| Se la povertà delle nazioni è avere pessime traduzioni | Un indice del livello culturale di una nazione è la cura con la quale si conosce, si parla e si scrive la propria lingua. Nessuno è perfetto, e un errore può sfuggire a chiunque, oppure si commettono quelle che si chiamano licenze poetiche pur quando si è prosatori. Poco male. Inoltre si sa che la lingua è cosa viva, evolve, il corretto diventa sbagliato e viceversa. Tutto vero. Però mi pare che debba esservi un limite (oggi si usa la metafora: «mettere dei paletti») alla trascuratezza con cui si usano le parole.
Consideriamo il caso dei laureandi, che stanno per diventare dottori. In molte facoltà universitarie la tesi è redatta in modo repellente nella metà dei casi. L'esame di laurea è approvato lo stesso da solenni professori in toga, i quali, ammesso che si accorgano dei disastri linguistici, reputano ormai tardivo e inutile ogni rimedio. Se anche gli studenti rileggessero il testo dieci volte, non saprebbero correggerlo. Non badano alle concordanze, né all'ortografia. Non usano il dizionario: confondono per esempio «transizione» con «transazione». Accusano il computer di ogni colpa, e non se stessi.
Vi sono autorità più in alto e più ignoranti del computer. Sfoglio la rivista (pagata da noi contribuenti) dell'assessorato Beni culturali e ambientali di una regione che non dico. Spicca un titolo: «La cultura é un lusso?». Il verbo essere fa «è» con l'accento grave, non «é» con l'accento acuto. Ma probabilmente l'assessorato non sa nemmeno che l'italiano ha almeno due accenti diversi. Decisamente la cultura è proprio un lusso, anzi uno spreco. Ed è stata soppressa la figura del proto, che una volta era la salvezza della tipografia e dell'editore.
A proposito di editori, uno dei maggiorì in Italia ha da poco portato in libreria la traduzione di un grosso volume, opera di un grande storico americano, David S. Landes, specializzato in materia economica. Il libro, La ricchezza e la povertà delle nazioni, è bello. Il prezzo è caro ma giustificato, o meglio, sarebbe giustificato se il traduttore non avesse massacrato il testo e se la casa editrice italiana non avesse lasciato correre con scandalosa noncuranza. Credo sia un primato che il primo errore si trovi già sul retro del frontespizio, dove infatti nel titolo originale inglese compare la parola Wealt (ricchezza), e non esattamente Wealth.
Non tocca a me preparare l'errata corrige. Scelgo a caso qualche perla. Un bel momento compare un «autobus in servizio di linea NewYork-Boston nel XVIII secolo»! Dal principio alla fine del libro i «britannici» diventano i «bretoni» e l'ancien regime è scritto ancient régime. Nel 1600 la Nuova Spagna sfruttava «l'energia idroelettrica». In una cartina dell'India compaiono due città di Calcutta (una deve essere Calicut). Altrove l'azoto si trasforma in «nitrogeno». Una misteriosa parola «ialurgia» potrebbe voler dire metallurgia. Come esempio di «parole di quattro sillabe» si cita «centosei». In un elenco di «accessori personali» ci sono i «secchi» (specchi?). C'è pure un «federalismo» che ha tutta l'aria di stare per «feudalesimo», e un «1990» che forse sta per «1909». Non finisce qui.
Il signor Oliver Evans muore nel 1819, ma inventa un suo utile congegno negli «anni Ottanta dell'Ottocento». In questo libro, quelli che tutti gli storici chiamano «aritmetici politici» si trasformano in «matematici politici». L'illustre Goethe viene scritto «Ghoete», ma in nessuna delle due forme compare nell'indice alfabetico dei nomi.
Ripeto: l'autore è innocente e il libro sarebbe geniale se l'editore italiano ne avesse avuto cura. I casi sono due: o si tratta di un infortunio isolato, il che per pietà mi induce a tacere i nomi; o è la strada che sta imboccando l'editoria italiana seguendo le orme dell'università. Nel secondo caso, fermiamoci prima di diventare lo zimbello del Terzo Mondo a furia di traduzioni fasulle, che si aggiungono a quelle (ne abbiamo buona esperienza) censurate per motivi politici o ritardate anni e anni per disattenzione. |