| La politica a venire. Vis-à-vis nell'era globale | C' è chi fa politica per non pensare, e chi sa trarre dalla politica materia per pensare
meglio. A dispetto di chi lo vede diviso in due, di qua il filosofo di là il sindaco, Massimo
Cacciari appartiene, non da oggi ma da quando scriveva Krisis con un occhio a Porto
Marghera, a questa seconda e poco affollata categoria di intellettuali politici, che amano
tendere all'estremo il filo del pensiero agganciandolo all'estremo realismo della cosa; e
pazienza se qualche volta il filo si irrigidisce o si spezza, o taglia certi nodi diversamente
da come ci piacerebbe. In Duemilauno. Politica e futuro, il libro-colloquio con
Gianfranco Bettin che va in libreria domani per la "Serie bianca" di Feltrinelli (pp. 128, L.
20.000), questa pratica del pensiero politico si mostra in diretta, mettendo alla prova
insieme le idee dell'Arcipelago e l'esperienza dell'amministrazione sulla lettura del
presente e sul tentativo di delineare un lessico politico per il futuro. La forma del dialogo,
specchio di una relazione sperimentata fra i due autori - di Cacciari, Bettin è stato a
Venezia assessore e prosindaco - potenzia l'operazione: giacché oggi per capire la
politica che cambia bisogna guardare a cose che non stanno sotto il cielo della politica
com'è, dalla Rete agli androidi alle mucche impazzite; e per dirla bisogna contaminare le
categorie filosofiche "alte" con le immagini di Kubrick, le emozioni di Springsteen, le
intemperanze delle Spice girls e il profilo di Rosetta dei fratelli Dardenne. Così,
incrociando il linguaggio del romanziere e quello del filosofo, l'occhio più giovane che
guarda a Seattle e quello più maturo che riporta al presente le tracce del Novecento, si
snoda questo "dialogo invernale che cerca di guardare oltre la stagione fredda".
E ci riesce. Nell'ultimo decennio abbiamo sofferto tutti e tutte - fatti salvi alcuni mai
abbastanza riconosciuti vantaggi del pensiero femminile della differenza - del disagio di
vivere una stagione di crisi senza un adeguato pensiero della crisi; "un'epoca di
rivolgimento tellurico", come Cacciari la chiama qui, in cui a rivoltarsi su se stessi sono,
con e prima degli eventi, le parole che dovrebbero interpretarli; un tempo di rivoluzione
tecnica della comunicazione in cui si comunica pochissimo e il linguaggio fa tilt nella sua
funzione primaria di conferire senso al mutamento. Adesso che gli effetti del terremoto
cominciano a sedimentarsi nel nuovo panorama, anche le parole sembrano poterci
tornare incontro, filtrandosi tra quelle davvero scadute e quelle da rilanciare. Si può
dunque, esaurite le vecchie ragioni e le vecchie parole, "riformulare un lessico, ricostruire
un'analisi, riaprire una prospettiva che mostri la possibilità e la necessità di una prassi
politica nuova"? Si può e si deve: "oggi, proprio oggi, quando a molti sembra più
improbabile, se non proprio impossibile".
Primo messaggio di Duemilauno: il tramonto della vecchia politica non è
necessariamente il tramonto della politica tout court; c'è dell'altro all'orizzonte, solo che si
sia capaci di vederlo, e di costruirlo, strappando il velo dell'ideologia che avvolge il
presente. Perché è questa ideologia a dirci ogni giorno, in tutte le salse, che la politica è
morta perché di politica il mondo non ha più bisogno: basta la tecnica, bastano gli
automatismi, basta calcolare, invece di perdere tempo a disputare. L'ideologia della fine
della politica, altro non è che il progetto di spoliticizzare la società. E non è certo un
progetto recente: nato ai tempi della prima industrializzazione, sconfitto dal "secolo
lungo" (così periodizza Cacciari da metà Ottocento a fine Novecento) della politica, il
mito del destino umano tutto affidato alla tecnica e all'economia torna oggi a rivendicare
il suo primato. E trova un seguito di massa nell'homo democraticus descritto da
Tocqueville, la figura a metà fra l'"ultimo uomo" di Nietzsche e l'"uomo del sottosuolo" di
Dostoevskij che chiudeva L'Arcipelago e che nelle pagine di Duemilauno assume tutti i
tratti riconoscibili nella nostra ordinaria quotidianità: "intollerante di ogni dipendenza,
dogmaticamente certo della 'naturale bontà' dei propri appetiti, ma anche costantemente
bisognoso di protezione, incapace di vera solitudine, e pronto perciò, non appena i suoi
'diritti' gli appaiono minacciati, a trasformarsi in massa".
Si chiama epoca dell'individualismo compiuto, e si completa con l'apparente dissoluzione
- ma in realtà solo deterritorializzazione - della sovranità, e con il trionfo di una
democrazia procedurale in cui "il governante governa meno possibile, il governato è
governato meno possibile", la partecipazione tende allo zero e le ansie, l'ormai famosa
"solitudine dell'uomo globale" descritta da Bauman, salgono a mille e si manifestano
nelle chiusure identitarie e nell'aggressività xenofoba. Da dove ripartire, in questo
scenario? Cacciari insiste: da una paziente intelligenza della realtà che cambia; da una
intelligente critica dell'ideologia, mai tanto potente come in questi anni di cosiddetta fine
delle ideologie. Quella che ci impedisce di vedere la nuova morfologia del potere che
prende il posto del vecchio Sovrano statale. Quella che ci promette le magnifiche sorti
della scienza occultandone i limiti. Quella che ci descrive il postfordismo come il paradiso
del lavoro autonomo e del tempo liberato e ci nasconde le nuove catene di montaggio
immateriali, i nuovi rapporti di subordinazione, la crescita delle disuguaglianze. Quella
che ci descrive la Rete come il regno dell'orizzontalità fluida e glissa sulle sue
incrostazioni gerarchiche. Quella che fa conto sulla crescita infinita di un capitale senza
legge e non vede "l'effetto domino" che da un momento all'altro può conseguire a un
arresto dell'economia d'oltreoceano.
Decostruire il mutamento dunque e reimparare a criticarlo, ma senza rifugiarsi nelle
antiche sicurezze e resistenze: viceversa, "abbandonare ogni pregiudizio, ogni schema,
ogni rendita di posizione, ogni vetero-sindacalismo". Non resistere alla globalizzazione,
ma "essere quelli che la vogliono fino in fondo, non come omologazione ma come ricerca
di coesione fra distanti". Scagliare lo spirito egualitario di Internet contro "il maledetto
diritto" della proprietà. Ascoltare le nuove soggettività che nascono ai margini, e
metterle al centro. Ma senza indulgere alla seduzione delle avanguardie: il punto vero e
difficile sta nel saper vedere le ambivalenze delle nuove figure sociali (esempio, il famoso
popolo delle partite iva), ma legandole alle vecchie. Che vuol dire: non c'è per la sinistra,
o per il centrosinistra, un nuovo insediamento sociale contro quello vecchio. L'uno e
l'altro insieme vanno ricostruiti con nuove politiche di welfare, più e non meno garantiste
di prima, anche se non più legate al lavoro ma alla cittadinanza. Fin qui, la sinistra ha
accumulato errori su errori: nei confronti delle nuove soggettività, dagli anni Settanta in
poi; nei confronti dei nuovi lavoratori autonomi dei Novanta, che ha dissennatamente
armato contro i vecchi salariati, spesso senza saper neanche vedere che i primi
provenivano direttamente dai secondi. Nei confronti di tutta la "nuova specie" dell'homo
democraticus, che si limita a fotografare e corteggiare, invece di "scioglierne le domande,
perché emergano le sue contraddizioni irriducibili all'omologazione
tecnologico-consumistica".
Siamo alla critica della sinistra che c'è, e del centrosinistra che c'è stato fin qui. Nel
capitolo di Duemilauno dedicato alla transizione italiana - "transizione senza rotture vere
e senza palingenesi" -, tornano i ben noti giudizi di Cacciari su come sono andate le cose
dalle nostre parti dall'89 in poi. Il Pds-Ds bloccato "fra esigenze di rinnovamento e
resistenze disperatamente continuistiche", la sordità verso le domande territoriali di
autonomia, la sottovalutazione dei laboratori di governo cittadino e regionale, il tentativo
di imbrigliare in una bicamerale dei partiti un'esigenza di riforma del sistema che
richiedeva il coraggio di un'assemblea costituente aperta alla società, il passaggio
"onnipotente" al governo D'Alema senza investitura popolare, le riforme della scuola e
della sanità fatte "per perdere il consenso dei riformandi". Ciò nonostante, avverte
Cacciari, pur sempre dei migliori governi dell'Italia repubblicana si è trattato in questi
cinque anni. Adesso comunque "siamo ai tempi supplementari" della transizione, col
rischio che le riforme le imponga chi vince. L'ex sindaco di Venezia insiste sul tasto del
federalismo, su scala italiana ma anche europea (guai a pensare l'Europa come un
superstato), descrive punto per punto il suo progetto di riforma federale (senato delle
regioni, riduzione dei parlamentari, elezione diretta del premier), ripone su Francesco
Rutelli la fiducia per il passaggio "a un'innovazione più marcata".
Ci sarebbe da discutere, per il futuro, se il candidato premier del centrosinistra sia l'uomo
giusto contro l'"homo democraticus". E per il recente passato, se le cose siano davvero
andate tutte così, se il coraggio dell'innovazione e le cautele del continuismo si siano
distribuite davvero così, se i tempi fossero effettivamente costituenti, se le spinte sociali
all'autonomia fossero davvero mature e se sia davvero colpa di una cattiva astuzia
politica averle frenate. Più importante però è convenire su un altro messaggio di
Duemilauno: "Cos'è fare politica, se non dire al tuo prossimo che non è solo?", e
provare, per il futuro, a ripartire da qui. |