| Pensatori divisi dalla logica |
| Michael Friedman, «A parting of the Ways. Carnap, Cassirer,
and Heidegger», Chicago, Open Court 2000, pagg. 176, $ 24.95. | Davos è stato in questi giorni all’onore delle cronache per il vertice
mondiale sulla New Economy che ha tenuto sospese le aspettative
di tutti tra speranze e paure per il nostro futuro. Dal 17 marzo al 3
aprile del 1929, niente meno che sotto l’egida dei Governi svizzero,
francese e tedesco, la stessa cittadina svizzera accoglieva un altro
vertice, meno drammatico per i destini dell’umanità ma assai
significativo per quelli della filosofia, in cui ci si proponeva una
riconciliazione tra una tradizione di pensiero di lingua francese e la
monumentale filosofia tedesca.
Il clou dell’incontro furono le lezioni presentate da Ernst Cassirer e
Martin Heidegger, seguite da una intensa discussione tra i due grandi
filosofi. La cosa è nota, come è noto che quell’incontro occasionò
uno dei più significativi ripensamenti della filosofia di Kant di questo
secolo: la lettura che Heidegger fece della Critica della ragion pura
non in chiave di teoria della conoscenza e non come un tentativo di
risolvere i problemi fondazionali della conoscenza scientifica, bensì
come opera che pone alla filosofia moderna il problema delle
condizioni di possibilità della metafisica. Quello che non si sapeva, o
che almeno era passato inosservato, era la presenza di Rudolf
Carnap a quell’incontro.
Ce lo dice Michael Friedman, storico della filosofia della scienza ed
epistemologo, uno tra i maggiori protagonisti della recente
rivalutazione teorica dell’empirismo logico, il quale ricostruisce con
dovizia di dati quelle giornate di Davos, valendosi anche di preziosi
inediti carnapiani conservati all’Archivio di Filosofia Scientifica del
Center for Philosophy of Science di Pittsburgh (da dove risulta, tra
l’altro, che Carnap, dopo l’incontro di Davos, si dedicò a un’attenta
lettura di Essere e tempo, valendosi a Vienna della discussione di
Gomperz e Bühler; e dove si trovano importanti chiarimenti sul senso
dell’antimetafisica propugnata da lui in quegli anni e sulle sue
confesse simpatie filocomuniste).
Ne risulta un quadro complessivo dove non solo sono in gioco i
destini del kantismo — conteso tra le interpretazioni della scuola di
Marburgo (Cohen e Cassirer), della scuola cosiddetta
«sudoccidentale» (Rickert, Lask) e di quelle ispirate alla
fenomenologia husserliana —, ma sono in gioco, secondo l’Autore,
anche i destini stessi della filosofia a venire e il senso di quella
sensibile frattura oggi icasticamente espressa nella dicotomia tra
filosofia analitica e filosofia continentale.
La ricostruzione che Friedman fa di quell’incontro e delle filosofie dei
tre protagonisti è chiara ed essenziale; una vera lezione di metodo e
di stile su come raccontare il pensiero contemporaneo oggettivando i
problemi e le soluzioni senza indulgere ai gerghi e agli idioletti dei
filosofi. Ovviamente, il tema centrale dello "snodo" rivisitato da
Friedman è il ruolo della logica nelle divergenti soluzioni di Carnap,
che articola l’idea kantiana della «costitutività» nell’alveo della logica
pura, di Cassirer, che ripropone a suo modo una «logica
trascendentale» (senza deduzione trascendentale, con il
«costitutivo» kantiano assorbito dal «regolativo» e con la logica
formale relegata in secondo piano), e di Heidegger che, come
Cassirer, si disfa della logica, ma per aprire la strada del tutto nuova
di una analisi a priori della natura umana finita.
Friedman, dunque, vede nelle diverse direzioni prese in quegli anni da
Carnap, Cassirer e Heidegger il «crocevia» che ci consente di
comprendere storicamente e geograficamente (ancor più che
teoreticamente) quella che da allora diventa una sorta di
incomunicabilità tra filosofia analitica e continentale. L’enfasi è da lui
posta infatti sul dato storico dell’avvento del nazismo e della
conseguente emigrazione in America dei massimi rappresentanti
della «filosofia scientifica», che avevano condiviso con gli altri la
negazione del sintetico a priori e di una netta distinzione tra facoltà
sensibile e intellettuale centrali nel Kant critico, ma che, come
abbiamo sopra accennato, avevano optato per il compimento del
progetto marburghiano di individuare le forme logiche soggiacenti
responsabili dell’oggettività della conoscenza scientifica naturale.
L’idea russelliana della «logica come essenza della filosofia» diventa
da allora il marchio distintivo della filosofia della conoscenza e delle
teorie del significato come si sviluppano nella cultura
angloamericana, mentre la filosofia continentale persevera nelle
soluzioni esistenziali, storiciste e spiritualiste dischiuse da
Heidegger, dall’ultimo Husserl, dalle «filosofie della vita» e dai fautori
delle Geistwissenschaften.
Qui, pur riconoscendo la rilevanza e la correttezza storica del
percorso privilegiato da Friedman, esprimo un parziale disaccordo.
Per condividere l’analisi di Friedman bisogna consentire su una previa
identificazione di filosofia analitica e filosofia scientifica, senza
soverchie questioni di stile filosofico, di centralità delle
argomentazioni (oltreché della logica), e trascurando, dal punto di
vista storico, l’impatto continentale della critica hegeliana e
romantica in Kant, nonché i destini assolutamente divergenti
dell’empirismo tra filosofia di lingua inglese e filosofie europee. La
tesi di Friedman può spiegare senz’altro perché Derrida ha ben poco
da spartire con Quine, per esempio, ma non spiega perché un
neoaristotelico come MacIntyre è un analitico mentre un Marino
Gentile è un continentale; né spiega alcuni nodi che sono emersi
anche nel recente dibattito sull’Illuminismo che ha occupato la
stampa quotidiana (la differenza tra l’Illuminismo britannico e quello
franco-tedesco; tra lo sperimentalismo e l’empirismo del primo, in cui
le figure di uno Hume e di un Mill continuano a essere centrali nei
secoli successivi, e le propensioni verso l’assolutismo,
l’antiempirismo e l’antinaturalismo, più tipici del secondo,
da Rousseau a Nietzsche).
La griglia ricostruttiva di Friedman lascia tra l’altro inopinatamente
senza collocazione una figura come quella di Cassirer, che invece
con molte ragioni continua ad appartenere allo sfondo di tante
elaborazioni epistemologiche postneopositiviste, nonché di una
storiografia filosofica orientata alle «ricostruzioni razionali», da Kuhn,
a Goodman, a Bernard Cohen, al nostro Parrini; autori cui è molto
difficile non riconoscere uno «spirito» analitico.
Ciò non toglie i grandi meriti della ricerca di Friedman, tra i quali vale
anche ricordare la considerazione riservata al contesto politico e
ideologico, diviso tra i valori della neue Sachlichkeit, del liberalismo
repubblicano e del nascente nazismo, che non furono indifferenti alle
scelte teoriche, anche le più apparentemente avulse dall’attualità
storica, nella diaspora tra quei tre grandi. |