RASSEGNA STAMPA

1 MARZO 2001
ALBERTO OLIVEIRO
Le nostre emozioni alla ricerca di un alfabeto
Nel mondo anglosassone si parla sempre più di "Emotional literacy", termine che in italiano corrisponde ad "alfabetizzazione emotiva". Il concetto è stato importato dagli Stati Uniti in seguito alle teorie di Howard Gardner sulla pluralità delle forme di intelligenza e al bestseller di Daniel Goleman sulla cosiddetta intelligenza emotiva, la capacità di esprimere le proprie emozioni, di saper riconoscere quelle delle altre persone e di dar spazio ai sentimenti, non soltanto alla ragione. Gardner e Goleman non propongono di rinunciare alla razionalità in favore dell'affettività: sottolineano soltanto come i rapporti tra esseri umani dipendano anche dalla nostra capacità di padroneggiare l'affettività e di riconoscere quella altrui: spesso, infatti, l'analfabetismo affettivo, vale a dire l'incapacità di porsi in relazione col prossimo o di prefigurare le conseguenze delle nostre azioni, porta a un egocentrismo che blocca i diversi aspetti della vita sociale o a veri e propri sconquassi. Il mondo anglosassone, si afferma spesso, è meno empatico rispetto a quello latino: da qui nascerebbe la popolarità che incontra oggi l'alfabetizzazione emotiva, soprattutto a livello dei manager, meno propensi a lasciare spazio alle proprie emozioni o a comprendere le ragioni - emotive - degli altri. Ora però l'idea di entrare in contatto con le proprie emozioni sta raggiungendo il mondo della scuola: in Inghilterra, ad esempio, ben 90 scuole nell'area di Southampton hanno aderito a un progetto pilota che è particolarmente significativo in quanto investe una popolazione a rischio, composta da ragazzini che appartengono a ceti medio-bassi e, in quasi il 40% dei casi, a famiglie composte da un solo genitore. Un'inchiesta dal comitato scolastico d'area ha dimostrato che questi ragazzini conoscono al massimo una decina di parole relative alle emozioni e all'affettività: sono parole scarsamente differenziate, generalmente volgari, che non consentono sottigliezze quando si tratta di definire il proprio stato d'animo o di comprendere quello altrui. Certo, anche altri aspetti del linguaggio di questi bambini e adolescenti sono ridotti ad un vocabolario estremamente contratto: ma il fatto che anche in ambito delle esperienze dell'io o dei rapporti con gli altri ci si affidi a un pugno di termini lascia molto perplessi. L'esperimento inglese si propone quindi di ampliare il repertorio linguistico e la capacità degli studenti di parlare di sé stessi, con sé stessi e con gli altri: vale a dire di cercare di riconoscere il proprio stato d'animo, comunicarlo, comprendere quello degli amici, dei genitori o di altre persone senza risolvere le proprie relazioni con una parola a "quattro lettere" - cioè con parolacce - o con spintoni e cazzotti, forme di interazione che generalmente subentrano quando non si sa parlare o non si è in grado di essere in contatto con le proprie emozioni. Non tutti sono d'accordo con questa esperienza scolastica, eppure essa ha aspetti positivi, si propone di dar voce in modo appropriato, a quei sentimenti che covano in modo indistinto nell'animo dei ragazzi e che non trovano via d'uscita attraverso la parola: e quando non ci sono parole le soluzioni sono essenzialmente di due tipi, chiudersi in sé stessi o aggredire gli altri, affidare all'azione ciò che non si sa esplicitare in modo più articolato. Dicevo che molti ritengono che questi problemi investano prevalentemente la cultura nordeuropea o quella statunitense: eppure diversi drammatici fatti di cronaca indicano come anche nel nostro Paese lo spazio dell'affettività e della comunicazione emotiva vada restringendosi tra molti giovani, produca esplosioni distruttive, sia circoscritta ad ambiti codificati, quelli dove vengono consumate emozioni di massa.
Ovviamente ci sono anche molti giovani che sanno comunicare e che nutrono interessi negli altri, che danno spazio all'affettività, alle passioni, alla con-passione: ma una parte di loro non trova le parole adatte, forse anche in quanto la scuola ha privilegiato la sfera dell'informazione a scapito di quella rivolta alle esigenze, anche affettive, del singolo studente. L'alfabetizzazione emotiva è solo un primo passo: ma senza parole e senza sforzi per comprendere cosa si prova o quali conseguenze possono avere le proprie azioni si rinuncia ad una delle caratteristiche più salienti della mente e dell'essenza umana.
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vedi anche
Il mondo dell'uomo