Seneca, la saggezza di un ricco| Un libro
di Grimal sul grande filosofo, banchiere e senatore |
| Può uno stoico essere molto ricco? O chi teorizza la "libertà' dell'uomo dalle passioni essere il consigliere di un imperatore? E in questo ruolo condividere anche la necessità, talvolta, dell'omicidio? Se le origini ciniche dello stoicismo o il rigorismo etico dei suoi primi maestri, sembrerebbero negarlo decisamente, sono diversi momenti della sua storia, è il caso di Seneca, ad affermare il contrario.
Si apprende nei frammenti e nelle testimonianze dei primi stoici che la ricchezza, il potere, la salute, la bellezza e altri siffatti beni appartengono all'ambito degli "indifferenti". Che la virtù, l'adeguamento dell'uomo al Logos divino che regge il mondo, è il vero "bene", mentre ogni resistenza a esso, e quindi lo scivolamento nel vario mondo delle passioni, è il "male". Infine, che ogni forma di stato, di potere organizzato, è, superflua perché il saggio stoico ha dentro di sé le sue leggi, è autonomo, e appartiene a una sovrana comunità di saggi sparsi per il mondo, è appunto un kosmopolites.
Se a queste intuizioni dei primi maestri dovevano anche rispondere alle esigenze psicologiche di un mondo che con Alessandro il Grande aveva perso
il suo baricentro etnico-culturale allargando i suoi orizzonti fino a comprendere l'Egitto e l'Oriente. Lo stoicismo, un po' come il cristianesimo nel tardo impero, conobbe una fortuna che i suoi padri non avrebbero mai previsto né cercato.
Già presso i regni ellenistici, ma ancor più a Roma, pensatori stoici cominciano a interagire col potere. Panezio e Plinio (II-I sec. a.C.) operano in ambiente romano e teorizzano una potente analogia tra il Logos divino e universale e l'oligarchia senatoria che ne sarebbe la replica
in questo nostro mondo. Lo sforzo teorico di Cicerone nella sua opera filosofica e politica sembrerebbe tutto inteso a dimostrarne l'efficacia e la bontà.
Così, quando è la volta di Seneca, le premesse di quest'identificazione potere terreno/logos divino sono già ampiamente collaudate. Ma quella di Seneca, come mostra Pierre Grimal nel suo celebre saggio che oggi Garzanti ci propone in edizione italiana, è la figura più complessa, interessante
e meglio conosciuta di questa scuola dì pensiero.
Lo è innanzitutto, perché nei momenti più difficili della sua vita dovette attingere la forza per resistere proprio dalla "disumana" o "quasi-divina" semplicità dell'insegnamento dei primi stoici. L'uomo che era di casa nella famiglia dì Germanico, che conobbe la corte del fratello Claudio e ancor più quella del nipote Nerone, si trovò precipitato come prigioniero per quasi due lustri nella più sorda solitudine in Corsica, o dovette attendere l'ordine di morire per ben tre anni dopo essersi congedato dal principe. Lo è, per aver teorizzato nel De clementia (scritto per il giovane Nerone), un concetto
di potere tra ì più audaci e geniali che siano mai esistiti. Vi confluiscono elementi solo apparentemente contraddittori, come lo statuto divino dell'imperatore e il suo potere assoluto da una parte, e il profondo rispetto delle prerogative del senato, dei magistrati, dei cittadini, dei provinciali, di ogni uomo dall'altra. Perché a garantire il principe contro ogni abuso o eccesso vi è costante il richiamo a quella Ragione universale di cui sarebbe l'interprete grazie alla mediazione del filosofo-consigliere. Lo è ancora, per aver scardinato nei suoi scritti i pregiudizi antropologici e politici su cui si fondava la distinzione tra liberi e schiavi, predicando la sostanziale uguaglianza di tutti gli uomini. Lo è infine, per aver saputo rappresentare nei suoi Dialoghi e nel suo teatro l'inconsistenza, il danno, la pericolosità delle passioni da cui ci facciamo normalmente assediare. Il saggio di Grimal restituisce in tutta la sua ricchezza la complessità del pensiero e dell'azione di questo grande maestro. |