Un diritto contro i re| Selden,
contro ogni investitura divina |
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| Sergio Caruso, «La miglior legge del regno. Consuetudine, diritto naturale e contratto nel pensiero e nell'epoca di John Selden (1584-1654)», Giuffrè, Milano 2001, due volumi, pagg. 1.024, L. 130.000. | Fra le molte triadi (spesso costruite da hegeliani) un tempo presenti nei manuali (Bruno, Telesio, Campanella... Locke, Berkeley, Hume... Fichte, Schelling, Hegel eccetera) e che hanno afflitto la mia giovinezza, c'era anche quella concernette il giusnaturalismo ovvero la teoria del diritto naturale. La triade aveva una autorevolissima ascendenza vichiana e comprendeva i nomi dell'olandese Ugo Grozio, dell'inglese John Selden, del tedesco Samuel Pufendorf. Diversi tra loro, avevano in comune l'interesse per uno ius naturale, che è razionale, anteriore ai diritti positivi dei singoli Stati e che, in caso di conflitto, deve prevalere su di essi.
Al centro del giusnaturalismo stanno alcune delle grandi idee o dei grandi valori costitutivi della modernità: il potere ha fondamenti umani e non divini; deriva da un patto degli uomini fra loro e degli uomini con il sovrano; si danno principi che consentono di distinguere la legge dall'arbitrio e (aggiungiamo oggi) anche di condannare crimini contro l'umanità commessi all'interno di una "legalità" statale.
Su questi punti John Selden è fermissimo. La frase di Paolo «Ogni potere deriva da Dio» significa solo che «Bisogna osservare i patti». Infatti i sovrani «non cadono dalle nuvole» e Dio non fa i re come i re fanno i giudici di pace. Un accordo bilaterale sta invece alla base di ogni potere. La santità del potere altro non è che la santità del contratto. Il re Giacomo I pensava che i diritti del Parlamento fossero una graziosa concessione della Corona e amava paragonare il suo rapporto con il popolo a quello di Dio con Noè.
«Un re - scrisse Selden - è una cosa che gli uomini hanno creato ai propri fini, per desiderio di pace». Quest'ultima espressione fa davvero pensare a Hobbes che a Selden fu legato da una lunga amicizia. Selden visse i tempi difficili e turbolenti della rivoluzione inglese che videro la decapitazione di re Carlo e la guerra civile. Cromwell pensò di affidare a Selden l'incarico di scrivere la nuova costituzione, John Milton ebbe per lui una straordinaria ammirazione.
Anche se è poi diventato un autore piú nominato che effettivamente letto. Selden è una figura dava sulla quale mancava, nella letteratura internazionale, un'opera che fosse all'altezza dell'autore e dei problemi da lui affrontati. Sergio Caruso ha lavorato al suo tema per molti anni e ha scritto uno di quei rari libri che, senza essere mai pedanti o poco leggibili, fanno il punto sui problemi, discutono le interpretazioni, ricostruiscono con amore una biografia nonché lo sfondo storico e culturale di una vita, espongono e analizzano i contenuti delle singole opere, raffrontano gli autori parlano delle fonti e delle differenti soluzioni presenti in una cultura, collocano il proprio autore in un contesto non generico, non (come spesso avviene) immaginario, ma costruito su conoscenze precise. Emergono, a volte e per brevi tratti, toni lievemente ottocenteschi, come quando l'autore si chiede chi sia il più o il meno "laico" tra Vico e Selden. Questo è comunque uno di quei libri, oggi diventati molto rari, che non nascono dai problemi del quotidiano o dalle mode filosofiche, ma da un lungo, paziente, disinteressato lavoro e che per questo si collocano, di prepotenza e per molti decenni, al primi posti nell'interesse degli studiosi. |