RASSEGNA STAMPA

18 APRILE 2001
IVANA ARNALDI
A RISCHIO BOOMERANG

Parla il sociologo Ulrich Beck: ecco perché la globalizzazione ci rende sempre più insicuri

Anche se questo compito esula dalle loro intenzioni, spesso sono i mass media a svolgere una funzione di controllo"

[Docente di sociologia presso la prestigiosa London School of Economics e la Ludwig Maximilian Universität di Monaco, Ulrich Beck è considerato uno dei maggiori maitres-à-penser europei ed uno dei maggiori sociologi contemporanei. Lo studioso tedesco ha sempre ancorato le proprie ricerche nella sfera più ampia delle scienze sociali e della filosofia. Di recente, si è affermato anche nel nostro Paese dove, in pochi mesi, sono state tradotte diverse sue opere: Che cos'è la globalizzazione, Europa Felix e La società del rischio (Carocci); Il lavoro nell'epoca della fine del lavoro (Einaudi) e I rischi della libertà (il Mulino).

Profondo conoscitore dei problemi sociali, Beck è convinto che l'intellettuale debba sollevarsi contro tutto ciò che riduce all'unanimismo. "Il ruolo tradizionale dell'intellettuale - ci dice - consiste non soltanto nel disturbare certezze ma anche nell'incentivare sperimentazioni. Le sue idee, infatti, costituiscono un possibile punto di partenza per conferire coesione a progetti, innovazioni, convinzioni, provenienti anche dai più remoti angoli della realtà sociale. In definitiva, le sue affermazioni stanno sempre sotto il segno del rischio".

Lei ha esaminato il modello socio-politico-economico che ha caratterizzato la nostra società, dal '700 ad oggi. Può chiarire i termini della sua ricerca?

"Il nostro attuale modello sociale, sotto le sfide congiunte di globalizzazione, individualizzazione, turbolenza dei mercati finanziari, disoccupazione e rischi globali della crisi ecologica, sta vivendo trasformazioni così profonde da determinare un vero e proprio processo di modernizzazione della modernizzazione, che io chiamo società del rischio. Noi siamo testimoni oculari della rottura, verificatisi non solo all'interno della società industriale classica, ma anche all'interno della modernità. Ecco, queste sono le due distinzioni epocali che stanno emergendo dalla realtà e che richiedono un difficile bilanciamento tra continuità e rottura della modernità".

Che cosa intende per "bilanciamento"?

"Come nel XIX secolo la modernizzazione ha dissolto la società feudale, producendo il quadri di fondo della società industriale, così oggi la modernizzazione dissolve la società industriale, delineando il profilo di un'altra società; una società in cui emerge una tendenza radicale all'individuazione a scapito della solidarietà. Oggi, alle soglie del XXI secolo, la modernizzazione si ritrova a confronto con se stessa e la società industriale si congeda dalla scena della storia mondiale lasciando il posto ad un neo-liberismo selvaggio, autore di un mercato senza regole. Si va così spianando la strada ad un antimdoernismo che, con i nuovi movimenti sociali, con la critica della scienza, della tecnica e dell'idea stessa di progresso, sta finendo con il preoccupare l'umanità".

La sua tesi principale ci sembra quella di una società avanzata che produce più

rischi che ricchezza: rischi ecologici per le nuove tecnologie e rischi sociali per il senso di insicurezza collettiva. È così?

"Nella società industriale l'idea di produzione della ricchezza prevale sulla logica della produzione dei rischi. Infatti, sono soprattutto i quartieri vicini ai centri di produzione industriale ad essere esposti a svariate sostanze dannose presenti nell'aria, nell'acqua e nel terreno. Nella modernità avanzata, la produzione sociale di ricchezza va sistematicamente di pari passo con la produzione sociale di rischi per la vita di piante, animali e per gli stessi uomini. Inoltre, i diversi rischi non possono più essere circoscritti a luoghi o gruppi, come avveniva nel passato. Oggi, i rischi mostrano una tendenza alla globalizzazione".

Quindi, c'è anche la globalizzazione dei rischi oltre quella dei mercati...

"Certo, perché essi travalicano i confini nazionali producendo minacce globali che, con un'inedita dinamica sociale e politica, colpiscono indipendentemente dall'appartenenza di classe. Nell'ultimo ventennio, si è diffusa ovunque l'ideologia del libero mercato mondiale.

Ne sono derivate, all'ombra delle vittorie del neo-liberismo, estese distruzioni dell'ambiente, pari a quelle causate dall'economia centralizzata della guerra fredda. Per esempio, sul nostro pianeta le catene alimentari collegano praticamente tutto con tutti. Non hanno confini.

L'acido contenuto nell'aria non si limita ad erodere sculture e tesori d'arte. Anche in Canada i laghi contengono acque acide e i boschi muoiono anche nell'estremo nord della Scandinavia".

Allora, a proposito dei rischi insiti nel neo-liberismo e nella stessa globalizzazione, potremmo dire che essi abbiano un effetto boomerang?

"Sì. Infatti, prima o poi, i rischi colpiscono anche chi li produce. Anche i ricchi e i potenti non possono dirsi al sicuro. Quello che prima erano considerati effetti collaterali latenti, alla fine colpiscono gli stessi centri della loro produzione e così gli stessi attori della modernizzazione finiscono concretamente con l'essere vittime dei pericoli che provocano e dai quali traggono profitto. Se prendiamo l'esempio dell'agricoltura, possiamo notare che ad una crescita modesta degli utili, in rapporto all'impiego di prodotti chimici, è corrisposto un aumento sproporzionato dei danni arrecati alla natura. Un segnale evidente è la diminuzione di molte specie vegetali ed animali. Quindi, l'impatto dello stile di vita industriale tende ad estendersi non solo in tutto il globo, ma anche in direzione della stratosfera e dell'universo.

Radiazioni, sostanze chimiche sintetiche e organismi geneticamente manipolati sono esempi pertinenti".

Il concetto di rischio capovolge quindi la relazione tra passato, presente e futuro:

diventa, cioè, qualcosa che potrebbe accadere...

"Quanto più le ombre che incombono sui tempi odierni minacciano l'arrivo di un futuro terribile, tanto più lo shock provocato dal drammatizzare i rischi indurrà una società stravagante ad attivarsi per evitarli. Ciò vale non solo per i rischi dell'inquinamento ambientale, che stanno determinando alluvioni, frane e smottamenti, ma anche per i rischi alimentari. Oggi, per esempio, imperversa il problema della mucca pazza, i cui sintomi si sono avuti solo molti anni dopo l'impatto. Oggi, il farsi realtà del rischio della mucca pazza è correlato alla sua diffusione mediatica. Ora che noi sappiamo, abbiamo la responsabilità soggettiva di mangiare o no carne di manzo".

I mass-media, quindi, riescono a rendere visibile l'invisibilità del rischio?

"Anche se i mezzi d'informazione non perseguono certo le nobili finalità dei tempi dell'Illuminismo, ma sono anche e soprattutto asserviti al mercato, alla pubblicità, al consumo, sia esso di merci o di informazioni fabbricate istituzionalmente, o anche se c'è la possibilità che essi rafforzino l'incomunicabilità, l'isolamento e perfino la stupidità, tuttavia resta la loro potenziale funzione di controllo nei confronti delle decisioni politiche. Oggi, purtroppo, il potere di trasformazione pratica si trasferisce dall'ambito della politica a quello della sub-politica".

Perché?

"La progettazione del futuro avviene in modo indiretto e cifrato nei laboratori di ricerca e nei consigli direttivi, non nel Parlamento o nei partiti politici. Tutti gli altri, anche le persone più competenti e meglio informate nel campo della politica e della scienza, vivono più o meno delle briciole di informazione che cadono dai tavoli di progettazione della sub-politica tecnologica costituiti dai laboratori di ricerca e dalle direzioni delle industrie di prodotti innovativi. La situazione rischia di farsi grottesca: la non politica comincia ad assumere il ruolo di guida spettante alla politica. La politica, anche se finanziata pubblicamente, sta diventando un'agenzia pubblicitaria della parte attraente di uno sviluppo che essa non conosce e che è sottratto alla sua influenza attiva".
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