RASSEGNA STAMPA

13 APRILE 2001
PIERGIORGIO ODIFREDDI
Il diametro della via lattea
Un saggio di Kitty Ferguson
L'uomo, o almeno un certo tipo di uomo, classifica le donne in base ad alcune misure, stimate più o meno correttamente sulla base di indizi più o meno significativi. L'astronomo, o almeno un certo tipo di astronomo, classifica allo stesso modo pianeti, stelle e galassie. A questa eccitante e millenaria impresa di misurazione dell'universo è dedicato Dalla terra alle galassie di Kitty Ferguson (Longanesi, pagg.
300, lire 30.000): un bel libro di divulgazione che narra, come in un romanzo, le imprese intellettuali e tecnologiche dei geometri del cosmo dall'antichità ai giorni nostri. Le prime prosaiche misure della storia sono state naturalmente effettuate sulla Terra, e da esse la geometria deriva il suo stesso nome. A inaugurarne le imprese leggendarie fu Talete, che durante una gita alle piramidi nel sesto secolo a.C. risolse un problema che turbava gli egiziani dell'epoca: calcolarne l'altezza con il metro (o meglio, la stadia), che era il solo strumento di misura disponibile. Il lettore che provi a mettersi nei suoi panni noterà che la cosa è immediata per i lati e gli spigoli della piramide, che sono accessibili dal di fuori, ma non per l'altezza, che sta "dentro". L'idea di Talete fu di misurare, invece dell'altezza della Grande Piramide, la sua ombra in un particolare momento. Anzitutto, quando il Sole è a 45 gradi: così l'altezza è uguale all'ombra. In secondo luogo, quando i raggi sono perpendicolari alla base della piramide: così la parte dell'ombra che sta "dentro" la piramide è metà del lato, e basta aggiungerle quella che sta fuori. Naturalmente, le due condizioni si verificano raramente: a Giza il Sole è a 45 gradi soltanto due giorni dell'anno, e i suoi raggi sono perpendicolari alla base della piramide soltanto in un momento della giornata (a mezzogiorno, perché i lati del monumento sono orientati secondo i punti cardinali). Talete andò sul luogo al momento giusto, e stupì i suoi contemporanei. Il suo ragionamento era sottile, come dimostra il fatto che ancor oggi c'è chi non l'ha capito: ad esempio il filosofo Roberto Casati, che nel suo sopravvalutato libro La scoperta dell'ombra (Mondadori) ne dice delle belle al riguardo. Una volta misurati i monumenti più grandi, venne il turno della Terra intera. Fu Eratostene, direttore della Biblioteca di Alessandria e amico di Archimede, a compiere l'impresa nel terzo secolo a.C..
Egli sapeva che a Siene, vicino all'odierna Assuan, c'era un pozzo nel quale la luce del Sole entrava a perpendicolo a mezzogiorno del solstizio d'estate. In quel momento Eratostene misurò ad Alessandria l'ombra di un bastone, e ne dedusse l'angolo del Sole rispetto alla perpendicolare.
Poiché questo era uguale all'angolo tra Alessandria e Siene, si sapeva ora quale porzione angolare della circonferenza terrestre le due città individuavano. Dalla loro distanza, valutata in base al numero di giorni necessari per andare a cammello dall'una all'altra, Eratostene dedusse correttamente che la circonferenza terrestre è di circa 40.000 chilometri. Nello stesso secolo Aristarco di Samo, che oggi ricordiamo per aver proposto per primo il sistema eliocentrico, calcolò la distanza della Luna dalla Terra.
Osservando le due fasi di un'eclisse lunare totale, in cui dapprima la Luna si oscura gradualmente e poi rimane completamente nascosta, Aristarco si accorse che duravano lo stesso tempo: questo significa che la Luna attraversa il cono d'ombra terrestre dove esso è pari al doppio della sua grandezza. Osservando un'eclisse solare totale, notò che la Luna copre esattamente il Sole: questo significa che le loro grandezze apparenti sono uguali. Poiché il Sole è molto più grande della Terra, la sua grandezza apparente è la stessa del cono d'ombra terrestre. Fatte le debite proporzioni, Aristarco dedusse correttamente da tutto ciò che la distanza Terra-Luna è circa 30 diametri terrestri, cioè 370.000 chilometri. Fatto trenta, si poteva cercare di far trentuno: calcolare, cioè, anche la distanza del Sole dalla Terra.
Questa volta Aristarco notò che nel periodo di mezza Luna, quando vediamo esattamente metà della sua faccia illuminata, la linea che la collega al Sole dev'essere perpendicolare a quella che la collega alla Terra. I tre corpi celesti formano dunque un triangolo rettangolo, e basta misurare l'angolo formato da Luna e Sole rispetto alla Terra per determinarne le proporzioni. Purtroppo misurare angoli è (e, soprattutto, era) più difficile che misurare distanze, e questa volta Aristarco sbagliò di grosso: credette che la distanza del Sole dalla Terra fosse solo 19 volte maggiore di quella della Luna, mentre è 400 volte maggiore. Il più grande astronomo dell'antichità, Ipparco di Nicea, ricalcolò la distanza della Luna con un metodo che sarebbe divenuto classico: misurandone la parallasse, cioè gli angoli formati rispetto a due punti posti a distanza nota. La natura ci ha forniti di due occhi proprio per permetterci di valutare in tal modo le distanze di oggetti non troppo lontani. Per oggetti lontani, i due punti di osservazione devono però distare ben più che una decina di centimetri. Per la parallasse della Luna, nel 189 a.C. Ipparco fece le sue due misure ad Alessandria e in Ellesponto. Per quella di Marte, nel 1672 Giandomenico Cassini dovette farne una a Bologna e far fare l'altra in Caienna. Con un problema aggiuntivo: sincronizzare precisamente le due misure, senza avere orologi (se non i pendoli, che non gradivano le traversate atlantiche). La soluzione fu di usare i satelliti di Giove come un orologio astronomico, e il risultato fu che dalle misure di Cassini si poté dedurre una buona approssimazione della distanza Terra-Sole: 140 milioni di chilometri. Il valore corretto di 150 milioni di chilometri venne calcolato nel 1761, misurando la parallasse di Venere con misure effettuate in mezzo mondo. Grazie alle leggi di Keplero, dalla distanza di un solo pianeta dal Sole si possono dedurre le distanze di tutti gli altri pianeti dai loro anni planetari: a questo punto le proporzioni del sistema solare erano dunque note. Per misurare distanze stellari, due punti sulla Terra non bastavano più: la nuova idea, già suggerita da Galileo, fu di sfruttare l'intera orbita terrestre e prendere le due misure dallo stesso punto, ma a un intervallo di sei mesi. Nel 1838 Friedrick Bessel e Thomas Henderson misurarono così le prime parallassi stellari e scoprirono che la stella più vicina, Proxima Centauri, si trova a 4 anni luce da noi: circa 200.000 volte la distanza Terra-Sole. Il metodo della parallasse è usato ancora oggi, con misure prese da telescopi spaziali e satelliti, ma non va oltre qualche centinaio di anni luce. Per arrivare ai limiti della Via Lattea e superarli, bisognava inventare un metodo nuovo.
Lo trovò nel 1908 Henrietta Leavitt, che scoprì nelle Nubi di Magellano dei veri e propri fari cosmici: le cefeidi, stelle la cui luminosità varia periodicamente, con un periodo che dipende soltanto dalla loro grandezza (la più vicina a noi è la Stella Polare). Una volta calcolata la distanza di una cefeide mediante parallasse, le distanze di tutte le altre si possono determinare in base al confronto fra la loro luminosità apparente e quella reale, dedotta dal periodo. In questo modo si è trovato che la Via Lattea ha un diametro di circa 100.000 anni luce. Andromeda, che è la galassia più vicina alla nostra, dista più di 2 milioni di anni luce, e risulta essere il più lontano oggetto visibile a occhio nudo. L'ammasso della Vergine, verso cui la Via Lattea sta muovendosi, è a 60 milioni di anni luce. Per spingersi verso i confini dell'universo, anche le cefeidi non bastano: bisogna usare le supernove o le stesse galassie come fari cosmici, oppure passare ad altri metodi. Uno in particolare: l'effetto Doppler della luce, simile al cambiamento di frequenza del suono che si sperimenta quando una sirena si avvicina o si allontana.
Proprio questo effetto permise a Edwin Hubble di fare nel 1928 una scoperta epocale: l'espansione dell'universo. Dalla velocità di espansione, sulla quale c'è ancora molta incertezza, si possono derivare le dimensioni estreme dell'universo, che stanno tra i 10 e 15 miliardi di anni luce.
Al di là c'è solo Dio, quello stesso che chiese seccato a Giobbe (38, 5): "chi ha stabilito le dimensioni, chi le ha misurate?".
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