| Le nostre emozioni alla ricerca di un
alfabeto | Nel mondo anglosassone si parla sempre più di "Emotional literacy", termine che in
italiano corrisponde ad "alfabetizzazione emotiva". Il concetto è stato importato
dagli Stati Uniti in seguito alle teorie di Howard Gardner sulla pluralità delle forme
di intelligenza e al bestseller di Daniel Goleman sulla cosiddetta intelligenza emotiva,
la capacità di esprimere le proprie emozioni, di saper riconoscere quelle delle altre
persone e di dar spazio ai sentimenti, non soltanto alla ragione.
Gardner e Goleman non propongono di rinunciare alla razionalità in favore
dell'affettività: sottolineano soltanto come i rapporti tra esseri umani dipendano
anche dalla nostra capacità di padroneggiare l'affettività e di riconoscere quella
altrui: spesso, infatti, l'analfabetismo affettivo, vale a dire l'incapacità di porsi in
relazione col prossimo o di prefigurare le conseguenze delle nostre azioni, porta a un
egocentrismo che blocca i diversi aspetti della vita sociale o a veri e propri
sconquassi.
Il mondo anglosassone, si afferma spesso, è meno empatico rispetto a quello latino:
da qui nascerebbe la popolarità che incontra oggi l'alfabetizzazione emotiva,
soprattutto a livello dei manager, meno propensi a lasciare spazio alle proprie
emozioni o a comprendere le ragioni - emotive - degli altri. Ora però l'idea di entrare
in contatto con le proprie emozioni sta raggiungendo il mondo della scuola: in
Inghilterra, ad esempio, ben 90 scuole nell'area di Southampton hanno aderito a un
progetto pilota che è particolarmente significativo in quanto investe una popolazione
a rischio, composta da ragazzini che appartengono a ceti medio-bassi e, in quasi il
40% dei casi, a famiglie composte da un solo genitore.
Un'inchiesta dal comitato scolastico d'area ha dimostrato che questi ragazzini
conoscono al massimo una decina di parole relative alle emozioni e all'affettività:
sono parole scarsamente differenziate, generalmente volgari, che non consentono
sottigliezze quando si tratta di definire il proprio stato d'animo o di comprendere
quello altrui. Certo, anche altri aspetti del linguaggio di questi bambini e adolescenti
sono ridotti ad un vocabolario estremamente contratto: ma il fatto che anche in
ambito delle esperienze dell'io o dei rapporti con gli altri ci si affidi a un pugno di
termini lascia molto perplessi.
L'esperimento inglese si propone quindi di ampliare il repertorio linguistico e la
capacità degli studenti di parlare di sé stessi, con sé stessi e con gli altri: vale a dire di
cercare di riconoscere il proprio stato d'animo, comunicarlo, comprendere quello
degli amici, dei genitori o di altre persone senza risolvere le proprie relazioni con una
parola a "quattro lettere" - cioè con parolacce - o con spintoni e cazzotti, forme di
interazione che generalmente subentrano quando non si sa parlare o non si è in grado
di essere in contatto con le proprie emozioni.
Non tutti sono d'accordo con questa esperienza scolastica, eppure essa ha aspetti
positivi, si propone di dar voce in modo appropriato, a quei sentimenti che covano in
modo indistinto nell'animo dei ragazzi e che non trovano via d'uscita attraverso la
parola: e quando non ci sono parole le soluzioni sono essenzialmente di due tipi,
chiudersi in sé stessi o aggredire gli altri, affidare all'azione ciò che non si sa
esplicitare in modo più articolato.
Dicevo che molti ritengono che questi problemi investano prevalentemente la cultura
nordeuropea o quella statunitense: eppure diversi drammatici fatti di cronaca
indicano come anche nel nostro Paese lo spazio dell'affettività e della comunicazione
emotiva vada restringendosi tra molti giovani, produca esplosioni distruttive, sia
circoscritta ad ambiti codificati, quelli dove vengono consumate emozioni di massa.
Ovviamente ci sono anche molti giovani che sanno comunicare e che nutrono
interessi negli altri, che danno spazio all'affettività, alle passioni, alla con-passione:
ma una parte di loro non trova le parole adatte, forse anche in quanto la scuola ha
privilegiato la sfera dell'informazione a scapito di quella rivolta alle esigenze, anche
affettive, del singolo studente. L'alfabetizzazione emotiva è solo un primo passo: ma
senza parole e senza sforzi per comprendere cosa si prova o quali conseguenze
possono avere le proprie azioni si rinuncia ad una delle caratteristiche più salienti
della mente e dell'essenza umana. |