Un'ontologia per i BoeingUn nuovo aapproccio, legato a situazioni concrete, antitetico allo studio dell'Essere della metafisica tradizionale Applicazione utili per i sistemi assicurativi, la medicina, l'industria, la proprietà intelletuale |
| Ricordo una mattina di vent'anni fa, a Milano, nella redazione di
“Alfabeta”. Gianni Sassi, uomo di non grandi letture filosofiche,
sebbene di grande intelligenza, e purtroppo prematuramente
scomparso, se la prendeva con un redattore reo di avere introdotto di
straforo una recensione a un proprio libro: “Non si fa - urlava Sassi -,
è una questione ontologica!”. Era il periodo in cui si incominciava a
dire "epocale" per significare "importante", e l'ontologia, da
specializzazione filosofica, stava diventando un termine di uso
quotidiano, sulla scia dei successi di Heidegger, la cui tesi di fondo è
che l'essere è qualcosa che non si identifica con gli enti, sicché
l'ontologia sarebbe una specie di superscienza.
Aveva ragione? Un po' di storia può essere utile. L'ontologia è una
parte della metafisica, e se Aristotele non ha mai parlato di
"metafisica", a maggior ragione non si sarebbe mai sognato di
parlare di "ontologia". Moltissimi secoli dopo, Francisco Suárez
(1548-1617) aveva messo un po' di ordine in materia, e l'aveva distinta
in una metafisica generale, che tratta dell'ente in quanto ente, e in
una metafisica speciale, che tratta della psicologia, della teologia e
della cosmologia razionali. Nel 1656, un cartesiano tedesco,
Johannes Clauberg, trovò un nome per la scienza dell'ente in quanto
ente: "ontosofia" (Metaphysica de ente, quae rectius Ontosophia,
aliarum Disciplinarum, ipsiusque quoque Jurisprudentiae et
Litterarum, studiosis accomodata). E all'inizio del Settecento
quell'immenso e candido pedante di Christian Wolff cambiò un po' il
nome e dedicò il primo trattato all'argomento, che si intitolò
Philosophia prima sive Ontologia (1730). Dal punto di vista
storiografico, dunque, Heidegger (che non è all'oscuro della storia)
non sembrava avere un qualche motivo per trasformare la scienza
dell'ente in quanto ente nella scienza dell'ente che non è l'essere
dell'ente.
Il problema, però, non è solo storico. É anzitutto teorico. Dai tempi
dei Greci si pensava che sotto il mondo conosciuto con i sensi ci
sono atomi che non si toccano, ma in fondo si poteva immaginare
una convergenza quasi completa tra i due mondi. Adesso non più, ed
è questo che Suárez, Clauberg e Wolff non potevano sospettare, e
che Heidegger cancella nel momento in cui dice che “forse non
abbiamo ancora incominciato a pensare”, con lo stesso stile con cui
un oncologo dichiarerebbe che per il momento non si è sconfitto il
cancro. E, tuttavia, c'è una ovvia differenza di valore nella frase,
poniamo: “Questo tavolo non esiste, esistono solo particelle
subatomiche”, secondo che sia detta, per esempio, da un fisico,
ovvero da qualcuno che sta cercando di convincere un ufficiale
giudiziario a non procedere alla confisca dei suoi mobili. Nel primo
caso abbiamo a che fare con una affermazione scientifica del tutto
legittima; nel secondo, con un ingegnoso sofisma, che peraltro
servirà a poco, perché comunque l'ufficiale procederà al sequestro di
quell'aggregato di particelle subatomiche e non di un altro (per
esempio, dell'aria circostante). Ma come facciamo a rendere ragione
di questa differenza, se crediamo che sia sempre possibile ridurre
l'esperienza ingenua a dei livelli più di base?
É avendo presente questo problema che i due gestaltisti berlinesi
Otto Lipmann e Helmuth Bogen, nel 1923, pubblicarono Naive
Physik, e il punto è stato riproposto in grande stile da Paolo Bozzi
con la sua Fisica ingenua, che è del 1990. Ed è anche il motivo per
cui appare rilevante parlare di ragionamento ingenuo, come ha fatto
recentemente Paolo Legrenzi. Uno, ovviamente, può chiedersi che
senso abbia studiare i ragionamenti quotidiani o il modo in cui ci
rappresentiamo il mondo, che è piuttosto quello di Aristotele che non
quello di Einstein, perché è influenzato dalle nostre capacità
percettive. La risposta pratica (almeno per il ragionamento ingenuo) è
che così potremo prevedere i comportamenti umani. Ma c'è una
implicazione teorica più forte, ed è la rottura della idea che
l'esperienza sia semplicemente la preistoria della scienza (visto che
può seguire binari molto diversi) e che, reciprocamente, la scienza
sia regolarmente autorizzata a render conto dell'esperienza.
É questo, a mio avviso, uno dei più forti motivi per cui si è tornati a
parlare di ontologia in un senso antitetico a quello dell'essere che
non è l'essere dell'ente (con un quadro di riferimento storico e teorico
attestato nel sito di Raul Corazzon e Roberto Poli,
www.formalontology.it, da cui si potrà partire per ulteriori
esplorazioni). E oggi molti ontologi sembrano fare delle cose
abbastanza diverse da quelle che voleva fare Heidegger: Peter
Simons classifica le parti dei boeing a scopi assicurativi, Barry Smith
aiuta i geografi a organizzare le carte. Accanto a questo, si tentano
delle applicazioni della ontologia formale al commercio e alla
industria (come si organizza un catalogo di vendite per
corrispondenza?), al diritto (per esempio, che cos'è esattamente una
proprietà intellettuale?), alla medicina (quali sono i problemi di
proprietà immanenti ai trapianti?), all'architettura (quali gerarchie
organizzano gli artefatti architettonici?). Si veda il sito del Ladseb di
Padova, www.ladseb.pd.cnr.it/infor/Ontology/ontology.html.
L'idea di fondo è quella che noi abbiamo delle intuizioni che possono
entrare in conflitto, ma che non possono essere emendate ricorrendo
a un livello più fondamentale della materia o dello spirito, appunto
perché un esame del genere andrebbe al di sotto dello strato che ci
interessa. Vale a dire che si devono fare delle formalizzazioni senza
cadere in riduzioni. E - malgrado la sua critica delle scienze - in quel
riduzionismo, sicuramente, è incorso Heidegger, che ha finito per
identificare l'ontologia non con la metafisica generale, ma con la
metafisica speciale. Visto che lo spazio della cosmologia razionale
appariva ormai interamente occupato dalla fisica, e visto che nei
confronti della psicologia Heidegger nutriva un sospetto filosofico
tanto tradizionale quanto immotivato, è andata poi a finire che il solo
posto libero per la sua ontologia era la teologia. Come ha visto bene
il protagonista di un ultimo aneddoto, con cui chiudo: negli anni
Sessanta, a un convegno, una signora chiese a Enrico Castelli cosa
mai fosse questo Essere di cui tutti parlavano, e la risposta fu “É Dio.
Ma non bisogna dirlo”. |