RASSEGNA STAMPA

20 APRILE 2001
LUCIANO CANFORA
Da Socrate a Epicuro, l'Occidente abita qui
E' uscita in Germania un'attesa edizione delle "Vite dei filosofi" di Diogene Laerzio, testo-chiave per studiare le origini del pensiero
Amate o odiate dalla cultura cristiana dominante, oggi quelle esistenze sono più attuali che mai
Gli autori epicurei erano destinati a scomparire. Oggetto di disprezzo da parte delle altre scuole filosofiche, oggetto di furiosa polemica da parte dei cristiani. Per questi ultimi, che hanno svolto un ruolo decisivo nello stabilire la salvezza o la condanna della letteratura "profana", gli epicurei erano particolarmente sgraditi: forse non tanto per la loro "scandalosa" teoria del piacere, quanto per la loro teologia. Essa dimostrava infatti che c'erano anche altre strade, non solo quella cristiana, per sottoporre a critica la tradizionale religione olimpica. E si sa che nulla vi è di più inviso di ciò che ti è più vicino ma può risultare concorrenziale rispetto ai tuoi fini. Non si è più feroci contro gli "eretici" che contro gli avversari? In questo clima molto sfavorevole parrebbe essersi salvato soltanto un autore di dichiarata fede epicurea: il poeta Lucrezio.
Misteriosa figura, gravitante, forse, nella Roma del I secolo a.C., intorno alla cerchia di Cicerone e del suo amico Attico. Un poeta, dunque, non un trattatista.
Un poeta, che deve alla forza della sua creazione artistica la salvezza. Virgilio, Properzio, Ovidio, Orazio lo lessero a fondo. Solo Ovidio osò esaltarne esplicitamente il nome. Il re visigoto Sisebut ed il dotto cristiano Isidoro di Siviglia lo studiarono e lo imitarono. Giunse così al Medioevo, e per un felice caso due manoscritti di età carolingia che racchiudevano il suo testo si salvarono, e proliferarono. Lucrezio ce la fece, nella lotta contro il naufragio degli antichi non amati dal nuovo "pensiero unico", perché maestro di poesia esametrica e per il denso contenuto scientifico di tante sue pagine. All'inizio del quarto secolo Lattanzio, implacabile cristiano, lo insultava, dandogli del "pazzo": ma probabilmente attaccava l'autore latino perché non aveva più un testo di Epicuro sottomano, da bersagliare direttamente. Ma c'era un altro autore, che non aveva in realtà mai cessato di interessare gli studiosi e i colti. Egli forniva in dieci agili libri una storia del pensiero greco da Talete a Pirrone, che soverchiava, con l'aneddotica biografica, l'esposizione delle dottrine: Diogene Laerzio. Un autore che per l'impianto storico-biografico della sua bella fatica si era salvato, in quanto prezioso "manuale", ma che dietro quell'impianto celava per così dire, o metteva in seconda piano, la sua filosofica propensione. Egli consacrava l'intero libro decimo, ultimo della raccolta di Vite dei filosofi , ad Epicuro. Così l'intero suo trattato culminava in Epicuro. La sua dedizione a Epicuro è tale che egli ne tramanda, nel libro a lui dedicato, intere opere, trascrivendole e qua e là commentandole. Non lo fa per nessun altro autore. E solo Platone - il filosofo prediletto dalla sua destinataria - si merita, come Epicuro, un intero libro. Non sappiamo chi fosse la destinataria. A torto i moderni studiosi attribuiscono l'assenza di questo dato essenziale alla "incompiutezza" o "imperfezione" dell'opera. Quel nome non poteva mancare, per il fatto stesso che, nel bel mezzo del libro su Platone, Diogene apostrofa questa dama filosofa in modo circostanziato, vantandone la perizia profonda e la curiosità intellettuale. Sa bene dunque a chi sta parlando. Il nome di questa donna era, forse, incorporato nel titolo. Ma il titolo non lo abbiamo più perché il miglior manoscritto (il "Borbonico", conservato in quel tesoro in decadenza che è la Biblioteca Nazionale di Napoli) è mutilo in principio: manca la prima pagina. E i manoscritti meno pregevoli forniscono titoli vaghi e contraddittori. Oggi finalmente possiamo rendercene conto, perché disponiamo di una edizione critica delle Vite dei filosofi , quella curata da Miroslav Marcovich. Dopo la infelice edizione di Long (Oxford), ecco finalmente un testo affidabile. E soprattutto un apparato critico che non nasconde i dati più importanti, quelli relativi ai titoli presenti all'inizio e alla fine di ciascun libro. Marcovich ci dà tutti gli elementi necessari, ed è facile capire che i titoli presenti nei nostri manoscritti al principio dell'opera non hanno nessuna chance di corrispondere al titolo d'autore. Marcovich ha introdotto un'altra innovazione importante. Ha diviso l'edizione in due tomi: nel primo dà il testo, nel secondo raccoglie per esteso tutte le fonti bizantine, da Fozio a Suida e oltre, che citano Diogene. Finalmente si può cominciare a capire quanta gente lesse Diogene, che tipo di uso se ne fece. Il passaggio di Diogene attraverso il Medioevo greco, e attraverso il Medioevo latino (da Enrico Aristippo a Walter di Burley, a Benzo di Alessandria) è una storia capitale della cultura occidentale. La patina epicurea di certi racconti di Chaucer non si comprenderebbe altrimenti. L'ha studiata di recente una eccellente filologa belga, Paule Mertens. Conosciamo il celeberrimo "viaggio" orientale-occidentale di Aristotele fino a Guglielmo di Moerbeke e Tommaso d'Aquino.
Non dovremmo trascurare il ruolo e il peso di quello di Diogene. Ma chi era Diogene? La sua cronologia sarebbe definitivamente stabilita se ci rassegnassimo a pensare (come credo sia giusto, e come cautamente suggerì tanti anni addietro Vittorio Bartoletti) che il papiro fiorentino 1488 racchiude un frammento di Diogene, non di una sua fonte. Ad ogni modo egli fu alessandrino, per lo meno di adozione se non di nascita. Non darebbe altrimenti tanto rilievo, collocandolo alla conclusione del suo proemio, a Potamone di Alessandria, filosofo eclettico minimo, che il Lessico di Suida mescola con l'omonimo storico storico di età tiberiana. Diogene dice nel prologo che "poco prima (di lui) Potamone ha sfoderato il suo eclettico manuale. E noi vorremmo sapere quando visse Potamone, al di là dei pasticci di Suida. Una traccia l'abbiamo in un passo di Alessandro di Afrodisia (vissuto alla fine del secondo secolo d.C.), il quale cita Potamone a proposito di un passo di Aristotele, e lo discute. Insomma, Potamone non era di molto precedente il grande Alessandro di Afrodisia. E questo ci aiuta a porre Diogene alla metà di quel secolo degli Antonini, che fu l'ultimo di serenità dell'impero, di serenità mista a sentori di decadenza, come ben vide Gibbon. Il secolo sincretistico per eccellenza, in cui Plotina fa iscrivere su pietra le lettere che inviava ad Adriano, suo figlio adottivo, a sostegno dell'ancora vivente e operante scuola epicurea. Il versatile Gilles Ménage, che conosceva bene le lingue (compreso l'italiano, oggi lingua ignota nella vicina Francia) compose delle note per il suo splendido Diogene Laerzio (1664), e tra l'altro rilevò che Diogene in un certo punto dice, raccontando un aneddoto su Aristotele, "dare l'elemosina": espressione esistente solo in autori cristiani. Ad Alessandria i colti delle diverse sette e scuole si frequentavano e si influenzavano, cristiani inclusi. Ecco perché è quasi certo che in un luogo di Taziano, apologista attivo in questi anni, si debba leggere la menzione di "Laerzio, colui che ha elaborato il racconto delle vite dei filosofi".
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