| La scienza non può governare il mondo | Un uomo qualunque, uno scienziato e uno statistico attraversano un giorno in treno il confine tra Inghilterra e Scozia. Vedono una pecora nera, di fianco. «Toh, le pecore in Scozia sono nere!» esclama il primo. «Tu puoi dire, a rigore, solo che in Scozia c'è una pecora nera», commenta il secondo. «Sbagliato - precisa lo statistico - possiamo solo dire che almeno un lato di pecora scozzese è nero».
Questo aneddoto sta a significare che l'uomo della strada trae da ciò che vede le sue deduzioni, magari sbagliare, ma le trae. Uno scienziato (e a maggior ragione uno statistico), per rispetto al metodo, preferisce astenersene. E per questo che la precisissima scienza non si presta a governare il mondo. Avrebbe detto Einstein: «Piuttosto che a un fisico, preferirei affidare il governo del Paese alla mia cuoca». L'incapacità decisionale è nella natura stessa della scienza, figlia del «dubbio sistematico» di Cartesio e della «incertezza» di Popper. Essa dispone tuttavia di una risorsa: il calcolo delle probabilità. Dopo un gran numero di osservazioni, può calcolare quanta probabilità c'è che un fenomeno si verifichi.. più o meno l'errore standard. Può dire, ad esempio, che è altamente improbabile che un cittadino contragga il morbo di Creutzfeldt-jakob (forse da una mucca pazza) e stimare questa piccolissima probabilità a circa un caso su un milione di cittadini per anno, che è la frequenza valutata in Italia Raggiunta questa conclusione può pronunciarsi, e... apriti cielo!
Se c'è una cosa che l'uomo della strada non capisce è il concetto di probabilità. Per lui «probabile» significa comunque possibile.
I valori della probabilità sono numeri frazionari e lui non sa di matematica. In genere si ritiene, per un congenito sospetto nella jella che ci accompagna, che una eventualità negativa sia più alle porte di una favorevole. In questa situazione, il governo si rivolge alla scienza, questa presenta i suoi dati, e un povero ministro, per rassicurare la popolazione, e in particolare se stesso, prende la decisione estrema: abbattere la mucca pazza, e tutte le mucche dello stesso allevamento, e tutti gli allevamenti della stessa regione. E' vero, la malattia non è contagiosa e tanto meno epidemica ma, per azzerare le probabilità, bisogna azzerare le mucche. Che ciò produca danni gravi, non solo alle mucche e ai loro allevatori, ma anche alla popolazione, forzata a cambiare bruscamente abitudini alimentari, al politico non può interessare. Egli sa che il cittadino che prenderà la encefalopatia spongiforme (magari un vegetariano che ha mangiato una polpetta), quello scalognato estremo, dirà: «Perché non me lo avevi detto?» e chiederà i danni. Il caso delle onde elettromagnetiche emesse dalle antenne vaticane è sullo stesso registro. Se si vuole scansare ogni rischio di tumori, oscuriamo l'emittente e nessuno accuserà il governo di quelle misteriose leucemie.
In conclusione, bisogna aggiungere che non è lo scienziato il governante più pericoloso. E' il politico che prende a gestire i dati della scienza senza avere vissuto i suoi travagli. Lo scienziato conosce almeno il valore delle probabilità e i limiti del metodo e può consentirsi alla fine un po' di moderazione, a rischio di farsi rimproverare di essere «pragmatico», come è toccato a Veronesi. Egli sa per esempio che i fattori a rischio di causare tumori sono più di cento e, a prevenirli tutti, cesseremmo dì produrre, di comunicare e di alimentarci. Un politico, come Bordon, che vuol essere «umanitario» basandosi sui dati della scienza, rischia davvero di fermare il Paese in attesa di assicurazioni che non verranno mai. |