![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 APRILE 2001 |
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Le Glifford Lectures del marxista analitico Gerald Cohen
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Gerard A. Cohen, "If You're an Egalitarian, How Come You're So Rich?", Harvard University Press, Cambridge (Massachusetts) 2000, pagg. 29 $ 23,95. |
Le Glifford Lectures di Gerald Allan Cohen, annunciate come un evento nella comunità filosofica di lingua inglese, sono state pubblicate da qualche mese e stanno suscitando un dibattito vivace. Ciò dipende non solo dal fatto che Cohen è uno dei più autorevoli filosofi della politica viventi, ma anche dal valore intrinseco di un testo che è, allo stesso tempo, autobiografia intellettuale, bilancio critico del marxismo analitico e stimolante contributo alla teoria della giustizia.
Cominciamo dall'autobiografia. Cohen è un ebreo canadese di origini russe, cresciuto in una famiglia impegnata in prima linea nel movimento operaio. La militanza comunista è uno dei tratti caratteristici di una identità che, sin dalla prima infanzia, si nutre di teoria e pratica marxista e di un forte senso di appartenenza al popolo ebraico, accompagnati da un rapporto non sempre facile con la religione che, di solito, costituisce il fattore primario di identificazione di tale popolo. Il giovane Cohen è un ebreo, e l'antisemitismo di alcuni compagni di giochi e docenti glielo ricorda di continuo, ma è anche un materialista, che non partecipa ai riti religiosi che contribuiscono in modo determinante a rinsaldare l'identità e il senso di solidarietà dei suoi coetanei e compagni di scuola di origine ebraica. Le pagine dedicate agli anni di formazione, alle certezze e ai dubbi che talvolta le sostituiscono, sono molto belle, e segnalano questo lavoro all'attenzione di chi è interessato alle diverse, e spesso tragiche, esperienze della diaspora. Col tempo Cohen, nel corso di un processo di revisione critica del marxismo, ha assunto una posizione meno rigida nei confronti della religione dei suoi padri (e, più in generale, nei confronti della tradizione che ha origine nel monoteismo ebraico) diventando un lettore, sia pur pudico, della Bibbia e dei Vangeli. Uno dei capitoli più interessanti del volume è dedicato a marxismo e religione, con una lettura critica di grande interesse di Feuerbach e dei suoi argomenti.
Ma l'attenzione principale, per quanto riguarda Marx, è dedicata a una critica di quella che Cohen chiama la concezione "ostetrica" della storia. Per Marx, il compito della politica, come quello dell'ostetrica, è quello di aiutare, rendere più facile, realizzare nel modo migliore, un evento che avrebbe luogo comunque. La rivoluzione è qualcosa che avviene necessariamente, per lo sviluppo delle contraddizioni interne del capitalismo, e quindi i militanti sono chiamati più che altro a intervenire come dei tecnici, come delle levatrici della storia, che non devono sforzarsi per elaborare un modello di società giusta. Non c'è bisogno di una critica morale del capitalismo, perché il capitalismo è destinato a estinguersi in ogni caso. L'ingiustizia dello sfruttamento, che pure è sotto gli occhi di tutti, non ha bisogno di essere sottolineata più di tanto, perché quel che conta è conoscere la dinamica interna del processo che porterà alla rivoluzione e assecondarlo nel modo migliore. Per Cohen, questo modo di intendere la politica è fuorviante (non c'è un esito inevitabile dell'evoluzione sociale e non esistono più le condizioni dipendenti dalla struttura di classe che rendevano plausibile questa parte della teoria di Marx) e ha causato notevoli danni alle istanze di emancipazione che erano alla radice più profonda della critica marxista del capitalismo. Contrariamente a quel che riteneva Marx, e a quello che ancora oggi sostengono alcuni dei suoi seguaci, l'emancipazione richiede un impegno di tipo morale e, da parte del teorico della politica, fare i conti con questioni normative.
A questo compito è dedicata la parte finale del libro, che è una critica serrata ad alcuni aspetti della teoria della giustizia di Rawls. Per Rawls, i criteri di giustizia si applicano alle istituzioni che fanno parte della "struttura di base" della società, ad esempio il mercato. Ne consegue che le azioni delle persone all'interno di tali istituzioni, se rispettano i vincoli posti dalle istituzioni stesse, non sono ingiuste. Cohen contesta la definizione di "struttura di base" centrale nella giustizia politica, sostenendo che non è chiaro cosa sia escluso da tale struttura sulla base dei criteri proposti da Rawls. Per Cohen ci sono azioni che, pur avvenendo all'interno della struttura di base e nel rispetto delle regole, possono essere considerate ingiuste. Tali sarebbero, ad esempio, relazioni di sfruttamento all'interno della famiglia.
Il libro si chiude con un problema: come dovrebbero comportarsi gli egualitari all'interno di una società ingiusta? Tale problema viene affrontato discutendo la domanda che ha dato il titolo al libro stesso: se sei un egualitario, perché sei così ricco? La questione può essere formularla in questo modo: quali argomenti avrebbe un sincero egualitario, in una società ingiusta, per non dare una parte sostanziale dei propri averi ai poven o a quelle organizzazioni che cercano di ridurre la povertà? Cohen discute e respinge diversi possibili argomenti, concludendo con quello che sembrerebbe un argomento a contrario in favore di azioni distributive da parte degli egualitari.
Si tratta di una conclusione interlocutoria, che pone certamente un problema agli egualitari. Che si possa dare una risposta a tale problema, senza fare ricorso a risorse motivazionali che sembrano alludere a uno sfondo religioso è un dubbio che dovrebbe turbare il sonno di Cohen e di tutti quelli che sono o sono stati marxisti. Certamente si tratta di un libro importante, che spinge a riflettere sui criteri che abbiamo per distinguere ciò che è pubblico e ciò che è privato, ciò che è personale e ciò che è politico.