| Tradizione, la lasci e vai incontro alla
barbarie | Crearsi una famiglia, generare, è un'esperienza profonda della maturità. Davanti ai
figli, il genitore ha "la visione di una continuità oltre il raggio individuale della sua
esistenza". Di colpo, non è più il "single" postmoderno che vive nell'assoluto
presente; intuisce che sta per consegnare ai suoi discendenti qualcosa, che a sua volta
gli è stato consegnato dai padri e dagli avi. Questo qualcosa - le conquiste della
civiltà, dell'esperienza personale e familiare, i costumi, le "visione del mondo" - è la
Tradizione, da "tradere", "consegnare". "Vecchi e bambini sono la tradizione
incarnata": così Marcello Veneziani nel suo ultimo saggio, o viaggio filosofico, che
parte appunto dalla sua coscienza di padre di famiglia. "Di padre in figlio", si intitola
perciò il libro, ed ha per sottotitolo "Elogio della Tradizione". Naturalmente, questo
amore della tradizione confermerà Veneziani nell'etichetta di "intellettuale di destra"
con cui viene presentato nelle sue apparizioni televisive. Di fatto, la "sinistra" è
essenzialmente il proposito di distruggere ogni tradizione e passato. Ma Veneziani
cerca di sfuggire all'etichetta, appunto evocando l'esperienza primaria di padre: un
genitore (anche di sinistra, si spera) non può volere che il figlio cresca nel vuoto di
riferimenti, come "idiota globale, mente chiusa in un orizzonte sconfinato". O come
un barbaro "senza passato". Così l'autore si inoltra in una ricerca, che rischia di
essere solitaria, tanto la tradizione è oggi priva di valore. La Chiesa stessa, che ne fu
l'utlimo rifugio, ha abbandonato indifferente le sue liturgie millenarie. Ma la rottura
odierna con la tradizione, il rifiuto di ciò che è stato "consegnato" dal passato, ha
questo tragico e curioso esito: che ogni nuova generazione deve riscoprire ciò che
padri e nonni avevano già scoperto, a ripetere i loro errori, che ci insegnavano ad
evitare. L'annuncio di Giddens, che "la globalizzazione ci libera dalla Tradizione",
non rallegra dunque Veneziani. Perché quella "liberazione" ha come prezzo
l'omologazione mondiale dei costumi e l'idiotismo globale. Il fanatismo, e
l'intolleranza etnica, nascono meno - si nota giustamente - dai popoli tradizionali che
dalle periferie urbane, dove ciascuno è uno sradicato "che non risponde a niente e a
nessuno". La barbarie occhieggia dal nichilismo contemporaneo.
Che è tuttavia la condizione inesorabile in cui tutti viviamo. Nessuna tradizione è più
viva. I quattro tesori che, secondo Cristina Campo, ci hanno consegnato i nostri
morti - paesaggio e linguaggio, mito e rito - sono tutti perciò in paurosa
degradazione. Veneziani risponde che "la Tradizione incide nel nostro tempo" anche
oggi, se non altro "come assenza", vuoto di riferimenti che sentiamo. Basterà? |