RASSEGNA STAMPA

18 MARZO 2001
MAURIZIO FERRARIS
Un'ontologia per i Boeing
Un nuovo aapproccio, legato a situazioni concrete, antitetico allo studio dell'Essere della metafisica tradizionale
Applicazione utili per i sistemi assicurativi, la medicina, l'industria, la proprietà intelletuale
Ricordo una mattina di vent'anni fa, a Milano, nella redazione di “Alfabeta”. Gianni Sassi, uomo di non grandi letture filosofiche, sebbene di grande intelligenza, e purtroppo prematuramente scomparso, se la prendeva con un redattore reo di avere introdotto di straforo una recensione a un proprio libro: “Non si fa - urlava Sassi -, è una questione ontologica!”. Era il periodo in cui si incominciava a dire "epocale" per significare "importante", e l'ontologia, da specializzazione filosofica, stava diventando un termine di uso quotidiano, sulla scia dei successi di Heidegger, la cui tesi di fondo è che l'essere è qualcosa che non si identifica con gli enti, sicché l'ontologia sarebbe una specie di superscienza.
Aveva ragione? Un po' di storia può essere utile. L'ontologia è una parte della metafisica, e se Aristotele non ha mai parlato di "metafisica", a maggior ragione non si sarebbe mai sognato di parlare di "ontologia". Moltissimi secoli dopo, Francisco Suárez (1548-1617) aveva messo un po' di ordine in materia, e l'aveva distinta in una metafisica generale, che tratta dell'ente in quanto ente, e in una metafisica speciale, che tratta della psicologia, della teologia e della cosmologia razionali. Nel 1656, un cartesiano tedesco, Johannes Clauberg, trovò un nome per la scienza dell'ente in quanto ente: "ontosofia" (Metaphysica de ente, quae rectius Ontosophia, aliarum Disciplinarum, ipsiusque quoque Jurisprudentiae et Litterarum, studiosis accomodata). E all'inizio del Settecento quell'immenso e candido pedante di Christian Wolff cambiò un po' il nome e dedicò il primo trattato all'argomento, che si intitolò Philosophia prima sive Ontologia (1730). Dal punto di vista storiografico, dunque, Heidegger (che non è all'oscuro della storia) non sembrava avere un qualche motivo per trasformare la scienza dell'ente in quanto ente nella scienza dell'ente che non è l'essere dell'ente.
Il problema, però, non è solo storico. É anzitutto teorico. Dai tempi dei Greci si pensava che sotto il mondo conosciuto con i sensi ci sono atomi che non si toccano, ma in fondo si poteva immaginare una convergenza quasi completa tra i due mondi. Adesso non più, ed è questo che Suárez, Clauberg e Wolff non potevano sospettare, e che Heidegger cancella nel momento in cui dice che “forse non abbiamo ancora incominciato a pensare”, con lo stesso stile con cui un oncologo dichiarerebbe che per il momento non si è sconfitto il cancro. E, tuttavia, c'è una ovvia differenza di valore nella frase, poniamo: “Questo tavolo non esiste, esistono solo particelle subatomiche”, secondo che sia detta, per esempio, da un fisico, ovvero da qualcuno che sta cercando di convincere un ufficiale giudiziario a non procedere alla confisca dei suoi mobili. Nel primo caso abbiamo a che fare con una affermazione scientifica del tutto legittima; nel secondo, con un ingegnoso sofisma, che peraltro servirà a poco, perché comunque l'ufficiale procederà al sequestro di quell'aggregato di particelle subatomiche e non di un altro (per esempio, dell'aria circostante). Ma come facciamo a rendere ragione di questa differenza, se crediamo che sia sempre possibile ridurre l'esperienza ingenua a dei livelli più di base?
É avendo presente questo problema che i due gestaltisti berlinesi Otto Lipmann e Helmuth Bogen, nel 1923, pubblicarono Naive Physik, e il punto è stato riproposto in grande stile da Paolo Bozzi con la sua Fisica ingenua, che è del 1990. Ed è anche il motivo per cui appare rilevante parlare di ragionamento ingenuo, come ha fatto recentemente Paolo Legrenzi. Uno, ovviamente, può chiedersi che senso abbia studiare i ragionamenti quotidiani o il modo in cui ci rappresentiamo il mondo, che è piuttosto quello di Aristotele che non quello di Einstein, perché è influenzato dalle nostre capacità percettive. La risposta pratica (almeno per il ragionamento ingenuo) è che così potremo prevedere i comportamenti umani. Ma c'è una implicazione teorica più forte, ed è la rottura della idea che l'esperienza sia semplicemente la preistoria della scienza (visto che può seguire binari molto diversi) e che, reciprocamente, la scienza sia regolarmente autorizzata a render conto dell'esperienza.
É questo, a mio avviso, uno dei più forti motivi per cui si è tornati a parlare di ontologia in un senso antitetico a quello dell'essere che non è l'essere dell'ente (con un quadro di riferimento storico e teorico attestato nel sito di Raul Corazzon e Roberto Poli, www.formalontology.it, da cui si potrà partire per ulteriori esplorazioni). E oggi molti ontologi sembrano fare delle cose abbastanza diverse da quelle che voleva fare Heidegger: Peter Simons classifica le parti dei boeing a scopi assicurativi, Barry Smith aiuta i geografi a organizzare le carte. Accanto a questo, si tentano delle applicazioni della ontologia formale al commercio e alla industria (come si organizza un catalogo di vendite per corrispondenza?), al diritto (per esempio, che cos'è esattamente una proprietà intellettuale?), alla medicina (quali sono i problemi di proprietà immanenti ai trapianti?), all'architettura (quali gerarchie organizzano gli artefatti architettonici?). Si veda il sito del Ladseb di Padova, www.ladseb.pd.cnr.it/infor/Ontology/ontology.html.
L'idea di fondo è quella che noi abbiamo delle intuizioni che possono entrare in conflitto, ma che non possono essere emendate ricorrendo a un livello più fondamentale della materia o dello spirito, appunto perché un esame del genere andrebbe al di sotto dello strato che ci interessa. Vale a dire che si devono fare delle formalizzazioni senza cadere in riduzioni. E - malgrado la sua critica delle scienze - in quel riduzionismo, sicuramente, è incorso Heidegger, che ha finito per identificare l'ontologia non con la metafisica generale, ma con la metafisica speciale. Visto che lo spazio della cosmologia razionale appariva ormai interamente occupato dalla fisica, e visto che nei confronti della psicologia Heidegger nutriva un sospetto filosofico tanto tradizionale quanto immotivato, è andata poi a finire che il solo posto libero per la sua ontologia era la teologia. Come ha visto bene il protagonista di un ultimo aneddoto, con cui chiudo: negli anni Sessanta, a un convegno, una signora chiese a Enrico Castelli cosa mai fosse questo Essere di cui tutti parlavano, e la risposta fu “É Dio.
Ma non bisogna dirlo”.
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