VON MISES Proprietà privata sola garante di paceLa sua abolizione è la via sicura verso
la miseria e la schiavitù secondo
il grande teorico austriaco, esponente di primo piano della Grande Vienna all'inizio
del novecento «Non siamo contro lo Stato che consideriamo una necessità e al quale la nostra dottrina a il controllo della convivenza sociale contro ogni sopraffazione,» |
| Ludwig von Mises (1881-1973) - esponente di primo piano della «Grande Vienna» - è stato insieme al suo discepolo Friedrich A. von Hayek, uno dei più grandi teorici contemporanei del liberalismo. Da convinto individualista metodologico, ha avversato la perniciosa dottrina di quanti reificano, fanno diventare cose, i concetti collettivi (Stato, partito, classe, ecc.). La realtà è che esistono solo individui: «solo l'individuo pensa, ragiona ed agisce». Da economista, già agli inizi degli anni Venti, aveva dimostrato, in un'opera ormai classica, Socialismo, l'impossibilità del calcolo economico in una società (nazista, fascista e comunista) che abbia abolito la proprietà privata dei mezzi di produzione e che, pertanto, non possiede la bussola dei «prezzi» di mercato. L'abolizione della proprietà privata è la via della miseria e della schiavitù. Da teorico del liberalismo, Mises, evitando appelli ai sentimenti e prediche sui valori, fa presente come ragioni logiche ed empiriche stiano lì a dimostrare l'inscindibile legame tra economia di mercato da una parte e il più esteso benessere e la più ampia libertà dall'altra. Da ciò segue che, se vogliamo il più esteso benessere e la più ampia libertà, dobbiamo allora porre attenzione a tutti quei mezzi che favoriscono e proteggono l'economia di mercato.
Ora, però, l'economia di mercato equivale, innanzitutto, alla proprietà privata dei mezzi i produzione. «Il programma del liberalismo - afferma Mises - potrebbe riassumersi in una sola parola: "proprietà", da intendersi come proprietà privata dei mezzi di produzione». E a quella di proprietà privata dei mezzi di produzione il programma del liberalismo associa le idee di libertà e di pace. Il liberale è a favore della libertà se non altro per il fatto che «il lavoro libero è incomparabilmente più produttivo del lavoro effettuato da chi non è libero. Il lavoratore non libero non ha alcun interesse ad impegnare seriamente le proprie forze. Quindi lavora quanto basta e con l'assiduità sufficiente ad evitare le sanzioni previste per chi non rispetta i minimi di lavoro. Il lavoratore libero invece sa di poter migliorare la propria remunerazione quanto più intensifica la propria prestazione lavorativa. Quindi impegna in pieno le proprie forze per accrescere il proprio reddito». In breve: «Quel che sosteniamo è solamente che un sistema basato sulla libertà di tutti i lavoratori garantisce la massima produttività del lavoro umano e pertanto va incontro agli interessi di tutti gli abitanti di questo mondo».
Insieme alla proprietà privata dei mezzi di produzione e alla libertà, l'altro grande pilastro della politica liberale è, appunto, la pace. La pace - scrive Mises - «è la teoria sociale del liberalismo». E ciò per la ragione che «l'unica cosa che fa progredire l'umanità e la distingue dal mondo animale è la cooperazione sociale. Solo il lavoro costruisce, crea ricchezza e pone le basi materiali del progresso spirituale dell'uomo (... ). Il liberale ha orrore della guerra ma non, come ritiene il filantropo, malgrado le sue possibili conseguenze utili, ma perché essa non può avere che conseguenze nefaste». La guerra distrugge le basi della cooperazione, le basi cioè della divisione del lavoro e quindi della ricchezza di un popolo. «Il pieno sviluppo della divisione del lavoro è possibile .solo se vi è la garanzia permanente di una convivenza pacifica». E per il mantenimento della pace va difesa l'uguaglianza davanti alla legge, Difatti è chiaro che «è quasi impossibile mantenere una pace duratura in una società nella quale siano differenti i diritti e i doveri dei vari ceti. Cìò delegittima una parte della popolazione deve sempre aspettarsi che i delegittimati si coalizzino contro i privilegiati».
A destra e a sinistra si è proclamato e sempre si ripete che liberalismo significa distruzione dello Stato: e si è giunti a sostenere che il liberale sia animato da un dissennato odio contro lo Stato. Ma, anche qui, nulla di più falso. Mises precisa: «Se uno ritiene che non sia opportuno affidare allo Stato il compito di gestire ferrovie, trattorie, miniere, non per questo è un "nemico dello Stato". Lo è tanto poco quanto lo si può chiamare nemico dell'acido solforico perché ritiene che, per quanto esso possa essere utile per svariati scopi, non è certamente adatto ad essere bevuto o per lavarsi le mani». Il liberalismo non è anarchismo: «Bisogna essere in grado di costringere con la violenza ad adeguarsi alle regole della convivenza sociale chi non vuole rispettare la vita, la salute o la libertà personale o la proprietà privata di altri uomini. Sono questi i compiti che la dottrina liberale assegna allo Stato: la protezione della proprietà, della libertà e della pace». E per essere ancora più chiari: «Secondo la concezione liberale, la funzione dell'apparato statale consiste unicamente ed esclusivamente nel garantire la sicurezza della vita, della salute, della libertà e della proprietà privata contro chiunque attenti ad essa con la violenza».
Per il liberalismo, dunque, lo Stato è «una necessità imprescindibile». E questo proprio a motivo del fatto che «collo Stato ricadono le funzioni più importanti: la protezione della proprietà privata e soprattutto della pace, giacché solo nella pace la proprietà privata può dispiegare tutti i suoi effetti». Da qui la forma di Stato che la società deve abbracciare per adeguarsi all'idea liberale: forma di Stato che è quella democratica, basata sul consenso espresso dai governati al modo in cui viene esercitata l'azione di governo. E allora è facile comprendere la funzione sociale della democrazia: «La democrazia è quella forma di costituzione politica che rende possibile l'adattamento del governo al volere dei governati senza lotte violente. Se in uno Stato democratico la linea di condotta del governo non corrisponde più al valore della maggioranza della popolazione, non è affatto necessaria una guerra civile per mandare al governo quanti intendano operare secondo la volontà della maggioranza. Il meccanismo delle elezioni e il parlamentarismo sono appunto gli strumenti che permettono di cambiare pacificamente governo, senza scontri, violenze e spargimenti di sangue».
La democrazia deve di continuo fronteggiare quanti sostengono il diritto di una minoranza a dominare lo Stato e a sottomettere la maggioranza. La legittimazione etica di questo diritto risiederebbe semplicemente nel successo della forza. I migliori si riconoscerebbero dalla loro capacità di dominare la maggioranza contro la sua volontà. «Su questo punto - afferma Mises - convengono perfettamente fino a coincidere, la dottrina dell'Action française e quella dei sindacalisti, la dottrina di Ludendorff e di Hitler e quella di Lenin e di Trotckij». E precisa: «Se ogni gruppo che crede di poter imporre con la violenza la propria sovranità sugli altri dovesse essere autorizzato a fare il suo bravo tentativo, l'unica cosa che dovremmo aspettarci sarebbe una serie ininterrotta di guerre civili. Ma una situazione, del genere è incompatibile con il grado di divisione del lavoro che abbiamo raggiunto oggi. L'economia moderna basata sulla divisione del lavoro può reggersi soltanto in un contesto di pace stabile».
Il liberalismo è intollerante solo con gli intolleranti. «Il liberalismo proclama la tolleranza verso qualsiasi fede e qualsiasi genere della realtà non per indifferenza verso queste cose "superiori", ma perché è fermamente convinto che su ogni altra cosa deve prevalere la sicurezza della pace sociale». |