| Scienzati o politici, chi deve governare? | Il conflitto fra scienza e politica cui si è assistito spesso negli ultimi mesi, a proposito
dell'elettrosmog, del transgenico, perfino della cura dell'Aids, non è affatto una
novità. Anzi, in un certo senso è una delle costanti fondamentali del pensiero
occidentale. Il primo luogo in cui questo dibattito emerge con straordinaria forza e
nitidezza è l'opera di Platone, su questo punto probabilmente fedele al suo maestro.
Nel Gorgia, per esempio, il dibattito fra Socrate e il grande sofista siciliano riguarda
la possibilità e l'opportunità di prendere decisioni secondo la scienza (dal latino scire,
conoscere, legato alla radice indeuropea SKA, tagliare) o secondo l'opinione ( dal
latino opinari, forse legato alla radice OP da cui vengono optare e ops, occhio; in
greco doxa, da dokeo, mi sembra che ha generato anche dogma).
"Se in una qualunque città si presentassero un retore e un medico - dice Gorgia (456
b-c) - e davanti all'assemblea o un altro organo collegiale ci fosse una discussione per
essere assunto come medico pubblico, il medico non riuscirebbe a spuntarla da
nessuna parte, ma sarebbe scelto quello capace di parlare, se proprio lo volesse. E
anche se il retore dovesse competere con qualunque altro tecnico, il retore meglio di
qualsiasi altro persuaderebbe la gente a scegliere lui: non c'è infatti argomento su cui
il retore non saprebbe parlare davanti a una folla in modo più persuasivo di
qualunque altro tecnico."
Il risultato di questo dominio dell'opinione e della retorica appare a Platone
disastroso, ma anche la sua soluzione - il governo dei filosofi, cioè dei sapienti o di
coloro che almeno sanno come cercare la verità - è risultato subito impossibile. La
doppia avventura siracusana, quando Platone si fece consigliere di un tiranno
sanguinario nell'illusione di fare prevalere il suo sapere, si concluse tragicamente per
il vecchio filosofo. Il nostro Novecento, con il disastroso dominio di ideologie che si
sono volute "scientifiche" ha sottolineato quanto un preteso "governo della verità"
possa essere pericoloso. E' stato Aristotele il primo a capire che "è quasi impossibile
che molti possano attuare la miglior forma di governo", cioè che vi è un fattore di
pluralità e di incertezza nel governo delle città (questo è il significato etimologico di
politica: le cose che riguardano la città, ta politikà, da polis, città, da cui deriva anche
politeia, costituzione, regime costituzionale). Di conseguenza la prima virtù del
politico è per Aristotele la fronesis, cioè la saggezza, la moderazione.
Il pericolo non è oggi tanto un governo della scienza (se si fa forse eccezione per
l'economia, che pretende nell'ideologia liberista di sottomettere tutti i valori al
criterio unico del profitto). Semmai ci troviamo di fronte al rischio opposto, quello
denunciato da Hanna Arendt in un articolo del 1967, "Truth and politics", che si
trova in italiano in una breve raccolta di saggi, intitolata proprio Verità e politica
(Bollati Boringhieri, Torino 1995). Arendt è allieva di Heidegger cui si deve il
massimo sforzo filosofico del Novecento intorno alla nozione di verità, interpretato
non come semplice corrispondenza fra linguaggio e realtà ma piuttosto
etimologicamente come a-letheia ("non nascondimento") e cioè come il modo in cui
innanzitutto la realtà è pensata e portata alla luce della conoscenza. In questo caso
però, più che delle sempre discutibili "verità di pensiero", Arendt è preoccupata delle
semplici "verità di fatto" che sono state sistematicamente manipolate dai regimi
politici del Novecento, e non solo da quelli totalitari.
La risposta della Arendt è quella classica della cultura occidentale: dev'esserci una
netta separazione fra azione pubblica e sapere, lo Stato non deve avere verità
ufficiali. E' la stessa conclusione cui arriva un saggio del '56 di un altro grande
filosofo, Hans Georg Gadamer intitolato secondo la celebre frase di Ponzio Pilato:
"Che cos'è la verità?" (Rivista di filosofia, XLVII, 3). Il governatore romano, secondo
Gadamer, espone in questa risposta in anticipo una delle basi del moderno Stato
laico, la consapevolezza che non esiste una "verità di Stato". Non possono essere le
autorità pubbliche a stabilire la fondatezza della fisica quantistica o la data della
scoperta dell'America: qui il campo è riservato agli scienziati - che naturalmente
possono sbagliare ma devono correggersi fra loro. Popper ha mostrato come la
scienza sia più un sistema per filtrare gli errori che per trovare direttamente la verità.
E però certamente la sfera della politica consiste in decisioni da prendere, intorno a
cui non vi è certezza. Anzi, il regime dell'incertezza e del rischio (su cui abbiamo già
parlato) costituisce il terreno proprio della politica. Gorgia sbaglia non perché
attribuisce uno spazio autonomo di decisione alla politica, come sembra credere
Socrate; ma perché estende questo spazio al campo in cui agisce un sapere costituito,
come la medicina. La pretesa di giudicare a furor di popolo che cosa è vero (per
esempio se esista un effetto concerogeno delle radiazioni elettromagnetiche o dei
prodotti transgenici), ignorando i dati scientifici o cercando di svalutare
personalmente coloro che li espongono, non rientra nel campo della democrazia, ma
della demagogia (dal greco demos, popolo e ago, conduco, trascino). |