Tra Vattimo e Nietzsche c'è di mezzo il grande Hegel| Un dialogo ermeneutico che dura da 40 anni |
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| G. Vattimo, "Dialogo con Nietzsche. Saggi 1961-2000", Garzanti, pp.301, £ 35.000 | "Dialogo", al di là di tutto ciò che normalmente e filosoficamente se ne dice, è una variante gentile della discussione, e la discussione è una variante argomentata del litigio, e il litigio è una variante non troppo impegnativa del conflitto e il conflitto è una sezione occasionale della guerra, e la guerra è la figlia della volontà di sopraffazione e di potenza. Un vero dialogo di regola lascia aperta e visibile la propria origine non eufemistica: dialogare significa far sì che, ritmicamente, di tanto in tanto, sopraffattore e sopraffatto, dominante e dominato, si scambino le parti. Per questo Deleuze diceva che c'è nel dialogare ermeneutico una vena sado-masochistica, sublimata e ingentilita quanto si vuole, ma tanto più produttiva quanto più lasciata a se stessa.
Così avviene in questo libro, che documenta il dialogo quarantennale di Vattimo con Nietzsche. Si tratta infatti di un dialogo non soltanto nel senso che l'interprete Vattimo si confronta con il testo di Nietzsche, ma anche nel senso che mentre nella parte del libro più o meno comprendente gli scritti di un importante volume del 1967, "Ipotesi su Nietzsche" domina l'interpretato, nella parte più o meno individuabile cronologicamente a partire dal 1980 domina l'interprete.
Distinguiamo allora il lavoro di Vattimo come interprete di Nietzsche dal lavoro di Vattimo come filosofo che usa Nietzsche in un confronto vis-à-vis. Nei saggi del primo tipo troviamo all'opera il particolare programma ermeneutico dell'autore, che consiste nel rendere "trattabili" pensatori apparentemente scombinati, ostici e oscuri (ciò è valso per Nietzsche come per Heidegger), senza propriamente "addomesticarli". Come si ottiene questo risultato? Lo vediamo molto bene qui. In saggi come "La visione del mondo di Nietzsche", "Nichilismo e problema della temporalità", "La filosofia come esercizio ontologico" è evidente la tendenza a spiegare e in una certa misura a razionalizzare le tesi nietzscheane, a mostrarne le fondamentali ragioni; ma è simultaneamente evidente la tendenza a far affiorare, delle ragioni di Nietzsche, le meno prevedibili e ovvie, quelle che sono meno piattamente condivisibili, e la cui condivisione richiede uno scarto, uno spostamento di prospettiva.
Per esempio se Nietzsche fosse solo il difensore della vita contro il concetto, o degli uomini eccezionali contro gli uomini comuni (il cosiddetto superomismo pre-nazista) non avrebbe una vera rilevanza occuparsi di lui, se non se mai en erudit, cioè come ci si occupa di scrittori interessanti e originali, di idee politiche balzane già per fortuna neutralizzate dalla storia. Ma - ci spiega Vattimo - è vero che per Nietzsche nella conoscenza storica la vita deve liberarsi dalla pedante meschinità della conoscenza storica, ma è anche vero che per lui "la vita ha bisogno stile", e che Nietzsche non rinuncia mai al concetto di "unità stilistica" (p. 77); è vero che per Nietzsche vivere filosoficamente significa escogitare e inventare valori, e per lui ci riescono solo i grandi uomini, ma è anche vero che non si può diventare grandi uomini per la decisione di una filosofia o di un governo politico e per epurazioni eugenetiche, ma si è tali o non lo si è per condizioni remote, alle quali possiamo solo sforzarci di corrispondere (p. 59).
Come si vede, si tratta non di infedeltà, ma, si direbbe, di un particolare modo di essere fedeli. Un modo di far giocare i testi al meglio delle loro possibilità filosofiche. Qui Vattimo è l'allenatore di tipo maieutico, per così dire, che non forza lo stile istintivo del giocatore Nietzsche, ma ne prepara la pagina a funzionare come ispiratrice di pensiero.
Ci troviamo allora alla parte in cui l'ipotesi filosofica di Vattimo ha il sopravvento, e leggiamo testi come "I due sensi del nichilismo in Nietzsche" "Nietzsche e l'ermeneutica contemporanea", "Nietzsche interprete di Heidegger". Testi in cui, con una certa conseguente risolutezza, l'enfatico Friedrich Wilhelm, che riteneva di essere il profeta di "una crisi, quale mai si è vista sulla terra, la più profonda collisione della coscienza, una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso...", è senz'altro portato ad essere invece uno dei cardini del pensiero debole.
Una mossa da certi punti di vista imprevedibile, dopo tanta fedeltà e sollecitudine: ma l'ho detto, è un effetto del pensiero dialogico, e non potrebbe essere diversamente. Qui affiora ciò che era l'implicita condizione della cura (la "pietas") con cui Vattimo trattò Nietzsche nel suo primo sforzo interpretativo. È infatti già all'opera, in questo uso eccentrico di Nietzsche, il grande razionalizzatore, e il grande maestro del pensiero dialogico, cioè Hegel, mai nominato ma visibilmente attivo. E Vattimo sempre più frequentemente in questi ultimi anni (non diversamente da autori tedeschi come Dieter Henrich, o americani, come Robert Brandom e John McDowell), si richiama a Hegel. C'è sempre un terzo (forse ci sono infiniti terzi), tra due: è evidente che qui, in questo dialogo, il terzo illegittimo, l'innominato sempre presente, è Hegel. |