RASSEGNA STAMPA

22 FEBBRAIO 2001
ALBERTO OLIVEIRO
Ma come sono volubili i numeri della genetica
Il numero dei geni che costituiscono il genoma umano è ormai noto e molto inferiore alle stime precedenti. Sino a non molto tempo fa si riteneva infatti che i geni della nostra specie fossero circa 100.000 mentre oggi sappiamo che essi si aggirano intorno ai 30.000. Il numero, badate bene, è ancora un po' impreciso, ed è legato a valutazioni attendibili ma ancora aperte a una valutazione finale: resta però il fatto che le nuove stime si prestano a considerazioni diverse a seconda dell'ottica con cui si guarda al significato del genoma. Anzitutto abbiamo poco più del triplo dei geni di un moscerino, che ne ha 13.000, o circa lo stesso numero dei geni di un topo o di un altro vertebrato. Ma in fatto di geni la quantità può dire ben poco, ciò che conta è la qualità, l'informazione che essi racchiudono, la storia che essi narrano. Da un lato, i nostri geni hanno una storia antica che parla di un nostro apparentamento con altre specie: circa il 40% delle informazioni racchiuse nei geni umani sono simili rispetto a quelle dei vermi, il 60% sono uguali a quelle di un moscerino, il 90% a quelle dei topi. Dall'altro lato gli esseri umani dimostrano una unicità genetica anche rispetto agli scimpanzé, i primati che ci sono più prossimi: questa unicità è fondata su appena l'1% dei geni, più recenti rispetto a quelli degli altri primati. In altre parole, una sola coppia su 100 delle "basi azotate" che costituiscono il Dna ci rende umani, diversi dagli scimpanzé. Un pugno di geni più "recenti" comporta quindi una sostanziale differenza rispetto ai più evoluti tra i primati non umani. Possiamo scrollare le spalle, eppure quell'un per cento, che ai non esperti può sembrare ben poca cosa, racchiude in sé una storia diversa e una fondamentale differenza, anche dal punto di vista biologico. Gli esseri umani si sono staccati abbastanza di recente da un antenato comune, esistito circa mezzo milione di anni fa, mentre scimpanzé, gorilla ed orangutan sono comparsi sulla scena evolutiva molto tempo prima, più di un milione di anni or sono. Abbiamo quindi una storia diversa ma anche qualcosa di più: la diversità tra noi e le scimmie non evolute non dipende soltanto dall'uno per cento dei geni, ma anche da una minore variabilità genica. Le stime effettuate sulle popolazioni umane appartenenti alle diverse razze indicano che tra di loro esiste un'incredibile rassomiglianza genetica malgrado le diversità che il nostro occhio è portato a cogliere: neri e bianchi, orientali ed esquimesi, australiani e indiani d'America, sono fondamentalmente simili dal punto di vista genetico. Appena lo 0,1 percento dei geni, pari ad una base su 1000, in tutto poche decine di basi, variano a seconda delle razze che popolano il pianeta: il nostro occhio è in grado di cogliere differenze fisiche che possono alimentare pregiudizi razziali ma in media le differenze genetiche che separano un europeo da un cinese o da un africano sono minori rispetto a quelle che ci rendono diversi dal nostro vicino di casa, da una persona che appartiene alla nostra stessa etnia. La genetica, insomma, ci dice che gli esseri umani sono molto simili tra loro mentre le scimmie, anche le antropomorfe, presentano notevoli diversità: tra gli scimpanzé, ad esempio, la variabilità genetica è di circa 5 volte superiore a quella umana, cinque basi, anziché una, su mille. I numeri della genetica ci raccontano perciò una storia complessa: ci parlano di una somiglianza tra i viventi, di una peculiarità umana che dipende da un pugno di geni e di una caratteristica tipica della nostra specie, quella di una grande omogeneità biologica alla base della "essenza" umana. Questa uniformità è talmente forte che alcuni genetisti, come Luigi Cavalli Sforza, asseriscono che il concetto di razza va totalmente rivisto in quanto le diverse razze contemplano minime differenze, inferiori a quelle evidenti tra persone che appartengono ad una stessa etnia: eppure, malgrado le razze umane siano molto più simili di quanto riteniamo, siamo spesso indotti a individuare diversità, a postulare differenze naturali che, salvo per pochi tratti fisici, dipendono essenzialmente dalla cultura. I recenti dati sul genoma umano non investono quindi soltanto la biologia e le sue future implicazioni terapeutiche: essi indicano un divario tra conoscenza e pregiudizio, tra ciò che sappiamo e ciò cui spesso vogliamo credere.
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