Italia? È una parola| Come riconoscerci in una "memoria comune" |
| Si assiste in Italia a una riabilitazione dell'idea di nazione, a una
riscoperta dell'identità nazionale. Almeno a parole. Da qualche tempo
è in atto una lenta mutazione del linguaggio pubblico, anche sulle
labbra di politici e di pubblicisti che sino a ieri reagivano con fastidio
al tema della nazione, considerato culturalmente obsoleto o
politicamente equivoco. Ma il loro è un autentico ricredersi circa la
rilevanza del problema? Sono convinti che non si tratta di "riesumare"
parole e simboli di buona tradizione, ma di ripensare l'identità
nazionale in termini adeguati alle nuove sfide?
Chiariamo subito un equivoco. Qui non parliamo dell'identità italiana
come espressione della "italianità", come "forma di vita" e come
modo di vivere (o civiltà) sedimentato da secoli che, nei suoi formati
dotti o volgari, non ha mai cessato di essere riconosciuto in tutte le
sue infinite ambivalenze e varianti. Anzi a questo proposito si è creata
una retorica della italianità, cui risponde specularmente quella
dell'anti-italiano.
Qui parliamo di nazione politica in senso proprio e storicamente
circoscritto - espressione relativamente recente di una società civile
matura. Ebbene, questa nazione politica e la sua vicenda sono state
guardate dalla storiografia con grande scetticismo. Per decenni, per
correggere il pompierismo nazionalista, siamo stati addestrati a
vivisezionare ogni aspetto dell'Italia "nazione mancata", "nazione
fallita", "nazione incompiuta", malamente compensata dalle infinite
risorse dell'Italia-paese e da ultimo dalle prestazioni dell'azienda-Italia.
Come risultato si è diffusa la convinzione che l'Italia possa funzionare
senza essere o senza sentirsi una nazione. Da parte loro, alcuni
maestri di pensiero hanno sostenuto la tesi che la democrazia stessa
per funzionare non ha bisogno di legami identitari nazionali. Si tratta in
realtà di una mezza verità, puramente speculativa, che ignora la storia
e la vita reale delle grandi democrazie.
Non a caso essa si è trovata concettualmente disarmata davanti alla
domanda di separatismo, avanzata da milioni di cittadini che
vorrebbero organizzare la loro vita politica rompendo con la nazione
storica, e ritagliandola su misura su una (vera o inventata) identità
regionale, presuntivamente più autentica di quella nazionale storica
"fallita", "mancata" ecc.
Non so se il leghismo sia politicamente neutralizzato nei suoi obiettivi
separatisti. Certamente ha stimolato e disseminato un separatismo
culturale regionalistico, immediatamente cavalcato dall'opportunismo
politico, tanto più distruttivo quanto più culturalmente avventuroso.
Ma di fronte alla frenesia delle pretese dei "popoli regionali"
lombardo, veneto, piemontese ecc. e dei loro rappresentanti politici la
cultura ufficiale di questo paese si ritrova sprovveduta di concetti e di
argomenti. Reagisce con un pragmatismo e un opportunismo politico
che non porteranno lontano.
Non meno seria è la problematica dell'identità nazionale dal lato
dell'elaborazione storica e della creazione di una memoria comune,
senza la quale non c'è autentica nazione. "Memoria comune" non vuol
dire memoria irenica, artificiosamente omogeneizzata, quasi a rendere
insignificanti i contrasti e le contraddizioni che hanno caratterizzato la
storia della nazione.
Le memorie personali rimangano per definizione inconciliabili (il
ricordo del partigiano è inconciliabile con quello del milite di Salò).
Ma non è con il biografismo che si fa la storia comune. Il compito
della storiografia come ricostruzione ragionata, critica, falsificabile di
tutti i fattori che "hanno fatto la storia" non è quello di far quadrare le
memorie, ma di offrire alla memoria collettiva, trasmessa alle
generazioni che si succedono, un quadro interpretativo in cui tutte le
parti si riconoscano in modo non esclusivo e non escludente.
Ripeto: non si tratta di manipolare o ritoccare una vicenda storica
carica di divisioni o di dimenticare il ruolo diverso dei diversi
protagonisti, ma di riconoscere che alla fine la storia della nazione
trova il suo esito e fattore unificante nella democrazia, nella
repubblica.
Questa è la sostanza del patriottismo costituzionale che non nega e
non si contrappone al patriottismo tradizionale, ma lo realizza
nell'affetto e nella lealtà verso una Carta che riassume in sé tutta la
storia della nazione. In questa ottica va rivisto anche il dibattito sulla
formula storiografica suggestiva della "morte della patria" secondo
cui, dopo il trauma del 1943-45, la repubblica non sarebbe mai
riuscita a diventare una patria e la democrazia non si sarebbe mai
incontrata con la nazione.
Questo può essere vero per una certa ricostruzione ideologica e
partigiana degli eventi della Resistenza che ha sempre guardato con
sufficienza e con incomprensione alle motivazioni anche patriottiche di
una parte dell'antifascismo, soprattutto negli ambienti militari. Ma oggi
la storiografia più matura sta facendo giustizia di questa lettura
unilaterale e ideologica del movimento resistenziale, riconoscendone la
pluralità dei motivi e dei comportamenti.
È anche vero che la prima repubblica (e i suoi intellettuali più
rappresentativi) non ha mai ritenuto importante attivare per la
democrazia i motivi di identità nazionale che pure erano latenti e vivi
nella cultura popolare. È questo atteggiamento che sta cambiando
oggi. Ma si tratta di un lavoro culturale da fare, non di una specie di
meccanismo da far scattare. L'idea matura di nazione democratica va
costruita. |