![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 APRILE 2001 |
|
Ogni gruppo e a rigore ogni uomo sviluppa un particolare e personale idioletto
E' naturale che gli idiomi cambino e muoiano
|
David Crystal, "Language Death", Cambridge University Press 2000, pagg. 208, £. 19 |
|
Daniel Nettle e Suzanne Romaine, "Voci dei silenzio", Carocci, Roma 2001, pagg. 208, L. 39.000. |
Le lingue nascono e muoiono. Nessuno si esprime più nell'idioma di Cicerone: il latino è una lingua definitivamente morta. Chaucer non riuscirebbe a dialogare con un texano: l'inglese dei Texas è una lingua relativamente nuova. Ouesta fluidità è comprensibile sullo sfondo delle conoscenze attuali. Dato che le componenti fondamentali del linguaggio sono internalizzate (o innate) e altre dipendono dall'interazione con i parlanti durante l'apprendimento, una lingua nuova viene praticamente ricreata da ciascuno di noi quando impara a parlare, usando le risorse che ha a sua disposizione e registrando (fissando) le leggere modificazioni che la comunità può aver introdotto. A lungo termine i cambiamenti rendono il ounto di arrivo (il mio idioletto) diverso dal punto di partenza (l'idioletto di Cicerone). Si tratta di un cambiamento lento. Ma parallelamente a questa dinamica si presentano anche dei cambiamenti radicali che punteggiano la storia delle lingue. Catastrofi naturali o umane, tsunami e pogrom possono cancellare intere comunità e far sparire i loro idiomi. E' invece difficile creare nuove lingue a tavolino e farle attecchire, come testimonia la curiosa avventura dell'esperanto.
Ma quante sono le lingue, e in che modo il cambiamento linguistico (lento o veloce) influenza il loro numero? Non ci sono risposte univoche a queste domande. Molto dipende dalla difficoltà di classificare le lingue e di decidere che cosa conta come una lingua. A un estremo, parliamo tutti un'unica lingua, data l'università dei tratti linguistici fondamentali. All'estremo opposto, ciascuno di noi parla un idioletto diverso da quello di tutti gli altri. Nei casi intermedi, possiamo raggruppare i parlanti secondo criteri molto diversi. Se ci basiamo sulla mutua comprensibilità, io e uno spagnolo parliamo più o meno la stessa lingua. Se ci basiamo sulla capacità di esprimerci per iscritto in modo da soddisfare i criteri dell'Accademia della Crusca, sono in pochissimi a padroneggiare l'italiano (io no di sicuro, dato che ogni tanto infilo una parola inglese nei miei testi). Se le classificazioni includono criteri (non sempre uniformi) di natura socioculturale, ci ritroviamo, secondo alcune stime, con cinque-seimila lingue. Si tratta di stime abbastanza arbitrarie (non è nemmeno chiaro quale sia il margine d'approssimazione dei criteri utilizzati per compilarle).
Secondo David Crystal, autore di un libro molto impegnato sulla morte linguistica, muore una di queste seimila lingue ogni due settimane. Di questo passo alla fine del ventunesimo secolo saranno scomparse duemilacinquecento lingue, e a metà del ventiduesimo ne resteranno solo una decina. La valutazione non prevede che tutte le lingue (tranne una l'inglese) siano destinate a scomparire. Il numero di parlanti può raggiungere una massa critica che assicura la sopravvivenza linguistica. Il 96% della popolazione mondiale parla il 4% delle lingue in circolazione. Tutte le lingue europee, per rassicurare i catastrofisti, figurano in questo ghota popoloso. L'italiano non corre nessun rischio a medio termine. (A lungo termine le preoccupazioni perdono di mordente. Nessuno sembra particolarmente interessato a parlare oggi l'italiano di Rosmini o di Manzoni, e possiamo immaginare che nessuno sarà interessato tra duecento anni a parlare quello di Magris o di Baricco). Si sottolinea invece l'urgenza legata all'estinzione di lingue parlate da piccole comunità che finora avevano potuto sopravvivere grazie al relativo isolamento.
Il fenomeno che contribuisce maggiormente all'estinzione è la fine dell'isolamento geografico. Le comunità rurali si inurbano e le nuove generazioni emigrano alla ricerca di condizioni di vita percepite come migliori. La piccola comunità non riesce a sopportare il trauma di queste fluttuazioni sociali e demografiche, e la sua lingua tende a scomparire.
Nonostante l'inglese si presenti alla mente come il responsabile principale dell'assottigliamento del numero delle lingue, la sua influenza, come quella delle altre lingue coloniali, è in realtà minore di quello che si pensi. Molte comunità linguistiche in Africa vengono inglobate da altre a loro vicine. In generale, la morte linguistica viene di solito perpetrata dalla comunità potente più prossima. Il francese tende a distruggere il bretone, per esempio, e l'italiano il patois della Val d'Aosta.
Perché lamentare la scomparsa di una lingua e perché si dovrebbe cercare di impedirla? Per rispondere a questa domanda dobbiamo lasciare da parte gli aspetti per così dire sintomatici della morte linguistica, per esempio qualora la morte linguistica sia causata da un fenomeno sociale più ampio (come un genocidio) che è il vero oggetto della nostra preoccupazione.
La domanda riguarda invece la morte linguistica in sé e per sé. Crystal elenca cinque risposte. Dobbiamo preoccuparci della scomparsa delle lingue perché ci serve la diversità, perché la lingua esprime un'identità, perché le lingue sono memorie storiche, perché contribuiscono alla somma delle conoscenze umane, e perché sono interessanti in se stesse.
Ma esiste veramente un problema? Dal punto di vista dei linguisti e degli scienziati cognitivi, la scomparsa di una lingua è certamente una perdita. La differenza tra le lingue mostra la straordinaria plasticità delle operazioni della mente e il modo in cui un artefatto cognitivo come il linguaggio si è evoluto attraverso migliaia di generazioni. Lo studio della facoltà linguistica è tra quelli che hanno fornito il maggior numero di dati interessanti su come funziona la mente. Ma in un certo senso, anche la morte di una persona è una perdita per la psicologia. D'altro lato, non è chiaro fino a che punto la perdita linguistica non venga compensata dalle nascite di nuove varianti (creoli).
Se comunque ammettiamo che la morte linguistica sia un problema che richiede una soluzione e non soltanto una fatalità, che fare? Le proposte politiche suggerite da Crystal sono talmente ad ampio spettro da indicare che una vera e propaga soluzione non esiste. Secondo Crystal bisognerebbe soprattutto inculcare nelle microcomunità linguistiche che vogliamo aiutare uno "spirito positivo" che permetterebbe ai loro membri di vedere la propria lingua non come un ostacolo all'integrazione sociale ma come una ragione di orgoglio. Questo spirito positivo fornirebbe le condizioni di sfondo per mantenere in vita la lingua. Al tempo stesso, questa è la parte difficile del problema. Gli unici che possono preservare una lingua sono coloro che la parlano. Non si può mettere una lingua in frigorifero come un campione di Dna. Si può solo mantenerla in vita nel cervello e nelle azioni di individui singoli. Certo, gli antropologi e i linguisti sono passati da una fase in cui si avvicinavano alle popolazioni che studiavano soltanto come a una fonte di dati, a una fase in cui cercano di cooperare su questioni di sviluppo sostenibile. Ma ci sono molte difficoltà pratiche che Crystal mette bene in evidenza: i programmi di aiuto obbligano a scegliere quali lingue preservare, come distribuire i fondi, e le decisioni migrano verso la sfera politica. I programmi sembrano soprattutto adatti a creare una nuova dinastia burocratica nelle grandi organizzazioni internazionali: il bureau delle Lingue in Via di estinzione.
L'ordine di complessità politica della questione è enormemente superiore a quello posto dalla conservazione di un ettaro di foresta tropicale. (Si veda anche il sito www.terralingua. org per materiale documentario e il libro di Daniel Nettle e Suzanne Romaine, Voci del silenzio, appena pubblicato da Carocci). In molti punti Crystal indulge nel facile paragone con le iniziative ambientaliste per preservare la biodiversità, ma tra un albero e un essere umano passa tutta la differenza del mondo, una differenza morale. Se la figlia di un Bretone decide di parlare solo francese perché preferisce aumentare le sue possibilità di trovare lavoro in Francia, dobbiamo dare ragione al padre che vorrebbe inchiodarla al suo idioletto? Chi decide, su quali basi? Il problema finisce con l'avere la stessa complessità di quello di come preservare le libertà individuali. Il che solleva un punto di difficile discussione in filosofia morale: possiamo considerare come moralmente accettabili le opzioni che non hanno un'applicabilità pratica?
Il libro di Crystal è generoso ma questo fa sì che sia a tratti scritto in modo da nascondere la complessità della situazione. E invita a muoversi precipitosamente in un terreno delicato dove l'interesse dei ricercatori rischia di scontrarsi con la legittimità delle scelte individuali.