo perché lo considerava, a ragione, una forma superiore di unità rispetto a quella degli Stati accentrati, monarchici o repubblicani che fossero.

Era infatti convinto che la vera unità politica è quella che conserva il pluralismo e trae forza da esso, non quella che lo trascende o pretende di fonderlo in un tutto unico. Ha sempre rifiutato l'idea che il federalismo sia un mezzo per sottrarsi agli obblighi comuni. In una lettera a Giuseppe Ferrari del 29 ottobre 1851, a chiarire possibili cattive interpretazioni del suo pensiero scriveva: "Il male non si è che il principio federativo non abbia una rappresentanza, ma bensì che non sia ancora popolarmente spiegato e popolarmente compreso.

Siccome viene contrapposto alla pretesa unità, si cade facilmente a crederlo un principio d'isolamento e di separazione". La sua proposta federale si oppone alle unità dall'alto e alle fusioni, ma non all'unità fondata sulla libertà di tutti e sulla libera solidarietà. "Ti ripeto - scriveva a Ferrari il 3 ottobre 1851 - che bisogna contrapporre la federazione alla fusione e non all'unità, e mostrare che un patto fra popoli liberi è la sola via che può avviarli alla concordia e alla unità: ma ogni fusione conduce al divorzio, all'odio".

La ragione per cui Cattaneo ammira lo Stato federale svizzero è che ciascuna "repubblichetta", come le chiamava spregiativamente Gioberti, può fare di più, non di meno, grazie alla struttura federale, per la causa comune. In una lettera a Mauro Macchi del 26 dicembre 1856 scriveva: "Hai visto la repubblichetta di Vaud che alla dimanda

di nove battaglioni risponde offrendone venticinque! .. e il Vaud fa duecentomila anime, poco più della provincia di Pavia! Di questa misura le repubbliche d'Italia potrebbero dare più di tremila battaglioni".

Immagini il lettore che cosa Cattaneo avrebbe pensato di presidenti di Regione "federalisti" che nicchiano per partecipare alla sfilata della Festa della Repubblica a Roma, o di leaders come Bossi che addirittura la disertano, o ancora di parlamentari che in nome del federalismo si preoccupano soprattutto di far sì che le risorse

prodotte al Nord restino in larghissima parte al Nord, e che solo l'1,5% del prodotto interno lordo possa essere destinato ai fondi perequativi perché servono per garantire alle regioni più povere diritti di cittadinanza paragonabili a quelli delle regioni più ricche. Cattaneo riteneva che la federazione dovesse essere il mezzo per promuovere l'autogoverno e per sviluppare la coscienza dell'unità nazionale.

"La federazione - scriveva a Agostino Bertani nel maggio 1862 - è la pluralità dei centri viventi, stretti insieme dall'interesse comune, dalla fede data, dalla coscienza nazionale". Era un discepolo di Romagnosi, e come il suo maestro sosteneva che il municipio fosse la molla attiva del "vero e sicuro patriottismo". Scriveva infatti che "i comuni sono la nazione; sono la nazione nel più intimo asilo della sua libertà". Vale la pena sottolineare: per Cattaneo l'autogoverno locale è il cuore del patriottismo e dell?unità della nazione, non un espediente per sottrarsi

agli obblighi comuni.

E' bene chiarire che per Cattaneo la soluzione federale era la migliore anche per le regioni meridionali. In una lettera a Francesco Crispi del 18 luglio 1860 scriveva: "La mia formula è Stati Uniti; se volete Regni Uniti; l'idra di molti capi, che fa però una bestia sola. Per essere amici bisogna che ognuno resti padrone in casa sua". I siciliani potrebbero fare un gran beneficio all'Italia, spiegava, "dando all'annessione il vero senso della parola, che non è assorbimento. Congresso comune per le cose comuni; e ogni fratello padrone in casa sua. Quando ogni fratello ha casa sua, le cognate non fanno liti".

Da uomo dei lumi qual era, credeva fermamente nei benefici effetti della circolazione delle idee. Studiava con passione e rigore la storia e i costumi dei popoli più lontani. Era persuaso che la chiusura di un popolo in se stesso fosse causa di declino e vedeva negli innesti culturali una ragione di progresso. Detestava qualsivoglia pretesa di egemonia di una nazione o di una razza sulle altre: "Fermi nel gran principio della comune natura dei popoli ... noi vogliamo onorare la natura umana in tutte le sue manifestazioni". E precisava, a dissipare ogni equivoco, che tutte le nazioni sono "egualmente inviolabili; e non riconosciamo egemonie del genere umano".

Di fronte ad un leader politico che avesse pronunciato una frase del tipo "Padania, razza pura ed eletta", avrebbe provato un moto di disgusto. Norberto Bobbio ha scritto che Cattaneo non fu mai "infangato dal fascismo". Cerchiamo, se possibile, di risparmiargli nuove onte.
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vedi anche
Filosofia (e) politica