RASSEGNA STAMPA

25 MARZO 2001
ARMANDO MASSARENTI
Percezioni di un'altra esperienza
Una disciplina oggi considerata solo come filosofia dell'arte ma che può diventare un pilastro di una teoria della conoscenza
«L'altra estetica», a cura di Maurizio Ferraris e Pietro Kobau, Einaudi Torino 2001, pg. 352, L.38.000.
Per capire che cos'è L'altra estetica di cui parla questo libro metà teoretico e metà antologico bisogna innanzitutto chiedersi quale sia, e se esista, oggi un'estetica dominante. Maurizio Ferraris, autore del saggio di apertura intitolato Estetica sperimentale, ne è sicuro e ne delinea gli aspetti di fondo. L'estetica oggi praticata dalla maggior parte dei filosofi si presenta esclusivamente come una "filosofia dell'arte" e si basa su una visione di tipo scettico. Il mondo vero, con Nietzsche, è diventato favola. Realtà e finzione non sono distinguibili. Non esistono fatti ma solo interpretazioni. E la stessa arte diventa un'entità generica, astratta, irreale, incapace di occuparsi di ciò di cui essenzialmente è fatta: di opere, «singole e individuali», e di «un insieme di tecniche via via raccolte in canoni più o meno aperti». Prevale una forma di scetticismo "postmoderno" - diverso sia da quello antico, che sospendeva ogni tesi, sia da quello moderno, radicale ma al fine di affermare per contrasto verità più salde - che si è fatto testardamente assertivo: che la realtà non esista è un fatto, e dunque, nichilisticamente, non c'è nulla che valga la pena di essere cercato.
L'estetica sperimentale di Ferraris è una reazione a questa visione. Egli la interpreta come un'ontologia, cioè un modo di rispondere alla domanda su "che cosa c'è" nel mondo. Ma, poiché ci sono molte più cose in cielo e in terra che nei sogni di questa ontologia, ritiene sia bene costruirne una alternativa. Che sarà una "ontologia applicata" (vedi «Il Sole-24 Ore» di domenica scorsa) capace di trarre giovamento dalle lezioni della psicologia della percezione (dalla quale i filosofi dell'arte traggono insegnamenti fuorvianti); della fisica ingenua (che mostra modalità di conoscenza del mondo legate all'esperienza quotidiana, non meno importanti di quelle delle scienze) e della storia stessa dell'estetica.
Una storia, anche questa, "altra" rispetto a quelle usuali. L'estetica fu fondata come nuova disciplina nel 1750 da Baumgarten. La definì «scienza della conoscenza sensibile», dividendola in «teoria delle arti liberali, gnoseologia inferiore, arte del pensare in modo bello, arte dell'analogo della ragione». Mentre questo viene considerato usualmente l'inizio della storia dell'estetica come oggi la si intende (concentrate sulle arti e non sulla gnoseologia) la parte antologica del volume risale indietro nel tempo per recuperare gli antecedenti di una "scienza del sentire" (tale è infatti il senso etimologico della parola "estetica") e i problemi filosofici ad essa pertinenti. Quali sono i rapporti tra vedere e sentire, tra mente e corpo, tra estetica e logica? Che cos'è l'anima? Gli angeli vedono meglio o peggio di noi? Che cos'è un fantasma? Domande che potranno sembrare strane, ma che possono essere ritradotte oggi in una prospettiva filosofica che non pone il linguaggio al centro di ogni cosa ma che sappia spiegare il rapporto tra pensieri, concetti e percezioni.
Che pensiero e percezione non vadano sempre d'accordo lo aveva capito Leibniz, cui si rifaceva Baumgarten. Entrambi contestavano a Cartesio che non sempre un'idea chiara è anche distinta. Posso vedere chiaramente qualcosa senza conoscerla in modo distinto. Posso vedere un colore senza conoscerne numericamente l'intensità cromatica. Le conoscenze vere, o affidabili, non sono solo quelle riducibili a distinzione, a numero, a ragione. Esiste anche un'altra gnoseologia che si basa sulla sensibilità e non sul numero, sulla qualità e non sulla quantità. Si tratta di un sapere vago, ma in campi in cui la vaghezza è una virtù senza la quale non conoscere in maniera appropriata i fenomeni: «Per poter percepire il verde in una polvere mescolata di giallo e azzurro, è necessario non cogliere i grani gialli e quelli azzurri; per sentire il mormorio del mare è necessario non distinguere il rumore delle singole gocce». In generale, bisogna cogliere «il nesso essenziale tra vaghezza, ontologia e sensibilità», perché «la realtà è per definizione vaga». Il che non significa che non esista o che non sia possibile alcuna oggettività. Significa che non si può applicare lo stesso grado di esattezza ad ogni ambito conoscitivo. Un eccesso di esattezza può impedire di vedere o di sentire (e, al contrario, talvolta la percezione può risolvere dei problemi logici).
Non è vero che la scienza non pensa, come voleva Heidegger. Il problema, semmai, è che non sente. Per ovviare a questa mancanza si possono adottare due strategie. O si ritiene che tutto è troppo confuso e vago per poter essere conosciuto, e che la stessa realtà si dissolve, salvo poi affidarsi interamente alle scienze come all'unico ancoraggio sicuro per la conoscenza. Oppure si prende sul serio la psicologia della percezione, che è in grado di considerare la sfera della sensibilità e di ciò che è osservabile come un ambito autonomo, retto da leggi proprie diverse da quelle della fisica, e tutt'altro che mutevole o relative. Come è la realtà di cui ogni giorno facciamo esperienza.
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