Alla radice delle parole| Sulla filosofa spagnola María Zambrano, a dieci anni dalla morte, un convegno a Verona, "In fedeltà alla parola
vivente" |
| " In fedeltà alla parola vivente" è il titolo di un incontro di studio, organizzato dal Dipartimento di filosofia
dell'università di Verona, sulla filosofa spagnola María Zambrano che ha riunito a Verona per due giorni - il 15 e
16 marzo - studiose e studiosi italiani e spagnoli. Un incontro, nelle parole di Chiara Zamboni che lo ha promosso
- "per stare dentro al nostro tempo" e affrontare, attraverso gli scritti di una grande pensatrice del Novecento,
uno dei drammi che lo attraversano: l'alienazione della parola, la sua mercificazione, la sua progressiva perdita di
rapporto con la verità.
C'è in María Zambrano la ricerca della parola intatta, non consumata e non logorata nei linguaggi storici piegati
alla contingenza e all'uso della comunicazione: una parola viva, "germinante, ardente", che si sprigiona dalla
oscurità del sentire, dalle "viscere", riscattate alla filosofia. Qual è la logica segreta di questa ricerca, che l'ha
portata ad attraversare, senza mai seguirli pedissequamente, i percorsi della poesia, della filosofia, della mistica,
per restaresempre figura del limite?
La tensione mistica della scrittura di María Zambrano è stata messa in luce da Anna Rosa Buttarelli, che ha
mostrato come la sua critica al sapere costituito non si ponga nei termini di una semplice decostruzione - ancora
tutta interna alla logica del discorso filosofico e argomentativo -, ma si radicalizzi in un percorso di
"disfacimento" della impalcatura concettuale - "involucro difensivo e offensivo con cui il soggetto si è affermato
sul reale" - per approdare alla scrittura poetica. Una scrittura che "trascendendo ogni scienza", secondo le parole
di San Juan de la Cruz, si manterrebbe vincolata alla radice stessa della parola, a "quell'inizio in cui si comincia a
imparare a parlare", e quindi alla nascita, che ci consegna al mondo e alle sue creature, a una ineludibile relazione.
Sulla nascita insiste anche Adriana Cavarero, mettendo in luce la vocalità che impregna la scrittura di María
Zambrano. Di Diotima di Mantinea - "donna straniera in una Atene dove la filosofia si istallava progressivamente
nella scrittura e nel concetto" -, María Zambrano rievoca la voce, portatrice di un sapere che si trasmette "da
udito a udito", irriducibile alle categorie dell'universale filosofico. Perché la voce ha in sé il timbro, la unicità di chi
la emette per esprimere qualcosa di sé, e insieme la relazione con l'altro, quello a cui ci si rivolge, che ascolta,
riceve, risponde. Caratteri, questi, che sono inscritti nella nascita, cui allude, secondo Cavarero, il mistero della
parola: mistero inscritto già nell'urlo della madre e nel vagito del nascente, primo embrione della comunicazione.
Indagare questo mistero, sottolineano Cavarero e Buttarelli, non significa sprofondare nella irrazionalità, ma
aprire l'orizzonte del pensiero a altri tipi di senso, e recuperare forme di sapere emarginate dalla tradizione
filosofica: saperi dimenticati, come l'alchimia la cui presenza nell'opera zambraniana è stata messa in luce anche da
Michela Pereira in un libro di recente pubblicazione, e che porta inscritta una relazione di reciproca
trasformazione, o anche di trasmutazione, tra oggetto e soggetto, tra pensiero e materia.
E tuttavia, cercando il fondamento di questa pratica filosofica nell'"elemento materno" (Cavarero), o attribuendo
un carattere oracolare alla scrittura di María Zambrano (assimilandola, come fa Milagros Rivera, alla parola
materna) o, ancora, insistendo sulla contrapposizione tra un femminile identificato con il vocalico e un maschile
che si esprimerebbe nel logos, non si dà ragione ai tanti illustri commentatori che presentando María Zambrano
come signora della parola più che amica del concetto ne negano di fatto la statura filosofica? E non si rischia di
rispolverare il vecchio "eterno femminino" nella attenzione quasi esclusiva rivolta alla dimensione "passiva,
vegetativa, patetica", a un "senso del patire anteriore a ogni logos" con cui Massimo Cacciari ha recentemente
identificato "il tratto femminile" della filosofia zambraniana?
Se, come hanno ammonito Buttarelli e Milagros Rivera, leggere il pensiero di María Zambrano attraverso la
differenza sessuale non significa individuarne una supposta qualità femminile, ma porre l'accento sulla relazione
che ognuna stabilisce con esso e sulla sua capacità di produrre senso per noi, non è forse necessario restituire il
percorso complesso di una donna che, ha sottolineato Buttarelli, ha precorso i tempi anticipando aspetti chiave
del pensiero di femministe come Carla Lonzi o Luce Irigaray, e ha affermato con una lucidità che non si riscontra
in filosofe a lei contemporanee, la condizione peculiare di essere una "donna filosofo"? Una peculiarità non
inscritta nel dato biologico, ma nella posizione dissimmetrica che uomini e donne occupano nel terreno della
"Cultura", e nella sfida che - negli anni 30 - rappresentava la presa di parola filosofica da parte di una donna.
Indagare il rapporto di María Zambranocon la tradizione filosofica (di cui è interprete attenta e acuta) e con i
"maestri" - Ortega, Zubiri, Unamuno - non significa necessariamente fissarla nel ruolo di "discepola" (magari
brillante, o prediletta), ma restituire pregnanza e significato alla scelta di un metodo sentito possibilmente più
conforme di altri alla propria esperienza e al proprio stare al mondo, e poter misurare lo scarto, la distanza,
l'originalità di una proposta filosofica conquistata al prezzo di un continuo corpo a corpo con il sapere
tramandato.
Sulla necessità di indagare il rapporto complesso di María Zambrano con la filosofia ha insistito Rosella Prezzo,
sottolineando il dialogo serrato con la tradizione filosofica che attraversa tutte le sue opere. La "precisione" della
parola che molti interventi hanno segnalato come una caratteristica della scrittura zambraniana, è infatti anche
precisione della parola filosofica e dei concetti, che María Zambrano non rinuncia ad indagare scavando alla
radice nella loro provenienza e sovvertendoli, cambiandoli di senso, trasfigurandoli, facendoli stridere. La ragione
poetica elaborata e praticata all'interno della sua filosofia, ha sottolineato Prezzo, non è puro esercizio poetico
della parola, ma una "ragione pratica", un metodo in fieri, che non si risolve nella chiarezza cartesiana, ma
nell'esercizio di una filosofia "umile" che rivolge lo sguardo alle "ombre gettate" e invita a "saper trattare con
l'altro". Sul carattere morale e pratico della filosofia di María Zambrano ha insistito anche Laura Boella,
ricollocando la scrittura zambraniana nell'orizzonte della crisi epocale dell'Europa degli anni Trenta, e mettendo in
luce al suo interno il movimento peculiare della confessione praticata come "atto pubblico", "azione necessaria"
di un sé che si "converte" al mondo, esponendosi e interloquendo con l'altro per farsi "spazio di accoglienza".
Anche Carmen Revella ha rivolto l'attenzione sulla scrittura filosofica di María Zambrano, sottolineando come
essa si muova, nel suo intreccio peculiare di vita e pensiero, tra due piani di necessità: quello del sentire occulto
e del vissuto, dato passivo e inarticolato che chiede di essere "riscattato" alla luce, e quella della forma scritta
necessaria a questo riscatto, perché la pura espressione di sé possa tradursi in "espressione razionale e
pubblica". Se però è vero che la scrittura assume per María Zambrano una funzione liberatoria, perché dà forma e
oggettività al vissuto e perché "è veicolo di comunicazione universale", è anche vero che questa universalità
non si conquista se non attraverso una parola che si misura sempre di nuovo con l'esperienza e non assurge mai
a sistema, a verità rivelata. E forse, a riassumere il rapporto intimo, contrastato, amoroso e difficile di María
Zambrano con la scrittura filosofica possono servire le parole del poeta e amico René Char: "combattiamo sul
ponte gettato tra l'essere vulnerabile e il suo rimbalzo alle fonti del potere formale". |