RASSEGNA STAMPA

14 FEBBRAIO 2001
MARCELLO SCANZI
Severino: in dialogo coi teologi
Il filosofo ha chiuso 50 anni di lezioni a Ca' Foscari: qui parla del suo pensiero e del suo rapporto con i credenti
"Io penso che la lontananza da Dio di questa età sia inevitabile È qui che il confronto con i cristiani diventa fecondo"
"Con la Chiesa mi sono scontrato, ma devo ringraziarla per la durezza e la chiarezza"
"Un mondo senza filosofia sarebbe subumano, regno della barbarie. Spero non venga mai meno il desiderio di insegnare la filosofia anche se qualche segnale negativo in questo senso purtroppo c'è. La filosofia è la dimensione all'interno della quale possiamo capire tutto il resto". A pochi giorni dall'annuncio dell'abbandono dell'insegnamento (ha chiuso 50 anni di lezioni all'università veneziana di Ca' Foscari), celebrato in tutt'Italia, attivissimo sul fronte dell'elaborazione e del dialogo filosofico, Emanuele Severino srotola nella sua casa bresciana il suo antinichilismo razionalissimo con affabilità e cortesia. Civiltà, tecnica, essere (minuscolo e maiuscolo), assoluto, eternità, libertà sono le parole chiave che ricorrono nelle sue parole. Parole forti, che niente concedono al Nulla, ma che pur sono lontanissime dal nostro orizzonte religioso. Non poche, del resto, sono state le occasioni di scontro tra il filosofo e la Chiesa, a partire dal suo allontanamento dalla Cattolica molti anni fa. Così, dal nostro colloquiare, emergono i punti forti del pensiero di Severino: il primato della filosofia, luogo e dimensione supremi dell'essere dell'uomo, e una visione per così dire ottimistica dell'essere, colto nell'eternità di ogni suo istante. E' qui che il filosofo rivendica il proprio antinichilismo e una posizione terza rispetto alla tradizionale contrapposizione tra "amici di Dio e suoi nemici", ovvero credenti e atei. Superare il nulla originario su cui è costruita la nostra civiltà, questo il cuore della sua opposizione radicale al nichilismo contemporaneo. Il pensiero va innanzitutto ai giovani, suoi interlocutori privilegiati: "Di loro - spiega - ho un'opinione più che positiva. Non prendono sottogamba lo studio, dimostrano una serietà rilevante ed una capacità di capire il mondo in cui vivono davvero eccezionale. Ma soprattutto apprezzo in loro spontaneo l'antidogmatismo, un'apertura e una capacità di dialogo e confronto che gli anziani non hanno. Sì, gli anziani sono dogmatici, sono impegnati a difendere i sistemi e il mondo che hanno costruito. Questa duttilità dei giovani mi colpisce, la apprezzo, va difesa...". Tra questi alcuni allievi diretti del filosofo hanno scelto la strada del sacerdozio: "Una scelta - sottolinea - che seguo con interesse e attenzione". Dunque, professore, la filosofia... "La filosofia è il luogo in cui l'uomo è. Essa appartiene all'essenza dell'uomo. L'uomo è insomma questo atteggiamento pensante. E' poi il luogo in cui è cresciuta la nostra civiltà, in cui prendono senso e appaiono e l'essere uomo e l'essere uomo occidentale. E' lo strumento principe per capire il mondo".
Qual è il nostro mondo?
"È il tempo della tecnica che si è allontanato da qualsiasi tipo di esigenza religiosa. Un tempo così lontano da Dio, che anche la voce più alta di questa esigenza religiosa, quella della Chiesa cattolica e del Papa, non può certo benedire. Questa lontananza da Dio, oggi ci si limita a descriverla. Ma è qualcosa di più di una lontananza semplicemente descrivibile.
La descrizione, ammette la possibilità di un ritorno. Perfino chi sostiene la "morte di Dio" si mette nell'atteggiamento di chi riconosce la possibilità di un ritorno di Dio. Questa posizione è assolutamente inadeguata rispetto a quel percorso inevitabile che ha condotto alla nostra civiltà e al nostro tempo. È qui che la mia riflessione sulla cultura occidentale deve differire e scontrarsi con l'interpretazione che il cattolicesimo dà di questa cultura. Un'interpretazione che si adagia - a mio avviso - sul risultato della grande filosofia contemporanea, che non ha inteso l'oggi come un semplice accadimento, per cui la gente non crede più in Dio, ma domani - forse - potrebbe tornare a credere. La filosofia del nostro tempo - e penso soprattutto a Leopardi, a Nietzsche, a Gentile - mostra l'inevitabilità del processo che conduce al tempo della lontananza da Dio. E' qui che il mio discorso col credente diventa insieme duro e fecondo. E' il tempo del conflitto tra questa contemporaneità e la grande tradizione, dentro la quale grandissima parte ha il cristianesimo. A questo proposito un ruolo particolare lo ha la scuola...".
Bene professore, la scuola...
"La scuola ha una funzione essenziale: la comprensione e la presa di coscienza di questo conflitto. Qui lo Stato ha un ruolo importante. Deve imporre come contenuto base questa tensione tra passato e presente. Due errori vedo all'orizzonte: puntare tutto sulla tecnica impedendo ai giovani di capire le tensioni in cui vivono e di comprendere le radici che li sostengono. Questa visione tecnicistica è propria anche di molti movimenti politici. L'altro errore è commesso dalla scuola quando non vede come la tradizione sia stata messa in crisi dalla tecnica. Dunque la tensione tra questi due poli deve essere il punto di partenza comune, per tutti. Detto questo ritengo d'altra parte che la scuola debba essere totalmente libera nell'affrontare e nel risolvere, secondo le identità e le convinzioni di ciascuno, questa tensione. Non vi devono cioè essere, rispetto alle risposte, soluzioni precostituite. Questa libertà è personale, propria di ogni singolo insegnante che nella scuola e nel processo educativo porta le proprie convinzioni".
Parliamo del suo rapporto con la Chiesa. Da qualche tempo si è sviluppato un dialogo tra lei ed alcuni teologi: Barzaghi, Coda...
"Il mio discorso filosofico non prescinde affatto dalla Chiesa e dal cristianesimo. Anzi, le dirò di più: ho sempre rispettato e sottolineato la serietà con cui la Chiesa ha affrontato le mie posizioni filosofiche, anche nel momento in cui è avvenuto lo scontro, la frattura. Io ho sempre espresso ammirazione per la serietà con cui l'autorità ecclesiastica ha esaminato le mie posizioni e mi ha invitato a discuterle. Non condivido affatto quindi chi mi ha ritenuto una vittima. Anzi, per me è stata, anche quella circostanza, un'esperienza culturale interessantissima e feconda. La Chiesa non è mai stata leggera con me, e di questo la ringrazio. Quanto ai teologi devo dire che sono colpito dell'attenzione e del dialogo che hanno avviato. Qualcuno di loro ritiene che la mia filosofia possa costituire una sorta di "preambula fidei". Beh, confesso che il dialogo mi lusinga, anche se l'esito mi lascia alquanto perplesso. Io non credo che la teologia dica quel che dico io. Se fosse così, allora io dovrei dirmi cristiano. Il punto è forse questo: cos'è - ed è possibile - il Cristianesimo spogliato della sua storicità?".
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