RASSEGNA STAMPA

4 MARZO 2001
MICHELE DI FRANCESCO
Wittgenstein, condizioni per pensare
Due introduzioni al «Tractatus logico-philosophicus», capolavoro filosofico del Novecento
H. O. Mounce, «Introduzione al Tractatus di Wittgenstein», Marietti, Genova 2000, pagg. 152, L. 30.000
Pasquale Frascolla, «Tractatus logico-philosophicus. Introduzione alla lettura», Carocci, Roma 2000, pag. 322 L.38.000.
Pochi classici della filosofia del Novecento possono vantare l'influenza e l'importanza intrinseca del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein. Scritta durante la prima guerra mondiale e pubblicata nel 1921 solo dopo molte traversie, l'opera nella quale il giovane pensatore austriaco, condensando un decennio di appassionate riflessioni sulla natura della logica e del significato, riteneva di «avere risolto nell'essenziale alcuni dei più fondamentali problemi della filosofia, affronta un argomento apparentemente tecnico e circoscritto, benché cruciale: la natura delle proposizioni della logica.
A cavallo tra Otto e Novecento Frege e Russell (e Whitehead) avevano posto le fondamenta e realizzato buona parte delle mura portanti dell'edificio della logica matematica. Si era trattato di una grande acquisizione per il pensiero umano, i cui frutti non avrebbero mancato di modificare metodi e immagine della filosofia. Ma una domanda era rimasta inevasa: che tipo di proposizioni sono le proposizioni della logica? Sono verità generali che parlano del mondo reale o descrizioni delle proprietà di oggetti astratti che vivono nel «paradiso di Platone»? E che, tipo di entità sono questi «Oggetti logici» (designati da locuzioni come "e", "o", "non", "Se... allora...")? Nel Tractatus Wittgenstein (già allievo e poi acuto critico di Russell a Cambridge) cerca di fornire una risposta a queste domande, indubbiamente molto specifiche; ma per farlo deve prima chiarire qual'è la natura generale della proposizione ovvero indagare le condizioni di possibilità del pensiero e del linguaggio, spiegando da dove scaturisce la loro capacità di render conto del mondo, di affermare cose vere (e false) intorno alla realtà.
La soluzione fornita dal libro ruota intorno alla celebre idea secondo cui le proposizioni empiriche sono immagini della realtà, il cui potere raffigurativo si può "mostrare" ma non "dire", e conduce a due tesi cruciali per lo sviluppo della filosofia successiva: (1) la logica non dice nulla del mondo (è priva di contenuto), esprimendo soltanto le regole di combinazione implicite nel nostro simbolismo; (2) buona parte delle riflessione filosofica (tipicamente la metafisica tradizionale) si pone problemi che sorgono sulla base di un «fraintendimento della logica del nostro linguaggio». Al di là dell'influenza delle singole dottrine, un'ulteriore peculiarità del Tractatus consiste nell'essere - in positivo o in negativo - un punto di riferimento obbligato per le due anime della filosofia analitica che per lungo tempo, secondo la felice espressione di Michael Dummett, si sono fronteggiate dalle due rive dell'Atlantico: l'anima sistematica incarnata da Carnap e dai suoi seguaci nel continente americano, e quella non sistematica, degli analisti del linguaggio ordinario.
In positivo, tesi come quella secondo cui comprendere il significato di una proposizione è comprendere come sarebbe il mondo nel caso in cui fosse vera hanno aperto la strada (oltre che al celebre principio di verificabilità, collocato dal positivismo logico al centro della propria battaglia antimetafisica) a quello che è stato definito il modello standard della semantica contemporanea, incentrato appunto sul rapporto tra significato e condizioni di verità. In negativo, il Tractatus è il bersaglio polemico di quel manipolo di pensatori che - a cominciare dallo stesso "secondo" Wittgenstein - contestano l'idea di una natura sistematica del linguaggio, di una struttura logica unitaria che dovrebbe sottostare alla pluralità dei differenti "giochi linguistici" esibiti dall'uso effettivo delle differenti lingue umane.
Con ciò abbiamo solo sfiorato una piccola parte dei temi di un'opera che al di là delle vicende storiche e concettuali con cui contribuisce alla cultura non solo filosofica del Novecento è indubbiamente molto difficile e complessa, anche per la particolare opzione stilistica di Wittgenstein, che non di rado sacrifica la comprensibilità alla concisione (all'estetica della scrittura). E' quindi una buona notizia che due ottimi testi introduttivi a esso dedicati siano ora a disposizione del lettore italiano.
Il primo è il volume di H. 0. Mounce, Introduzione al Tractatus di Wittgenstein. Scritto nel 1981, il libro propone un approccio tradizionale al Tractatus. Si tratta, per dir così, di una introduzione molto introduttiva, molto utile (e ben scritta e tradotta) per chi desideri sapere finalmente «cosa c'è dentro» questo capolavoro della logica filosofica, ma, non sia particolarmente interessato a intraprendere uno studio ulteriore dei problemi (soprattutto di filosofia del linguaggio) in esso affrontati. Grazie a questo testo le linee essenziali del pensiero del primo Wittgenstein sono così a disposizione anche di chi ha conoscenze molto limitate di logica e di filosofia.
Diverso il caso del libro di Pasquale Frascolla, Tractatus Logico-philosophicus. Introduzione alla lettura. Più personale, più indirizzato al lettore che abbia un interesse per la logica e la filosofia del linguaggio, (anche) contemporanee, questa introduzione rinuncia fin dal principio all'utopia di un approccio "facile" al Tractatus, ma fornisce - con ammirevole chiarezza e ottimi risultati - gli strumenti per una comprensione non banale e non semplificatrice dei molti fili che si dipanano nel testo. Nel far ciò offre lo strumento di comprensione di alcuni tra i più rilevanti problemi della semantica filosofica. Pur non trascurando anche la nuova moda "viennese" che dell'opera di Wittgenstein vorrebbe privilegiare il lato etico inespresso («Il mio lavoro si compone di due parti, ciò che ho scritto e tutto ciò che non ho scritto» scrisse in una celebre lettera il pensatore austriaco), Frascolla sottolinea opportunamente come sarebbe "disastroso" cercare di comprendere tesi come quelle dell'ineffabilità dell'etica e tutto il misticismo del Tractatus prescindendo dalla concezione di logica e linguaggio da cui dipendono, le quali, dopo tutto, sono elaborate proprio nella parte scritta. Come dire che i limiti della ragione sono fissati dalla ragione stessa, o quanto meno che - come sarebbe piaciuto a Russell - quello sull'ineffabile è un discorso molto lungo.
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