| Ma come sono volubili i numeri della
genetica | Il numero dei geni che costituiscono il genoma umano è ormai noto e molto inferiore
alle stime precedenti. Sino a non molto tempo fa si riteneva infatti che i geni della
nostra specie fossero circa 100.000 mentre oggi sappiamo che essi si aggirano
intorno ai 30.000. Il numero, badate bene, è ancora un po' impreciso, ed è legato a
valutazioni attendibili ma ancora aperte a una valutazione finale: resta però il fatto
che le nuove stime si prestano a considerazioni diverse a seconda dell'ottica con cui si
guarda al significato del genoma. Anzitutto abbiamo poco più del triplo dei geni di un
moscerino, che ne ha 13.000, o circa lo stesso numero dei geni di un topo o di un
altro vertebrato. Ma in fatto di geni la quantità può dire ben poco, ciò che conta è la
qualità, l'informazione che essi racchiudono, la storia che essi narrano.
Da un lato, i nostri geni hanno una storia antica che parla di un nostro
apparentamento con altre specie: circa il 40% delle informazioni racchiuse nei geni
umani sono simili rispetto a quelle dei vermi, il 60% sono uguali a quelle di un
moscerino, il 90% a quelle dei topi. Dall'altro lato gli esseri umani dimostrano una
unicità genetica anche rispetto agli scimpanzé, i primati che ci sono più prossimi:
questa unicità è fondata su appena l'1% dei geni, più recenti rispetto a quelli degli
altri primati. In altre parole, una sola coppia su 100 delle "basi azotate" che
costituiscono il Dna ci rende umani, diversi dagli scimpanzé.
Un pugno di geni più "recenti" comporta quindi una sostanziale differenza rispetto ai
più evoluti tra i primati non umani. Possiamo scrollare le spalle, eppure quell'un per
cento, che ai non esperti può sembrare ben poca cosa, racchiude in sé una storia
diversa e una fondamentale differenza, anche dal punto di vista biologico. Gli esseri
umani si sono staccati abbastanza di recente da un antenato comune, esistito circa
mezzo milione di anni fa, mentre scimpanzé, gorilla ed orangutan sono comparsi sulla
scena evolutiva molto tempo prima, più di un milione di anni or sono. Abbiamo
quindi una storia diversa ma anche qualcosa di più: la diversità tra noi e le scimmie
non evolute non dipende soltanto dall'uno per cento dei geni, ma anche da una
minore variabilità genica. Le stime effettuate sulle popolazioni umane appartenenti
alle diverse razze indicano che tra di loro esiste un'incredibile rassomiglianza genetica
malgrado le diversità che il nostro occhio è portato a cogliere: neri e bianchi,
orientali ed esquimesi, australiani e indiani d'America, sono fondamentalmente simili
dal punto di vista genetico. Appena lo 0,1 percento dei geni, pari ad una base su
1000, in tutto poche decine di basi, variano a seconda delle razze che popolano il
pianeta: il nostro occhio è in grado di cogliere differenze fisiche che possono
alimentare pregiudizi razziali ma in media le differenze genetiche che separano un
europeo da un cinese o da un africano sono minori rispetto a quelle che ci rendono
diversi dal nostro vicino di casa, da una persona che appartiene alla nostra stessa
etnia. La genetica, insomma, ci dice che gli esseri umani sono molto simili tra loro
mentre le scimmie, anche le antropomorfe, presentano notevoli diversità: tra gli
scimpanzé, ad esempio, la variabilità genetica è di circa 5 volte superiore a quella
umana, cinque basi, anziché una, su mille.
I numeri della genetica ci raccontano perciò una storia complessa: ci parlano di una
somiglianza tra i viventi, di una peculiarità umana che dipende da un pugno di geni e
di una caratteristica tipica della nostra specie, quella di una grande omogeneità
biologica alla base della "essenza" umana. Questa uniformità è talmente forte che
alcuni genetisti, come Luigi Cavalli Sforza, asseriscono che il concetto di razza va
totalmente rivisto in quanto le diverse razze contemplano minime differenze, inferiori
a quelle evidenti tra persone che appartengono ad una stessa etnia: eppure, malgrado
le razze umane siano molto più simili di quanto riteniamo, siamo spesso indotti a
individuare diversità, a postulare differenze naturali che, salvo per pochi tratti fisici,
dipendono essenzialmente dalla cultura. I recenti dati sul genoma umano non
investono quindi soltanto la biologia e le sue future implicazioni terapeutiche: essi
indicano un divario tra conoscenza e pregiudizio, tra ciò che sappiamo e ciò cui
spesso vogliamo credere. |