Severino, Dio e la Bardot| Incontro con il filosofo che lascia l'insegnamento dopo mezzo secolo. Una vita contro l'intera tradizione culturale |
| Gli piacciono la grappa e il fragolino, era attratto da Marilyn Monroe e
Brigitte Bardot e da tante altre delizie: Emanuele Severino scriverà pure libri difficili che
passeranno con ogni probabilità alla storia della filosofia, ma appare molto sensibile alle polpe
e ai colori del mondo. "Sono ben piantato coi piedi per terra - ammette lui per primo -. Non
sto nelle nuvole". Fa un certo effetto scoprirlo: Severino può apparire paradossale, anche
assurdo, inconcepibile, perché sostiene che tutto è eterno, non solo ogni uomo e ogni cosa,
ma anche ogni momento di vita, ogni sentimento, ogni aspetto della realtà, e quindi niente
scompare, niente muore: l'eternità è la sua passione, la sua vocazione; e così uno si immagina
che lo sguardo di Severino frughi i cuori segreti del mondo, le vie misteriose attraverso le quali
avvengono gli inauditi fenomeni di cui narra, e pensa pure, sbagliando, che lui sia un uomo
assortissimo e remoto: invece, proprio per questo contemplare ogni frammento, ogni lampo
sotto il cielo, coglie felice anche le superfici, la vita se la gode tutta. Le labbra di Brigitte, le
gambe di Marilyn sono anch'esse eterne. Grazie, professore.
In questi giorni il filosofo è festeggiato perché lascia l'insegnamento a Ca' Foscari, compiendo
domani 72 anni. Insegna e scrive da mezzo secolo. Massimo Cacciari gli ha scritto una lettera
piena di complimenti dove dice in pratica che lui è un gigante, è l'unico filosofo che nel
Novecento si possa contrapporre a Heidegger. Severino ringrazia e tira dritto. Passa le
giornate al computer, sta finendo di sistemare il nuovo grosso saggio per Adelphi, La Gloria ,
che è il seguito di Destino della necessità , apparso nell'80: "Mi ci son voluti vent'anni per
rispondere ai punti interrogativi che riempivano le ultime pagine di quel libro". Lavora nel
piccolo studio della sua casa, una villetta che sorge al posto di quel Palazzo Martinengo dove
il Foscolo corteggiava la contessa Marzia: Severino fa un po' di buio perché la luce del sole lo
distrae, accende due lampade, si siede alla scrivania che fu di suo padre generale dei
bersaglieri, e comincia. Oppure lavora nella cantinetta, dove d'inverno accende il camino: "Mi
piace guardare il fuoco mentre scrivo". E libri dappertutto, perfettamente ordinati: "Saranno
ventimila". In salotto spiccano una bellissima scultura di suo figlio Federico, un Orfeo a testa in
giù disperato per la perdita di Euridice, e un pianoforte a coda: "Sono un musicista mancato.
Da giovane componevo: una mia suite per strumenti a fiato, tra Bartók e Strawinski, è stata
anche eseguita a Brescia".
Parliamo qui, nella cantinetta. Ma con Severino non si parla: si soffre. Le tue parole non vanno
mai bene, si ha sempre l'impressione che siano stonate, inadeguate: lui affresca idee che danno
la vertigine e tu tenti di capire, chiedi chiarimenti, ma ogni cosa che dici risulta improprio,
bisognoso di cure, va ricostruito o cambiato. Un disastro. E più lui sorride affettuoso e ti
incoraggia, più ti senti incongruo, spaesato. Il fatto è che si mette a raccontare il suo pensiero,
anche se sa che "parlare di filosofia uccide la filosofia, perché non si vede la profonda vena
d'oro e vien fuori uno spettro, un mito nel migliore dei casi, un discorso strano di un
intellettuale un po' squilibrato".
Ricorda quando formulò le sue idee per la prima volta: suscitarono molto stupore, come anche
oggi. Aveva 23 anni, era già libero docente all'Università, e un giorno stava lavorando attorno
al primo libro della Fisica di Aristotele, su nello studiolo, quando gli vennero i pensieri nuovi:
"Fu come trovarsi in un vortice, in un maelström, e in basso apparve la terra. L'essere eterno
mi si presentò in questo modo, aveva il carattere di questo fondo marino". Scoprì quel giorno
che mentre tutti da millenni credono che le cose e gli uomini nascono dal nulla e nel nulla
ritornano, lui pensava di no. Tutto è eterno. Non basta: solo in superficie si crede che le cose
vengano dal nulla e che nel nulla alla fine precipitino, perché nel profondo siamo convinti che
quel breve segmento di luce che è la vita è esso stesso nulla. E' il nichilismo. E' l'omicidio
primario, l'uccisione dell'essere. Ma è una contraddizione: ciò che è non può non essere, né
può essere stato o potrà mai essere nulla. Una contraddizione che è la follia dell'Occidente, e
ormai di tutta la terra". Una ferita che necessita di numerosi conforti, dalla religione all'arte,
tutti affreschi sul buio, tentativi di nascondere, medicare il nulla che ci fa orrore. Per fortuna ci
attende la Gloria, "ci attende la Non Follia, l'apparire dell'eternità di tutte le cose. Noi siamo
eterni e mortali perché l'eterno entra ed esce dall'apparire. La morte è l'assentarsi
dell'eterno". E lui, Emanuele Severino, come si pone davanti alla morte? "Sono come gli altri:
ne ho paura. Abbiamo tutti nel sangue il nichilismo... Ci crediamo mendicanti quando invece
siamo re. L'uomo diventa polvere, ma anche la polvere è eterna".
Idee che da più parti vengono ora condivise o valutate con rispetto: "Alcuni fisici dicono che le
mie tesi sono uno dei modi con cui può essere enunciata la teoria della relatività di Einstein. Gli
eventi futuri e passati hanno un volume, uno spessore d'essere, una potenza pari ai presenti.
Alcuni teologi vi vedono un preambolo alla fede". Già, Severino fu allontanato dalla Cattolica
nel '69: "Mi resi conto che il mio discorso conteneva il no più radicale alla tradizione
metafisica dell'Occidente e dell'Oriente. Non era rivolto specificamente contro la religione
cristiana". Che cosa le è rimasto della sua educazione cattolica, che cosa significa oggi Dio per
lei? "La Verità prende il posto di Dio, che è rimedio dell'angoscia contro il nulla. Dio è
all'interno della follia, del nichilismo, del credere che le cose muoiono". La preghiera però non
gli è scomparsa, anche se non la chiama preghiera perché questa parola, prex , viene da
carpo , prendo, ne è una trasformazione linguistica, e così la preghiera è per lui una richiesta,
un tentativo di "impossessarsi dell'assenso di Dio", il che non gli va bene. Il Padre nostro , in
lui "un pensiero non tra i più infrequenti", è un Padre nostro all'indicativo ( è santificato il
nome tuo, viene il tuo Regno...), non ha più gli ottativi e le suppliche esortative (sia santificato,
venga, dacci, ecc.): "E' una visione, una constatazione, un atto contemplativo".
Adesso Severino è dunque festeggiato e applaudito, non solo dai numerosi allievi, ma è anche
molto, molto discusso, come si legge nel suo La legna e la cenere (Rizzoli, dell'anno scorso),
dove c'è un bellissimo dialogo con Gianni Vattimo: ecco, questo suo porsi contro le filosofie
attuali e contro l'intera tradizione culturale, non fa sentire Severino un po' isolato? Proprio no,
è la sostanza della sua risposta. Anzi: "E' un motivo di compiacimento: la solitudine è carattere
regale della Verità. Sarei davvero uno stupido se prevedessi di avere un immediato consenso
quando dico "Guarda che tu sei la civiltà della follia"". E comunque il prossimo gli è simpatico:
"Ho preso dalla mia mamma". E alla domanda su quali difetti si riconosca, risponde con un
buffo "eh" veneto, come per dire: infiniti. Cioè? "Pur scrivendo moltissimo, e questo già può
essere un difetto, ho una certa pigrizia, ho voglia di passare il tempo facendo niente, pensando,
che per me è riposo".
Il filosofo sale di sopra, fa scorrere la mano sul pianoforte come per dargli una carezza. "Ero
attratto anche dalla matematica: alla maturità presi dieci. Ma mio fratello mi aveva sempre
parlato di Giovanni Gentile perché frequentava le sue lezioni alla Normale di Pisa: nella
filosofia mi affascinava la capacità di mettere fuori gioco il mondo culturale in cui venivo
educato. Mio fratello morì nel '42 sul fronte francese. Era bravissimo. Si chiamava Giuseppe.
Io avevo 13 anni. Sentii forse il desiderio di raccogliere la sua eredità".
Severino parte. Va a Madonna di Campiglio: "Da casa mia vedo il Brenta, che è come dieci
monti Olimpo". |