![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 APRILE 2001 |
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Hilary Gatti, "Giordano Bruno e la scienza del Rinascimento", Cortina, Milano 2001, pg. 354, L. 48.000 |
L'autrice di questo libro, che è scritto con grande chiarezza ed è di agevole e piana lettura, si è proposta uno scopo preciso: confutare la definizione di Bruno come "mago ermetico" proposta da Frances Yates nel celebre libro del 1964 su Bruno e la tradizione ermetica (tradotto da Laterza, nel 1968). A quella immagine ne andrebbe sostituita un'altra: quella di Bruno padre della filosofia della scienza.
Per ottenere questo scopo Gatti ripercorre le prese di posizione di Bruno nei confronti della scuola pitagorica e di Copernico, analizza in particolare la *Cena delle ceneri*, il *De immenso* e il *De minimo*, tratta con ampiezza il tema della matematica e, soprattutto, quello della "logica per immagini". Le pagine dedicate a questi temi sono utili e fondate su un'ottima conoscenza dei testi. Alcune analisi sono anche assai fini. Ma è la tesi centrale del libro a non risultare persuasiva. Per tre ragioni.
La prima è l'uso, davvero un po' smodato, che l'autrice fa della frusta categoria del precorrimento. Il Bruno della Gatti non fa che anticipare e preconizzare: temi della fisica quantistica e della relatività generale. Addirittura preconizza la nuova società tecnologica e industriale (contro l'attribuzione di questa capacità profetica a Francis Bacon, scrissi in altri tempi, un libro). Il Bruno della Gatti non solo ti preconizza, ma addirittura prevede la crisi di una scienza che ancora non c'è e critica in anticipo (novello Husserl) le sue future degenerazioni.
La seconda ragione è la totale noncuranza dell'autrice per le opere magiche di Bruno che non vengono mai prese in considerazione. Si può sostenere che Bruno non è un mago facendo finta che non ci siano opere intitolate *De magia* o *Theses de magia* e il migliaio di pagine delle opere magiche da poco tradotte presso Adelphi?**
La terza ragione ha a che fare con il tema del sapere segreto che insistentemente ricorre nelle pagine di Bruno. Gatti ne tratta in poche pagine, ma non ha chiaro che ciò che nella nuova scienza è davvero nuovo, non sono soltanto le teorie (ce ne erano molte anche prima di Galilei), quanto l'idea che le teorie possano essere messe a confronto, discusse in un libero dialogo, e sottoposte al controllo di esperimenti pubblicamente ripetibili.
Con l'idea, che è moderna, della scienza come un sapere pubblico e come un'impresa collettiva, con il rifiuto dell'immagine del sapiente come illuminato Bruno non ebbe mai nulla a che fare. Trasformare quel grande filosofo in un epistemologo della scienza (nel senso che al termine dà questo libro) vuol dire impoverirlo e collocare il suo busto in una parte sbagliata della galleria dei nostri antenati.
Una quindicina di anni fa coniai l'espressione "devoti vichiani" per indicare quei non pochi studiosi italiani che (trascurando la lezione di equilibrio presente sia in Benedetto Croce, sia in Fausto Nicolini) tendevano e tendono a leggere Vico come un autore sempre moderno e aggiornato e progressista, nonché sempre sulla cresta dell'onda del sapere più avanzato del suo tempo. Lo confesso: non conoscevo abbastanza, a quei tempi, i devoti bruniani. Temo che, per l'avvenire, dovrò mettere un freno alle mie giovanili intemperanze.