RASSEGNA STAMPA

11 MARZO 2001
ALESSANDRO PAGNINI
Pensatori divisi dalla logica
Uno storico incontro a Davos nel '29 tra Heidegger, Cassirer e Carnap ricostruito da Michael Friedman
Michael Friedman, «A parting of the Ways. Carnap, Cassirer, and Heidegger», Chicago, Open Court 2000, pagg. 176, $ 24.95.
Davos è stato in questi giorni all’onore delle cronache per il vertice mondiale sulla New Economy che ha tenuto sospese le aspettative di tutti tra speranze e paure per il nostro futuro. Dal 17 marzo al 3 aprile del 1929, niente meno che sotto l’egida dei Governi svizzero, francese e tedesco, la stessa cittadina svizzera accoglieva un altro vertice, meno drammatico per i destini dell’umanità ma assai significativo per quelli della filosofia, in cui ci si proponeva una riconciliazione tra una tradizione di pensiero di lingua francese e la monumentale filosofia tedesca.
Il clou dell’incontro furono le lezioni presentate da Ernst Cassirer e Martin Heidegger, seguite da una intensa discussione tra i due grandi filosofi. La cosa è nota, come è noto che quell’incontro occasionò uno dei più significativi ripensamenti della filosofia di Kant di questo secolo: la lettura che Heidegger fece della Critica della ragion pura non in chiave di teoria della conoscenza e non come un tentativo di risolvere i problemi fondazionali della conoscenza scientifica, bensì come opera che pone alla filosofia moderna il problema delle condizioni di possibilità della metafisica. Quello che non si sapeva, o che almeno era passato inosservato, era la presenza di Rudolf Carnap a quell’incontro.
Ce lo dice Michael Friedman, storico della filosofia della scienza ed epistemologo, uno tra i maggiori protagonisti della recente rivalutazione teorica dell’empirismo logico, il quale ricostruisce con dovizia di dati quelle giornate di Davos, valendosi anche di preziosi inediti carnapiani conservati all’Archivio di Filosofia Scientifica del Center for Philosophy of Science di Pittsburgh (da dove risulta, tra l’altro, che Carnap, dopo l’incontro di Davos, si dedicò a un’attenta lettura di Essere e tempo, valendosi a Vienna della discussione di Gomperz e Bühler; e dove si trovano importanti chiarimenti sul senso dell’antimetafisica propugnata da lui in quegli anni e sulle sue confesse simpatie filocomuniste).
Ne risulta un quadro complessivo dove non solo sono in gioco i destini del kantismo — conteso tra le interpretazioni della scuola di Marburgo (Cohen e Cassirer), della scuola cosiddetta «sudoccidentale» (Rickert, Lask) e di quelle ispirate alla fenomenologia husserliana —, ma sono in gioco, secondo l’Autore, anche i destini stessi della filosofia a venire e il senso di quella sensibile frattura oggi icasticamente espressa nella dicotomia tra filosofia analitica e filosofia continentale.
La ricostruzione che Friedman fa di quell’incontro e delle filosofie dei tre protagonisti è chiara ed essenziale; una vera lezione di metodo e di stile su come raccontare il pensiero contemporaneo oggettivando i problemi e le soluzioni senza indulgere ai gerghi e agli idioletti dei filosofi. Ovviamente, il tema centrale dello "snodo" rivisitato da Friedman è il ruolo della logica nelle divergenti soluzioni di Carnap, che articola l’idea kantiana della «costitutività» nell’alveo della logica pura, di Cassirer, che ripropone a suo modo una «logica trascendentale» (senza deduzione trascendentale, con il «costitutivo» kantiano assorbito dal «regolativo» e con la logica formale relegata in secondo piano), e di Heidegger che, come Cassirer, si disfa della logica, ma per aprire la strada del tutto nuova di una analisi a priori della natura umana finita.
Friedman, dunque, vede nelle diverse direzioni prese in quegli anni da Carnap, Cassirer e Heidegger il «crocevia» che ci consente di comprendere storicamente e geograficamente (ancor più che teoreticamente) quella che da allora diventa una sorta di incomunicabilità tra filosofia analitica e continentale. L’enfasi è da lui posta infatti sul dato storico dell’avvento del nazismo e della conseguente emigrazione in America dei massimi rappresentanti della «filosofia scientifica», che avevano condiviso con gli altri la negazione del sintetico a priori e di una netta distinzione tra facoltà sensibile e intellettuale centrali nel Kant critico, ma che, come abbiamo sopra accennato, avevano optato per il compimento del progetto marburghiano di individuare le forme logiche soggiacenti responsabili dell’oggettività della conoscenza scientifica naturale.
L’idea russelliana della «logica come essenza della filosofia» diventa da allora il marchio distintivo della filosofia della conoscenza e delle teorie del significato come si sviluppano nella cultura angloamericana, mentre la filosofia continentale persevera nelle soluzioni esistenziali, storiciste e spiritualiste dischiuse da Heidegger, dall’ultimo Husserl, dalle «filosofie della vita» e dai fautori delle Geistwissenschaften.
Qui, pur riconoscendo la rilevanza e la correttezza storica del percorso privilegiato da Friedman, esprimo un parziale disaccordo.
Per condividere l’analisi di Friedman bisogna consentire su una previa identificazione di filosofia analitica e filosofia scientifica, senza soverchie questioni di stile filosofico, di centralità delle argomentazioni (oltreché della logica), e trascurando, dal punto di vista storico, l’impatto continentale della critica hegeliana e romantica in Kant, nonché i destini assolutamente divergenti dell’empirismo tra filosofia di lingua inglese e filosofie europee. La tesi di Friedman può spiegare senz’altro perché Derrida ha ben poco da spartire con Quine, per esempio, ma non spiega perché un neoaristotelico come MacIntyre è un analitico mentre un Marino Gentile è un continentale; né spiega alcuni nodi che sono emersi anche nel recente dibattito sull’Illuminismo che ha occupato la stampa quotidiana (la differenza tra l’Illuminismo britannico e quello franco-tedesco; tra lo sperimentalismo e l’empirismo del primo, in cui le figure di uno Hume e di un Mill continuano a essere centrali nei secoli successivi, e le propensioni verso l’assolutismo, l’antiempirismo e l’antinaturalismo, più tipici del secondo, da Rousseau a Nietzsche).
La griglia ricostruttiva di Friedman lascia tra l’altro inopinatamente senza collocazione una figura come quella di Cassirer, che invece con molte ragioni continua ad appartenere allo sfondo di tante elaborazioni epistemologiche postneopositiviste, nonché di una storiografia filosofica orientata alle «ricostruzioni razionali», da Kuhn, a Goodman, a Bernard Cohen, al nostro Parrini; autori cui è molto difficile non riconoscere uno «spirito» analitico.
Ciò non toglie i grandi meriti della ricerca di Friedman, tra i quali vale anche ricordare la considerazione riservata al contesto politico e ideologico, diviso tra i valori della neue Sachlichkeit, del liberalismo repubblicano e del nascente nazismo, che non furono indifferenti alle scelte teoriche, anche le più apparentemente avulse dall’attualità storica, nella diaspora tra quei tre grandi.
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