RASSEGNA STAMPA

1 APRILE 2001
ALESSANDRO PAGNINI
Scettici per natura
Stanley Cavell, "La riscoperta dell'ordinario", Roma 2001, Carocci , pagg. 532, L. 63.000.
Se per gli antichi il dubbio scettico rivestiva un valore etico-pratico, e la sospensione del giudizio aveva come unico scopo quello di liberare dall'ansia che gli stati di certezza e di incertezza del pari generavano, con Cartesio esso ha finito per occupare una dimensione puramente teoretica, e ad assumere una rilevanza solo per l'epistemologia e per la metafisica, lontano dalle occupazioni e dalle preoccupazioni del quotidiano.
Proprio in ragione dell'artificiosità del dubbio cartesiano, della speciosità dell'idea che si debba sapere di non star sognando o di non essere ingannati da un demone maligno se si deve dire di conoscere qualcosa, molti filosofi hanno rifiutato la sfida scettica come inintelligibile o priva di senso. Moore è noto per aver mostrato le sue mani come dimostrazione che il mondo esterno esiste, riportando provocatoriamente la domanda scettica sul piano del senso comune. Austin, maestro di Cavell, ha fatto del dubbio scettico una questione di abuso del linguaggio che certi "trucchi metafisici" comportano. Wittgenstein era d'accordo con Moore nel ritenere "incontestabile" il fatto di avere due mani, ma si rifiutava di parlare in quel caso di "conoscenza", giacché quella certezza, come tante altre certezze basilari, è parte del "metodo" della nostra ricerca, è parte dell'"impalcatura" che sostiene le nostre credenze; non è conoscenza perché non è né vera né falsa, e perché non comporta un vedere da parte nostra il fondamento, bensì un agire, un saper fare in un gioco linguistico.
Cavell, facendo suo l'atteggiamento analitico verso lo scetticismo e recuperandone la dimensione pratico-esistenziale, ci dice che esso deve misurarsi col fatto che "la nostra relazione con il mondo come un tutto non è una relazione di conoscenza". Come Heidegger, Wittgenstein, Rorty e prim'ancora Hume e Dewey, Cavell sostiene che lo scetticismo risulta dall'abbandono del punto di vista dell'"attore" per quello dello "spettatore". Eppure, per lui lo scetticismo ha l'aria di una scoperta scioccante; la riflessione filosofica rivela qualcosa di assolutamente inatteso circa il nostro modo ordinario di vedere le cose, qualcosa di più profondo rispetto alle nostre idee quotidiane; e dunque non è non senso. In esso è riconoscibile una verità, all'apparenza patologica e in realtà fisiologica, che ci rimanda a quella "delusione umana in merito alla conoscenza umana" che a sua volta richiama la lezione di Wittgenstein quando vede ineluttabile il nostro impulso a forzare le sbarre del linguaggio, a estrarre l'"ordine" dall'ordinario; impulso che non è della nostra natura biologica, bensì di una forma di vita umana fondamentale che sottende tutte le formazioni culturali.
Questo richiamo a una "seconda natura" nell'uomo è oggi di particolare attualità nel trattare di problemi di conoscenza e di linguaggio privilegiando un punto di vista normativo (penso soprattutto a Brandom). Anche l'idea che ogni nostro cimento in questi campi debba iniziare con una considerazione di che cos'è e di come funziona un criterio, e dunque ci riporti a questioni di istruzione (per esempio, a come impariamo e come insegniamo una parola), di contesto e di "sfondo", fa sì che il contributo di Cavell anticipi tante odierne riattualizzazioni del pragmatismo e tante letture in chiave sociologico-pragmatista sia di Wittgenstein sia di Heidegger.
Lo scetticismo, come ben mostra la postfazione di Davide Sparti, è il teatro in cui si apre e si chiude la scena del libro di Cavell. Gli attori-eroi che compaiono in ordine sparso sono Austin, Wittgenstein, Nietzsche, Kierkegaard, Heidegger, Dewey, Freud, Shakespeare, Blake; e poi i trascendentalisti americani Thoreau e Emerson, Thomas Mann, Hemingway, il cinema. L'esito è una brillante prosa "terapeutica" che acquista anche il senso, per Cavell ineludibile, di un'autobiografia americana.
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