| Medicine gratis contro l'Aids? | Premetto che sono disposto a scontare una certa dose
d'impopolarità per le cose che sosterrò nella rubrica di oggi.
Nel senso che intendo parlare, senza allinearmi alla vulgata
corrente, di quella che viene già chiamata "la sporca guerra
tra profitti e salute" e che si riferisce al processo intentato in
Sudafrica dalle multinazionali contro il governo di Pretoria
per impedire a quest'ultimo d'importare da una ditta pirata
indiana, o "copiare" in proprio, i farmaci antiAids, altrimenti
costosissimi, perché coperti dai brevetti detenuti dalle
industrie che li hanno scoperti.
Di primo acchito la questione si presenta con un impatto
etico ed emotivo che sembra impossibile contestare. Da un
lato l'Africa è il continente più povero del mondo e il più
colpito dal flagello dell'Aids, con 17 milioni di morti e altri
tre annunciati per quest'anno, ventidue milioni di
sieropositivi, di cui quattro in Sudafrica.
Dall'altro la cosiddetta triterapia di mantenimento
prolungato, messa a punto dai laboratori delle multinazionali
ha dimezzato il numero di decessi negli Stati Uniti (da
19.000 a 10.000 nel 2000). Purtroppo il costo è
elevatissimo: circa 9000 dollari l'anno. Un costo, quindi,
sostenibile solo con un sistema sanitario, sia pubblico che
privato, in grado di affrontarlo.
Non è certo il caso dell'Africa. Di qui il provvedimento
voluto da Mandela per approvvigionarsi del farmaco senza
rispettare i diritti di brevetto e i profitti che ne derivano, con
un risparmio davvero cospicuo. La Merk, una delle
multinazionali, afferma, infatti, che il suo prezzo di costo, per
un trattamento annuo, si aggira sui 600 dollari, mentre una
ditta indiana reputa di poterlo "copiare" addirittura per 400.
Di fronte alle dimensioni apocalittiche della pestilenza in
Africa e all'impopolarità della difesa dei profitti delle
multinazionali, molte organizzazioni e lo stesso segretario
generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, hanno deciso di
appoggiare la posizione del governo di Pretoria e di lanciare
una campagna mondiale per l'accesso a trattamenti antiAids
senza osservare i diritti di brevetto. Della questione sarà
investito il Vertice dei G8 a Genova nel prossimo luglio.
Eppure, la linea di delegittimazione del brevetto (che non si
arresterebbero solo all'Aids) passasse, le conseguenze
finirebbero per ritorcersi contro la salute dell'intera umanità
e contro la ricerca scientifica. Il brevetto non è, infatti, un
ingiusto pedaggio ma la condizione per affrontare le ingenti
spese della ricerca scientifica (calcolato in media in mille
miliardi per ogni nuova molecola), compreso il costo di tutte
quelle ricerche destinate a non avere successo o non
sboccare in risultati commercialmente sfruttabili.
Naturalmente è la molla del profitto che spinge ad investire
in ricerca e tanto più alto è il rischio tanto più lievitano i
profitti in caso di buon esito. Ad essi sono anche legati i
corsi delle azioni delle società scientificamente avanzate.
Si è anche visto che laddove la ricerca e la produzione
farmaceutica erano di Stato, come nel caso dei paesi
socialisti o in Italia dove ci si è limitati ad acquistare gli altrui
brevetti i risultati sono stati pessimi.
Dire questo non significa disinteressarsi degli effetti
devastanti dell'Aids. Come scrive il direttore del Centro per
lo sviluppo internazionale di Harvard, l'economista Jeffrey
Sachs, "più aspettiamo ad intervenire e più, quando saremo
costretti a farlo, sarà costoso e complicato. Il peggiorare
della situazione nel continente nero porterà a maggiore
instabilità politica, guerre, migrazioni di massa, crescita della
povertà ovunque".
Comunque l'intervento non può essere unilaterale: è giusto
garantire i brevetti, anche perché occorrono nuovi farmaci e
l'incremento delle ricerche per arrivare al vaccino, ma anche
le multinazionali dovranno essere chiamate a collaborare,
concedendo i farmaci a prezzo di costo nei paesi africani e
del Terzo mondo.
Inoltre occorre l'intervento finanziario dei paesi donatori
occidentali e delle comunità medicoscientifiche per un
sostanzioso supporto che consenta la non facile
distribuzione e somministrazione delle terapie retrovirali che
necessitano di continua monitorizzazione. Infine anche i
movimenti non governativi dovrebbero mobilitarsi per
campagne preventive che portino almeno all'uso massiccio
del preservativo, oggi del tutto disatteso.
Da ultimo gli aiuti andrebbero accompagnati da richieste
precise ai governi africani perché diminuiscano le spese in
armamenti che ammontano a più di dieci volte quelle
stanziate per la salute. |