La terza età dell'inconscio| Il nostro inconscio cambia con gli anni? E' in libreria il primo manuale per curare l'anima degli anziani |
| Eugène Minkowski già negli anni Trenta aveva scritto sulla psicologia della vecchiaia e su alcuni tipi di demenza, e prima ancora Ferenczi. Poi, con il trascorrere del tempo, molti autori (fra cui Karl Abraham, André Green, Le Gouès, per citarne soltanto alcuni) si sono addentrati nelle tematiche del rapporto terapeutico con gli anziani. In parecchi manuali di psicogeriatria ci sono quasi sempre capitoli dedicati ai vari tipi di psicoterapia dell'anziano.
Ma non c'era mai stata un trattato articolato e complesso sul tema prima della pubblicazione del Manuale di psicoterapia dell'anziano, appena uscito per i tipi di Bollati Boringhieri e curato da Paolo Scocco, Diego De Leo e Luigi Pavan, "Personalmente ancora non ho letto questo Manuale di psicoterapia dell'anziano - dice Marcello Turno, psichiatra e psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana e già docente di Psicologia dell'anziano presso la scuola di specializzazione di Geriatria (Facoltà di Medicina e chirurgia A. Gemelli di Roma) - ma il fatto che un gruppo di studiosi si sia dato da fare per organizzarlo e darlo alle stampe è certamente un buon segno. Questo significa che l'attenzione nei confronti degli anziani (cioè di noi stessi tra un breve futuro) è crescente e questo ci fa ben sperare".
Si può dire che è stato uno stereotipo ben sintetizzato in un parere di Freud: "Dopo i cinquant'anni le persone non sono più educabili" - a pesare a lungo sulla possibilità di curare con la psicoterapia gli anziani? Forse può essere vero, ammette Marcello Turno. Va però ben tenuta presente in quale epoca Freud fece tale affermazione.
"Ricordiamoci che all'inizio del secolo, cioè cento anni fa - dice lo psichiatra - la vita media dell'uomo era di quarant'anni circa mentre oggi ci aggiriamo intorno agli ottanta, Quello che il padre della psicoanalisi afferma è anche parte di una visione della vita di quei tempi. 0ggi la prima cosa che mi viene in mente è il nutrito gruppo dì amici cinquantenni che cercano di poter operare un cambiamento proprio grazie alla psicoanalisi. Perché disilluderli? Con il prolungarsi della vita la richiesta di aiuto tocca anche le persone di una certa età e chi fa richiesta di un trattamento psicoterapeutico ha, in cuor suo, già
l'idea di poter cambiare, sicuramente migliorare... stare bene".
Quanto all'esistenza di certe difficoltà, in generale, ad accettare in trattamento un paziente anziano, Marcello Turno si augura innanzitutto "che
non ci siano pregiudizi". Per lo psicoanalista (che è inoltre responsabile
scientifico di un progetto che si occupa della malattia di Alzheimer), l'unico motivo per un terapeuta potrebbe rifiutare di accogliere in analisi un paziente anziano è una franca gerontofobia. Si tratterebbe dì un timore di immedesimarsi troppo con quel tipo di paziente o di avere la sensazione di avere poco tempo davanti e quindi di sentirsi frustrati sul piano della progettazione. "Ma un buon terapeuta - aggiunge - non dovrebbe avvertire questi problemi, a meno che non sia competente solo per l'infanzia e l'adolescenza; comunque un paziente anziano in terapia può risultare un'esperienza molto interessante e non povera di sorprese".
Occorre ricordare che la vecchiaia è associata al concetto di perdita: è una perdita generale che coinvolge sia il corpo che la mente, ma anche gli affetti e il sociale. E' il momento in cui si esce dal mondo del lavoro e si soffre molto della perdita del proprio ruolo, è il momento in cui si vedono morire gli amici o può subentrare una vedovanza, è il momento in cui, avendo una mente ancora attiva e vivace, si avvertono le "stanchezze" del corpo.
Da un punto di vista sia fisico che cognitivo si registrano quasi quotidianamente delle carenze: "Non sono più quello di una volta", sentiamo spesso lamentarsi l'anziano. Così, a questa sensazione, si aggiunge il profondo senso di solitudine e del tempo che porta inesorabilmente verso la morte, il senso di inutilità, eccetera. In circostanze come queste la depressione è in agguato, specialmente se non sono stati fatti sufficienti investimenti sulle proprie risorse oppure se non si è dotati di una adeguata capacità di adattamento.
Come si può intervenire nei casi di minaccia di suicidio? Marcello Turno dà questa risposta: "Se nella storia della persona anziana ci sono trascorsi che riguardano disagi psichici o una storia di depressione bisogna stare sempre allerta. Se si verifica un life event, la così detta incidenza di "traumi reali", che condiziona la vita della persona e lo porta a soffrire molto, una psicoterapia di sostegno può essere di grande aiuto. Per quanto riguarda una minaccia di suicidio, beh! se proprio c'è minaccia questa la si può leggere come una richiesta d'attenzione, allora tocca all'interlocutore (un parente, un amico, lo stesso terapeuta) comprendere il significato di tale messaggio e intervenire. A volte basta poco... Chi ha deciso di togliersi la vita di solito lo fa e basta, a volte è anche molto difficile accorgersi dei prodromi che portano ad una simile decisione".
Infine: per lavorare psicoterapeuticamente con gli anziani, scrive lo psicoanalista Luigi Pavan nell'introduzione al Manuale di psicoterapia dell'anziano è necessario avere la "vocazione", così come Nina Coltart (1993) definisce quella profonda convinzione emotiva e intellettuale che l'individuo nutre di perseguire uno scopo assolutamente adatto a sé", al di là di ogni richiamo controtransferale. E anche Turno si mostra pienamente d'accordo. "L'empatia, la capacità di accoglienza, l'essere genuinamente interessati alla storia del paziente aiuta molto la relazione terapeutica. La vocazione è la stessa che spinge un terapeuta a fare questa scelta professionale". |