| Stanley Cavell, "La riscoperta dell'ordinario", Roma 2001, Carocci ,
pagg. 532, L. 63.000. | Se per gli antichi il dubbio scettico rivestiva un valore etico-pratico, e
la sospensione del giudizio aveva come unico scopo quello di liberare
dall'ansia che gli stati di certezza e di incertezza del pari generavano,
con Cartesio esso ha finito per occupare una dimensione puramente
teoretica, e ad assumere una rilevanza solo per l'epistemologia e per
la metafisica, lontano dalle occupazioni e dalle preoccupazioni del
quotidiano.
Proprio in ragione dell'artificiosità del dubbio cartesiano, della
speciosità dell'idea che si debba sapere di non star sognando o di
non essere ingannati da un demone maligno se si deve dire di
conoscere qualcosa, molti filosofi hanno rifiutato la sfida scettica
come inintelligibile o priva di senso. Moore è noto per aver mostrato
le sue mani come dimostrazione che il mondo esterno esiste,
riportando provocatoriamente la domanda scettica sul piano del
senso comune. Austin, maestro di Cavell, ha fatto del dubbio
scettico una questione di abuso del linguaggio che certi "trucchi
metafisici" comportano. Wittgenstein era d'accordo con Moore nel
ritenere "incontestabile" il fatto di avere due mani, ma si rifiutava di
parlare in quel caso di "conoscenza", giacché quella certezza, come
tante altre certezze basilari, è parte del "metodo" della nostra
ricerca, è parte dell'"impalcatura" che sostiene le nostre credenze;
non è conoscenza perché non è né vera né falsa, e perché non
comporta un vedere da parte nostra il fondamento, bensì un agire, un
saper fare in un gioco linguistico.
Cavell, facendo suo l'atteggiamento analitico verso lo scetticismo e
recuperandone la dimensione pratico-esistenziale, ci dice che esso
deve misurarsi col fatto che "la nostra relazione con il mondo come
un tutto non è una relazione di conoscenza". Come Heidegger,
Wittgenstein, Rorty e prim'ancora Hume e Dewey, Cavell sostiene
che lo scetticismo risulta dall'abbandono del punto di vista
dell'"attore" per quello dello "spettatore". Eppure, per lui lo
scetticismo ha l'aria di una scoperta scioccante; la riflessione
filosofica rivela qualcosa di assolutamente inatteso circa il nostro
modo ordinario di vedere le cose, qualcosa di più profondo rispetto
alle nostre idee quotidiane; e dunque non è non senso. In esso è
riconoscibile una verità, all'apparenza patologica e in realtà
fisiologica, che ci rimanda a quella "delusione umana in merito alla
conoscenza umana" che a sua volta richiama la lezione di
Wittgenstein quando vede ineluttabile il nostro impulso a forzare le
sbarre del linguaggio, a estrarre l'"ordine" dall'ordinario; impulso che
non è della nostra natura biologica, bensì di una forma di vita umana
fondamentale che sottende tutte le formazioni culturali.
Questo richiamo a una "seconda natura" nell'uomo è oggi di
particolare attualità nel trattare di problemi di conoscenza e di
linguaggio privilegiando un punto di vista normativo (penso soprattutto
a Brandom). Anche l'idea che ogni nostro cimento in questi campi
debba iniziare con una considerazione di che cos'è e di come
funziona un criterio, e dunque ci riporti a questioni di istruzione (per
esempio, a come impariamo e come insegniamo una parola), di
contesto e di "sfondo", fa sì che il contributo di Cavell anticipi tante
odierne riattualizzazioni del pragmatismo e tante letture in chiave
sociologico-pragmatista sia di Wittgenstein sia di Heidegger.
Lo scetticismo, come ben mostra la postfazione di Davide Sparti, è il
teatro in cui si apre e si chiude la scena del libro di Cavell. Gli
attori-eroi che compaiono in ordine sparso sono Austin, Wittgenstein,
Nietzsche, Kierkegaard, Heidegger, Dewey, Freud, Shakespeare,
Blake; e poi i trascendentalisti americani Thoreau e Emerson,
Thomas Mann, Hemingway, il cinema. L'esito è una brillante prosa
"terapeutica" che acquista anche il senso, per Cavell ineludibile, di
un'autobiografia americana. |