Ma allo scienziato manca lo stupore di
ParsifalL'americano Stephen Jay Gould interpreta le sorprese della mappatura del
genoma umano Secondo lo studioso, è dimostrato che il solo Dna non è sufficiente a spiegare gli
organismi complessi |
| "Parsifal imparerà mai che solo l'umiltà può trovare il Graal?". Così Stephen Jay Gould
saluta la scoperta - emersa a sorpresa dalla mappatura del genoma umano - che i geni
dell'uomo sono 30 mila, e non almeno 100 mila come s'era creduto. La scoperta per lui
segna la sconfitta del "modo di pensare riduzionista che la scienza ha privilegiato dal secolo
diciassettesimo".
Stephen J. Gould, zoologo e paleontologo, è uno scienziato di celebrità mondiale. Autore di
libri dai titoli fantasiosi (Bravo Brontosauro, Quando i cavalli avevano le dita), marxista
ed evoluzionista, è l'autore della "teoria degli equilibri puntuali", che ha seminato sgomento
tra i darwinisti. Per questi le forme di vita si evolvono progressivamente e lentamente, per
accumulo di piccole modifiche casuali; Gould ha dimostrato che le forme viventi restano
immutate per centinaia di migliaia di anni, e poi si modificano d'improvviso, con imponenti
"salti" mutazionali.
Ora, Gould si diverte di nuovo a seminare zizzania. Lo fa con un limpido articolo sul New
York Times, dove riassume il significato della scoperta del genoma.
Il moscerino della frutta, la Drosophila, usata in tutti i laboratori di genetica, possiede tra i
13 e i 14 mila geni, ricorda. Un piccolo verme anch'esso molto usato nei laboratori, il C.
elegans, "composto di sole 959 cellule e privo di un'anatomia complessa", dispone di 19
mila geni.
L'Homo sapiens, enormemente più grosso e complicato, avrebbe dovuto avere circa 142
mila geni. Invece ne ha, come si è visto adesso, tra i 30 e i 40 mila, solo un terzo in più del
vermiciattolo. E questo smentisce tutte le certezze precedenti dei genetisti.
E' scossa, spiega Gould, "la vecchia concezione, detta "dogma centrale" della genetica: ogni
gene dà luogo a una singola proteina, e la congerie delle proteine formano un organismo".
Ma il corpo umano ha 142.634 proteine: come possono essersi generate da 30 mila geni? Il
messaggio che le genera "esiste senza dubbio", ma non sappiamo dove. Per adesso
possiamo soltanto immaginare delle ipotesi, dice Gould. Ma possiamo dire fin d'ora le
conseguenze "commerciali, sociali e filosofiche" di questa rivoluzione.
Sul piano commerciale, nota Gould, la corsa a brevettare i geni con l'idea che "aggiustare"
un singolo gene malato basti a guarire una specifica malattia, e la speranza di mettere in
vendita farmaci infallibili, rischia di essere frustrata. Sul piano sociale, "veniamo liberati dalla
convinzione falsa e dannosa che ogni tratto del nostro fisico e del nostro comportamento sia
ascrivibile a un gene", insomma che i nostri atti e tendenze psicologiche siano determinati
dal nostro Dna.
Ma è la conseguenza filosofica la più sconvolgente: la sconfitta del riduzionismo scientifico,
dell'attitudine "che cerca di spiegare la totalità e la complessità in base alle parti che la
compongono". Ora diventa chiaro che l'uomo è più complesso del verme non perché ha più
geni, ma perché i suoi pochi geni sono capaci di più interazioni e combinazioni, "che non
possono essere predette con il solo studio del Dna sottostante". In altri termini: "Gli
organismi dovranno essere spiegati in quanto organismi, e non come somma di geni".
C'è di più. La mappatura ha rivelato che "sono le contingenze della storia a spiegare la
complessità dei sistemi biologici". I nostri 30 mila geni costituiscono solo l'1 per cento del
nostro genoma totale. Il resto (sarebbero) immigrati batterici e altri "pezzi" che possono
replicarsi, venuti ad aggregarsi più per accidenti storici che per la necessità prevedibile delle
leggi fisiche. E queste parti non-codificanti (che i genetisti chiamano "spazzatura genetica")
costituiscono invece "un patrimonio per uso futuro, che può servire per ulteriori evoluzioni".
Portiamo in noi, silenti, i semi di un futuro del tutto aperto, insondabile, affidato alla libertà e
alla storia.
Insomma, un insospettato, enorme orizzonte si para davanti ai ricercatori: la complessità
della vita va indagata in quanto tale, non come somma di parti semplici. È la morte del
riduzionismo e anche del determinismo. Ma non "la morte della scienza", ricorda Gould. |