RASSEGNA STAMPA

11 MARZO 2001
PAOLO ROSSI
Un diritto contro i re
Selden, contro ogni investitura divina
Sergio Caruso, «La miglior legge del regno. Consuetudine, diritto naturale e contratto nel pensiero e nell'epoca di John Selden (1584-1654)», Giuffrè, Milano 2001, due volumi, pagg. 1.024, L. 130.000.
Fra le molte triadi (spesso costruite da hegeliani) un tempo presenti nei manuali (Bruno, Telesio, Campanella... Locke, Berkeley, Hume... Fichte, Schelling, Hegel eccetera) e che hanno afflitto la mia giovinezza, c'era anche quella concernette il giusnaturalismo ovvero la teoria del diritto naturale. La triade aveva una autorevolissima ascendenza vichiana e comprendeva i nomi dell'olandese Ugo Grozio, dell'inglese John Selden, del tedesco Samuel Pufendorf. Diversi tra loro, avevano in comune l'interesse per uno ius naturale, che è razionale, anteriore ai diritti positivi dei singoli Stati e che, in caso di conflitto, deve prevalere su di essi.
Al centro del giusnaturalismo stanno alcune delle grandi idee o dei grandi valori costitutivi della modernità: il potere ha fondamenti umani e non divini; deriva da un patto degli uomini fra loro e degli uomini con il sovrano; si danno principi che consentono di distinguere la legge dall'arbitrio e (aggiungiamo oggi) anche di condannare crimini contro l'umanità commessi all'interno di una "legalità" statale.
Su questi punti John Selden è fermissimo. La frase di Paolo «Ogni potere deriva da Dio» significa solo che «Bisogna osservare i patti». Infatti i sovrani «non cadono dalle nuvole» e Dio non fa i re come i re fanno i giudici di pace. Un accordo bilaterale sta invece alla base di ogni potere. La santità del potere altro non è che la santità del contratto. Il re Giacomo I pensava che i diritti del Parlamento fossero una graziosa concessione della Corona e amava paragonare il suo rapporto con il popolo a quello di Dio con Noè.
«Un re - scrisse Selden - è una cosa che gli uomini hanno creato ai propri fini, per desiderio di pace». Quest'ultima espressione fa davvero pensare a Hobbes che a Selden fu legato da una lunga amicizia. Selden visse i tempi difficili e turbolenti della rivoluzione inglese che videro la decapitazione di re Carlo e la guerra civile. Cromwell pensò di affidare a Selden l'incarico di scrivere la nuova costituzione, John Milton ebbe per lui una straordinaria ammirazione.
Anche se è poi diventato un autore piú nominato che effettivamente letto. Selden è una figura dava sulla quale mancava, nella letteratura internazionale, un'opera che fosse all'altezza dell'autore e dei problemi da lui affrontati. Sergio Caruso ha lavorato al suo tema per molti anni e ha scritto uno di quei rari libri che, senza essere mai pedanti o poco leggibili, fanno il punto sui problemi, discutono le interpretazioni, ricostruiscono con amore una biografia nonché lo sfondo storico e culturale di una vita, espongono e analizzano i contenuti delle singole opere, raffrontano gli autori parlano delle fonti e delle differenti soluzioni presenti in una cultura, collocano il proprio autore in un contesto non generico, non (come spesso avviene) immaginario, ma costruito su conoscenze precise. Emergono, a volte e per brevi tratti, toni lievemente ottocenteschi, come quando l'autore si chiede chi sia il più o il meno "laico" tra Vico e Selden. Questo è comunque uno di quei libri, oggi diventati molto rari, che non nascono dai problemi del quotidiano o dalle mode filosofiche, ma da un lungo, paziente, disinteressato lavoro e che per questo si collocano, di prepotenza e per molti decenni, al primi posti nell'interesse degli studiosi.
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