RASSEGNA STAMPA

16 MARZO 2001
MAURIZIO BLONDET
Tradizione, la lasci e vai incontro alla barbarie
Marcello Veneziani, "Di padre in figlio", Laterza, Pagine 214, Lire 26.000
Crearsi una famiglia, generare, è un'esperienza profonda della maturità. Davanti ai figli, il genitore ha "la visione di una continuità oltre il raggio individuale della sua esistenza". Di colpo, non è più il "single" postmoderno che vive nell'assoluto presente; intuisce che sta per consegnare ai suoi discendenti qualcosa, che a sua volta gli è stato consegnato dai padri e dagli avi. Questo qualcosa - le conquiste della civiltà, dell'esperienza personale e familiare, i costumi, le "visione del mondo" - è la Tradizione, da "tradere", "consegnare". "Vecchi e bambini sono la tradizione incarnata": così Marcello Veneziani nel suo ultimo saggio, o viaggio filosofico, che parte appunto dalla sua coscienza di padre di famiglia. "Di padre in figlio", si intitola perciò il libro, ed ha per sottotitolo "Elogio della Tradizione". Naturalmente, questo amore della tradizione confermerà Veneziani nell'etichetta di "intellettuale di destra" con cui viene presentato nelle sue apparizioni televisive. Di fatto, la "sinistra" è essenzialmente il proposito di distruggere ogni tradizione e passato. Ma Veneziani cerca di sfuggire all'etichetta, appunto evocando l'esperienza primaria di padre: un genitore (anche di sinistra, si spera) non può volere che il figlio cresca nel vuoto di riferimenti, come "idiota globale, mente chiusa in un orizzonte sconfinato". O come un barbaro "senza passato". Così l'autore si inoltra in una ricerca, che rischia di essere solitaria, tanto la tradizione è oggi priva di valore. La Chiesa stessa, che ne fu l'utlimo rifugio, ha abbandonato indifferente le sue liturgie millenarie. Ma la rottura odierna con la tradizione, il rifiuto di ciò che è stato "consegnato" dal passato, ha questo tragico e curioso esito: che ogni nuova generazione deve riscoprire ciò che padri e nonni avevano già scoperto, a ripetere i loro errori, che ci insegnavano ad evitare. L'annuncio di Giddens, che "la globalizzazione ci libera dalla Tradizione", non rallegra dunque Veneziani. Perché quella "liberazione" ha come prezzo l'omologazione mondiale dei costumi e l'idiotismo globale. Il fanatismo, e l'intolleranza etnica, nascono meno - si nota giustamente - dai popoli tradizionali che dalle periferie urbane, dove ciascuno è uno sradicato "che non risponde a niente e a nessuno". La barbarie occhieggia dal nichilismo contemporaneo. Che è tuttavia la condizione inesorabile in cui tutti viviamo. Nessuna tradizione è più viva. I quattro tesori che, secondo Cristina Campo, ci hanno consegnato i nostri morti - paesaggio e linguaggio, mito e rito - sono tutti perciò in paurosa degradazione. Veneziani risponde che "la Tradizione incide nel nostro tempo" anche oggi, se non altro "come assenza", vuoto di riferimenti che sentiamo. Basterà?
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