RASSEGNA STAMPA

13 MARZO 2001
MAURIZIO FERRARIS
L'estetica fuor di cosmetica
Proviamo a visitare qualche sito Internet, dopo aver digitato "Aesthetics". Esaurito l'elenco di associazioni di estetica normalmente intesa come filosofia dell'arte, si potrà trovare (http://www.von-lee.com/Vlwelcom.html) la pagina della Von Lee International School of Aesthetics. Questa scuola, leggiamo, "è stata la prima scuola negli Stati Uniti a fornire dei diplomi graduates agli estetici". Ora, "Questa prestigiosa scuola di estetica è specializzata in cura della pelle, massaggi, make-up, facial artistry". E' estetica, questa?
Probabilmente tutti, o quasi tutti, risponderanno di no. Da molto tempo siamo infatti abituati a pensare che questa sia l'estetica impropria, la propria essendo l'altra, la filosofia dell'arte. Si tratta anche di una persuasione motivata? Non è detto. Per esempio, chi gestisca una scuola di cosmetica o - con quello che, universitariamente, appare ancora più insidiosamente equivoco - chi apra un "istituto di estetica", sa che cosa fa. Chi viceversa ragioni di filosofia dell'arte, o (come più spesso avviene) veda nell'arte il simbolo di una filosofia o di una mitologia della storia, non sempre sa quello che fa, o più spesso manifesta la propria perplessità rispetto a quello che dovrebbe essere l'oggetto dei suoi studi..
Persino per Hegel lo spirito si manifesta non solo nell'arte, ma anche nella religione, nella filosofia, e addirittura nei tribunali e negli uffici postali; non dimentichiamoci che Hegel ha detto che l'arte è cosa del passato, e fa un po' specie vedere il preteso assassino trasformarsi in avvocato. E soprattutto: perché mai proprio solo l'arte dovrebbe avere un'anima, e non anche qualunque altra attività umana (e probabilmente anche animale), a cominciare dalla percezione, che ha luogo in un'anima? Anche quando mi fa male un dente è spirito, se proprio ci teniamo; e il vero problema sarebbe semmai spiegare in che termini lo spirito di Leonardo sia qualcosa di meglio dello spirito del mal di denti (non dubito che sia così, ma incomincerei a dubitarne se qualcuno non fosse capace di rispondermi, e la filosofia dell'arte non è che si sia sprecata in questo senso). Si ammetterà, dunque, che l'appello alla necessità dell'apparenza per l'essenza non risulta in alcun modo collegato elettivamente all'arte, e finisce per essere talmente ampio da non costituire affatto un argomento valido per l'arte soltanto, potendosi applicare (in modo anche più decisivo), a una dottrina della percezione, o - perché no? - alla cosmetica della Von Lee International School. E comunque, per restare a Hegel, il significato della necessità dell'apparenza per l'essenza, non dice altro che questo: se volete essere immortali come spirito, fatevi imbalsamare come gli Egiziani, come Bentham, come Lenin; l'inumazione va meno bene, la cremazione è ancor peggio.
Se le cose stanno in questi termini, la storia dell'estetica come filosofia dell'arte, quella che viene raccontata in tanti manuali (e che ben di rado, e questo dovrebbe far pensare, è oggetto di trattazioni scientifiche) non è che una storia, nata magari non da una necessità dello spirito, ma da un lemma della enciclopedia cinese di Borges.
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