RASSEGNA STAMPA

10 APRILE 2001
EDMONDO BERSELLI
"Allarme" elettrosmog tra esorcismi e furbizia
Alla scienza si chiedono risposte. Agli scienziati si guarda con una specie di ansia positivista, come se le procedure scientifiche potessero tradursi in un progresso continuo e continuamente accertabile. Per dire, l'aspettativa popolare della sconfitta radicale del cancro induce a guardare ai medici come ai detentori di un sapere che si colora di speranza. Lo schema è semplice. Esiste una malattia insidiosa, e dall'altra parte c'è lo specialista che combatte la battaglia per sconfiggerla: lo scienziato si qualifica come un eroe. Se assume un incarico pubblico, come è accaduto a Umberto Veronesi, ciò si traduce in un favore generale che prescinde dalle simpatie di schieramento, Veronesi è le scienziato prestato alla politica, l'uomo che possiede la tecnica per curare morbi temibili, è colui che evoca insieme certezze e speranze.
Ma non appena Veronesi, come è successo per la legge sull'elettrosmog, offre la sua visione delle priorità a cui dedicare le risorse nazionali, non è più lo scienziato: diviene il portatore di una posizione "politica"; le sue competenze e le sue convinzioni non sono più una verità reverenziale, ma diventano contestabili politicamente.
Sotto questo aspetto, il caso dell'elettrosmog è esemplare. Si tratta di un tema su cui la comunità scientifica può dire soltanto quello che dice: cioè che non esistono prove fattuali che le onde elettromagnetiche provochino un aumento dell'incidenza di forme tumorali. Questo ha ribadito Veronesi, con il sostegno di scienziati autorevoli, suggerendo di destinare le risorse pubbliche al controllo e alla riduzione dei fattori accertata di insorgenza dei tumori.
A questo punto, una serie di figure politiche (Willer Bordon, Grazìa Francescato, Alfonso Pecoraro Scanio) ha alzato la polemica, stigmatizzando che un tecnico, Veronesi, si inserisse nel campo delle scelte politiche. Perché la politica, o una sua parte, diffida della scienza, sospettando un intrecciò fra la ricerca, la tecnica e l'industria tutto finalizzato al profitto: il transgenico, mucca pazza, l'elettrosmog, l'uranio impoverito, l'effetto serra, sarebbero strumenti e conseguenze dì uno sfruttamento totale della natura e dell'ambiente.
Gli scienziati possono appellarsi a un criterio di responsabilìtà. La politica invoca un principio di precauzione. Sono due logiche incompatibili: ed è per questo che nei dibattiti politici serve a poco chiedere il contributo della scienza. Gli scienziati ragionano sui dati di fatto, sui fenomeni prevedibili, sulle ricorrenze statistiche; i politici su ciò è su ciò che potrebbe essere in futuro, comprese le angosce collettive.
Dunque non é da stupirsi se Veronesi viene contestato quando suggerisce agende di priorità: per uno scienziato le scelte pubbliche si iscrivono in un continuuum di razionalità pratica; ma la politica incorpora anche l'irrazionale senza esitare nemmeno davanti alla demagogia.
Di fronte a ciò che è incerto, imprevedibile, apparentemente insondabile, l'amalgama politico dì paure ed esorcismi rischia di avere carte più facili e migliori rispetto al rigore scientifico dei dati.
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