Severino: in dialogo coi teologiIl filosofo ha chiuso 50 anni di lezioni a Ca' Foscari: qui parla del suo pensiero e del suo rapporto con i credenti "Io penso che la lontananza da Dio di questa età sia inevitabile È qui che il confronto con i cristiani diventa fecondo" "Con la Chiesa mi sono scontrato, ma devo ringraziarla per la durezza e la chiarezza" |
| "Un mondo senza filosofia sarebbe subumano, regno della barbarie. Spero non venga mai
meno il desiderio di insegnare la filosofia anche se qualche segnale negativo in questo senso
purtroppo c'è. La filosofia è la dimensione all'interno della quale possiamo capire tutto il
resto". A pochi giorni dall'annuncio dell'abbandono dell'insegnamento (ha chiuso 50 anni di
lezioni all'università veneziana di Ca' Foscari), celebrato in tutt'Italia, attivissimo sul fronte
dell'elaborazione e del dialogo filosofico, Emanuele Severino srotola nella sua casa
bresciana il suo antinichilismo razionalissimo con affabilità e cortesia. Civiltà, tecnica, essere
(minuscolo e maiuscolo), assoluto, eternità, libertà sono le parole chiave che ricorrono nelle
sue parole. Parole forti, che niente concedono al Nulla, ma che pur sono lontanissime dal
nostro orizzonte religioso. Non poche, del resto, sono state le occasioni di scontro tra il
filosofo e la Chiesa, a partire dal suo allontanamento dalla Cattolica molti anni fa.
Così, dal nostro colloquiare, emergono i punti forti del pensiero di Severino: il primato della
filosofia, luogo e dimensione supremi dell'essere dell'uomo, e una visione per così dire
ottimistica dell'essere, colto nell'eternità di ogni suo istante. E' qui che il filosofo rivendica il
proprio antinichilismo e una posizione terza rispetto alla tradizionale contrapposizione tra
"amici di Dio e suoi nemici", ovvero credenti e atei. Superare il nulla originario su cui è
costruita la nostra civiltà, questo il cuore della sua opposizione radicale al nichilismo
contemporaneo.
Il pensiero va innanzitutto ai giovani, suoi interlocutori privilegiati: "Di loro - spiega - ho
un'opinione più che positiva. Non prendono sottogamba lo studio, dimostrano una serietà
rilevante ed una capacità di capire il mondo in cui vivono davvero eccezionale. Ma
soprattutto apprezzo in loro spontaneo l'antidogmatismo, un'apertura e una capacità di
dialogo e confronto che gli anziani non hanno. Sì, gli anziani sono dogmatici, sono impegnati
a difendere i sistemi e il mondo che hanno costruito. Questa duttilità dei giovani mi colpisce,
la apprezzo, va difesa...". Tra questi alcuni allievi diretti del filosofo hanno scelto la strada
del sacerdozio: "Una scelta - sottolinea - che seguo con interesse e attenzione".
Dunque, professore, la filosofia...
"La filosofia è il luogo in cui l'uomo è. Essa appartiene all'essenza dell'uomo. L'uomo è
insomma questo atteggiamento pensante. E' poi il luogo in cui è cresciuta la nostra civiltà, in
cui prendono senso e appaiono e l'essere uomo e l'essere uomo occidentale. E' lo
strumento principe per capire il mondo".
"È il tempo della tecnica che si è allontanato da qualsiasi tipo di esigenza religiosa. Un
tempo così lontano da Dio, che anche la voce più alta di questa esigenza religiosa, quella
della Chiesa cattolica e del Papa, non può certo benedire. Questa lontananza da Dio, oggi
ci si limita a descriverla. Ma è qualcosa di più di una lontananza semplicemente descrivibile.
La descrizione, ammette la possibilità di un ritorno. Perfino chi sostiene la "morte di Dio" si
mette nell'atteggiamento di chi riconosce la possibilità di un ritorno di Dio. Questa posizione
è assolutamente inadeguata rispetto a quel percorso inevitabile che ha condotto alla nostra
civiltà e al nostro tempo. È qui che la mia riflessione sulla cultura occidentale deve differire e
scontrarsi con l'interpretazione che il cattolicesimo dà di questa cultura. Un'interpretazione
che si adagia - a mio avviso - sul risultato della grande filosofia contemporanea, che non ha
inteso l'oggi come un semplice accadimento, per cui la gente non crede più in Dio, ma
domani - forse - potrebbe tornare a credere. La filosofia del nostro tempo - e penso
soprattutto a Leopardi, a Nietzsche, a Gentile - mostra l'inevitabilità del processo che
conduce al tempo della lontananza da Dio. E' qui che il mio discorso col credente diventa
insieme duro e fecondo. E' il tempo del conflitto tra questa contemporaneità e la grande
tradizione, dentro la quale grandissima parte ha il cristianesimo. A questo proposito un ruolo
particolare lo ha la scuola...".
| Bene professore, la scuola... |
"La scuola ha una funzione essenziale: la comprensione e la presa di coscienza di questo
conflitto. Qui lo Stato ha un ruolo importante. Deve imporre come contenuto base questa
tensione tra passato e presente. Due errori vedo all'orizzonte: puntare tutto sulla tecnica
impedendo ai giovani di capire le tensioni in cui vivono e di comprendere le radici che li
sostengono. Questa visione tecnicistica è propria anche di molti movimenti politici. L'altro
errore è commesso dalla scuola quando non vede come la tradizione sia stata messa in crisi
dalla tecnica. Dunque la tensione tra questi due poli deve essere il punto di partenza
comune, per tutti. Detto questo ritengo d'altra parte che la scuola debba essere totalmente
libera nell'affrontare e nel risolvere, secondo le identità e le convinzioni di ciascuno, questa
tensione. Non vi devono cioè essere, rispetto alle risposte, soluzioni precostituite. Questa
libertà è personale, propria di ogni singolo insegnante che nella scuola e nel processo
educativo porta le proprie convinzioni".
| Parliamo del suo rapporto con la Chiesa. Da qualche tempo si è sviluppato un
dialogo tra lei ed alcuni teologi: Barzaghi, Coda... |
"Il mio discorso filosofico non prescinde affatto dalla Chiesa e dal cristianesimo. Anzi, le
dirò di più: ho sempre rispettato e sottolineato la serietà con cui la Chiesa ha affrontato le
mie posizioni filosofiche, anche nel momento in cui è avvenuto lo scontro, la frattura. Io ho
sempre espresso ammirazione per la serietà con cui l'autorità ecclesiastica ha esaminato le
mie posizioni e mi ha invitato a discuterle. Non condivido affatto quindi chi mi ha ritenuto
una vittima. Anzi, per me è stata, anche quella circostanza, un'esperienza culturale
interessantissima e feconda. La Chiesa non è mai stata leggera con me, e di questo la
ringrazio. Quanto ai teologi devo dire che sono colpito dell'attenzione e del dialogo che
hanno avviato. Qualcuno di loro ritiene che la mia filosofia possa costituire una sorta di
"preambula fidei". Beh, confesso che il dialogo mi lusinga, anche se l'esito mi lascia alquanto
perplesso. Io non credo che la teologia dica quel che dico io. Se fosse così, allora io dovrei
dirmi cristiano. Il punto è forse questo: cos'è - ed è possibile - il Cristianesimo spogliato
della sua storicità?". |