| Una lettera a Severino che lascia l’insegnamento |
| Pubblichiamo la lettera che Massimo Cacciari ha scritto a
Emanuele Severino in una particolare occasione: il
commiato del filosofo dall’insegnamento universitario. |
Caro Professore,
fu soltanto dopo la pubblicazione del mio Krisis, nel 1976,
che lessi per la prima volta le sue fondamentali opere degli
anni Cinquanta e Sessanta. Ma credo che proprio la
distanza della mia formazione filosofica e delle mie prime
esperienze culturali e politiche dal suo percorso di studioso
e dall’ambiente in cui esso maturò, mi abbia permesso di
avvicinarmi, forse più di altri, al significato davvero decisivo
che il suo pensiero riveste per la filosofia del Novecento.
Finché la «storia» della filosofia contemporanea continuerà
ad essere «giocata» o all’interno della «linea»
nietzschianaheideggerianaermeneutica, o nell’opposizione
tra questa e quella analitica, temo non ne risulterà mai
comprensibile il vero problema. Esso risulta evidente, a mio
avviso, soltanto sulla base di una radicale contradizione, di
un autentico dramma a due protagonisti: Heidegger e
Severino. Si tratta di una relazione inconciliabile, di un
autaut. Quando finiranno le chiacchiere e confusioni alla
moda, quando si potrà studiare la nostra epoca da una
«buona» distanza, non dubito che tale decisione apparirà il
problema fondamentale della nostra filosofia — e non solo.
Heidegger — senza alcuna distinzione tra le varie fasi del
suo pensiero — coglie tutta l’intrinseca debolezza
dell’antiplatonismo idealistico e nietzschiano, per svilupparlo
(lungi dal negarlo!), coerentemente e radicalmente, in un
grandioso antiParmenide. L’opera di Severino (mille miglia
oltre ogni astratta polemica) rappresenta l’altro polo.
Davvero, ogni altra posizione sembra oggi «costretta» nella
forma di questa polarità.
Non credo, caro Professore, che aver compreso la sua
lezione significhi semplicemente esplorare i contorni di tale
polarità e saggiarne le conseguenze. Significa affrontarne la
sua pretesa definitività, il suo «consummatum est». La
strada finisce anche giungendo alla mèta — anch’essa è
aporia. E l’aporia può essere nuovo inizio. Su questo
«scommettono» i suoi migliori allievi, io credo. Ne segua
benevolmente l’improbus labor, senza mai consolarne
debolezze e contraddizioni. |