RASSEGNA STAMPA

11 MARZO 2001
MARIO RICCIARDI
Se Aristotele fosse papa
Escono gli studi di Anthony Kemy sulla tradizione inaugurata dallo stagirita
Una critica all'ultima enciclica di Giovanni Paolo II
Anthony Kenny, «Essays on the Aristotelian Tradition», Clarendon Press, Oxford 2001, pagg. 174, £ 25.00
Sir Anthony Kenny è il Pro-Vice-Chancellor dell'Università di Oxford, dove per molto anni ha insegnato filosofia medievale e ha ricoperto l'incarico di Master del Balliol College. Pur essendo conosciuto nel nostro Paese come studioso di Wittgenstein, buona parte della attività di Kenny è stata dedicata allo studio di autori del passato. In particolare sono da ricordare le monografie e gli articoli dedicati ad Aristotele, Tommaso d'Aquino e Cartesio. La nuova raccolta di saggi di Kenny è una testimonianza della continuità di questo impegno di interprete dei classici della nostra tradizione. Essa mette infatti a disposizione del lettore articoli, precedentemente pubblicati in riviste o in atti di convegni, su Aristotele, Tommaso, Duns Scoto, Cartesio e sul tomismo di Karol Wojtyla.
Il motivo conduttore di questi lavori è il confronto critico con quella che Kenny chiama la «tradizione aristotelica», che vede in Tommaso il suo principale continuatore, e in Duns Scoto e in Cartesio dei fieri avversari. L'interesse di Kenny per la tradizione aristotelica non è puramente antiquario, anche se il lettore di gusti filologi ci troverà nel volume contributi stilometrici a questioni di datazione e attribuzione all'interno del corpus aristotelico. Per Kenny, lo studio della tradizione aristotelica è interessante perché consente di familiarizzarci con alcune idee (in particolare relative a mente, azione e moralità) che hanno ancora un'importanza centrale nel nostro modo di pensare e di parlare e che, questa è la tesi di fondo del libro, sono spesso migliori delle alternative che sono state proposte da autori di diverso orientamento.
Una conferma di questa tesi si può trovare nella lettura dei primi tre saggi della collezione, che sono dedicati alla filosofia morale. Kenny analizza e discute la concezione della felicità di Aristotele, mostrando le differenze che su questo punto ci sono tra le due etiche (la Nicomachea e l'Eudemia).
Il punto focale dell'analisi è l'idea di vita contemplativa, e il ruolo che essa svolge nella felicità di una persona. Che su questo argomento ci sia una tensione tra due etiche è una cosa ben nota, che pone problemi agli interpreti che si interrogano su quale sia la posizione di Aristotele. Se la vita più perfetta è quella contemplativa, come dobbiamo giudicare le azioni di una persona che agisce in modo immorale per proseguire in pace i propri studi? La proposta di Kenny è quella di trovare una conciliazione, distinguendo due tipi di perfezione. La vita contemplativa non esime dagli obblighi morali, anche se in certe circostanze può mettere in crisi la nostra fedeltà a certi doveri (come quelli nei confronti della propria patria). Nel secondo saggio, Kenny sostiene che l'idea di una felicità che si realizza attraverso la contemplazione è stata recepita in modo originale da Tommaso all'interno di un contesto cristiano, utilizzandola in un modo che avrebbe, probabilmente sorpreso, ma non necessariamente contrariato, lo stesso Aristotele. Di particolare interesse è il suggerimento che la prospettiva dell'immortalità dell'anima renda possibili confronti tra beni finiti e beni infiniti (in particolare la contemplazione di Dio), che segna una delle novità del cristianesimo. Il terzo saggio è invece dedicato al «principio del doppio effetto» (una idea di Tommaso che ha un ruolo centrale in molte discussioni di bioetica).
La seconda parte del libro contiene diversi saggi sulla concezione della mente di Tommaso, e su ciò che la distingue dalle tendenze "cartesiane" di una parte della filosofia della mente contemporanea. Kenny è convinto che Tommaso abbia sviluppato le idee di Aristotele in una direzione molto fertile, che trova nel lavoro di Wittgenstein la sua manifestazione fino a ora di maggiore interesse. Il "dualismo" di Cartesio avrebbe messo la filosofia della mente su una cattiva strada, allontanandola da una adeguata comprensione di cosa sia una persona. Per Tommaso, una persona non è un corpo con un sé (come una sorta di io immateriale che lo governa). Una persona è semplicemente un corpo che ha certe capacità, che si manifestano nella vita intellettuale con le sue manifestazioni linguistiche e comportamentali.
La terza parte del libro contiene tra l'altro un breve saggio sul tomismo di Karol Wojtyla che si raccomanda al lettore italiano. Kenny mostra una certa simpatia nei confronti dello spirito dell'ultima Enciclica, ma manifesta scetticismo sulla capacità della Chiesa cattolica di coniugare filosofia e fede come sarebbe auspicato dal Pontefice. Difficile dargli torto. Non c'è dubbio che anche un agnostico possa provare simpatia per i tentativi di un Papa, che è stato anche un filosofo di professione, di contrastare il relativismo che, sotto le mentite spoglie dell'ecumenismo, sembra avere sempre più spazio nella cultura ecclesiale. Ma c'è da dubitare che le ragioni istituzionali della Chiesa si concilino con la libertà di ricerca che la filosofia richiede. Con tutta la buona volontà, è difficile immaginare Tommaso sul seggio di Pietro. Il filosofo Wojtyla è diventato Papa, ma, come ricordava Aristotele, una rondine non fa primavera.
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