| Controllo e libertà di ricerca | Nell'aspro, e salutare, conflitto sulla libertà della ricerca scientifica emerge un nodo
cruciale e delicatissimo, che il "manifesto dei Nobel" (chiamiamolo così) sottovaluta: e
che non viene adeguatamente considerato da molti commentatori e dai critici della
posizione scientista. E' un nodo che merita, invece, grande attenzione. Lo sintetizzo
ricorrendo agli articoli di due "militanti" del "manifesto dei Nobel". Scrive Gianni Riotta:
"controlli sì, trasparenza sempre, ma poi libertà assoluta di ricerca, come prescrive la
costituzione" (La Stampa). Ed Edoardo Boncinelli, sul Corriere della Sera, parla dei
"limiti intrinseci" e "estrinseci" che l'attività di ricerca pone a se stessa. I primi sono
essenzialmente quelli metodologici (coerenza, efficacia, ripetibilità e falsificabilità degli
esperimenti); i secondi, i "limiti estrinseci", riguardano la conoscibilità dei risultati e la
loro trasparenza, ma anche "le implicazioni etiche": "soprattutto se le ricerche
interessano animali o esseri umani".
Ma, detto questo, già abbiamo precisato che la libertà di ricerca - sacrosanta! - non è
affatto assoluta quanto alle sue applicazioni e le sue utilizzazioni: deve tener conto,
appunto, di considerazioni di natura morale e di ordine sociale. E, in relazione a quelle
considerazioni, deve fissare vincoli e limiti. La risposta che forniscono Riotta e Boncinelli
sembra essere: ma quei limiti già ci sono e già sono rispettati.
Ne dubito. E' vero che i protocolli di ricerca, quando riguardano esseri umani o animali,
fanno riferimento alle conseguenze etico-sociali delle scoperte e delle loro applicazioni:
resta il fatto che chi vigila e controlla non è, in genere, un'autorità esterna e
indipendente. E', in genere, il comitato etico della medesima istituzione presso la quale si
svolge la ricerca. Qui non è in discussione, ovviamente, l'onestà o la correttezza
deontologica dei singoli membri di quei comitati etici: qui si contesta la pretesa di
autosufficienza e di autoreferenzialità della comunità scientifica (una sorta di
autogoverno dell'aristocrazia intellettuale). E proprio perché in alcuni campi (dalla
fecondazione assistita alla clonazione, alle manipolazioni genetiche) la comunità
scientifica non è stata in grado di autoregolarsi e di impedire, conseguentemente, alcune
applicazioni assai temibili della ricerca.
Da qui, fatalmente, la tendenza della politica a colmare in qualche modo quel vuoto di
regole e di vincoli. Il rischio è che lo faccia in modo goffo e autoritario (ma nella vicenda
che ha dato origine all'attuale conflitto il ministro delle Politiche Agricole si è limitato ad
applicare una direttiva europea): e, tuttavia, non c'è dubbio che sia compito della politica
- compito terribile, certo - intervenire. Le applicazioni della scienza e, in particolare, delle
biotecnologie interagiscono direttamente con il bene comune e con gli interessi collettivi.
Guai se la politica - ossia la decisione pubblica - non se ne curasse. Può farlo bene o
male, ma astenersi sarebbe una fuga dalle proprie responsabilità. Si tratta, pertanto, di
individuare sedi autorevoli e indipendenti - comitati etici e organismi di garanzia - capaci
di tutelare i cittadini. E di tutelare la scienza da se stessa e dalla tentazione della superbia
e dell'onnipotenza. |