| La paura irrazionale della conoscenza | Che cosa scegliereste, se vi ponessero davanti all'alternativa fra l'ignoranza che genera paura e la conoscenza che produce fiducia e soluzione dei problemi? La risposta sembrerebbe scontata, e invece, in Italia, non lo è. Come hanno ricordato ieri a Roma i nostri migliori scienziati e migliaia di ricercatori protestando contro il blocco degli studi sulle biotecnologie e l'esiguità dei finanziamenti destinati ai laboratori dove si studia come migliorare la nostra vita e incrementare il valore aggiunto dei nostri prodotti industriali. Perché nel nostro Paese ancora troppo spesso emozione e carenza di mentalità e cultura scientifica hanno la meglio sulle verifiche sperimentali, i numeri, le statistiche. Prendiamo il caso della mucca pazza. Peter Marsh, uno studioso del Socal issues research center di Oxford, ha calcolato che ognuno di noi ha una probabilità su 4 milioni e 402.985 di morire a causa del prione responsabile della malattia di Creutzfeldt-Jakoh. Ma nessuno l'ha detto, scritto, valutato, a vantaggio di un allarmismo indiscriminato che ha scatenato una nevrosi collettiva che ha travolto allenatori, macellai, mense scolastiche, abitudini familiari, scatolame militare. Senza che nessuno trovasse il modo di ricordare che a fronte di quella lontanissima probabilità fatale c'è una certezza. che è anche grazie, in buona parte, al consumo di carne d'allevamento intensivo che oggi campiamo tutti il doppio di un secolo fa, e siamo tutti più alti, più forti e più sani.
Nel giorno in cui tutto il mondo ha appreso i particolari della nostra struttura genetica, grazie al progetto Genoma voluto dal premio Nobel italiano Renato Dulbecco, ma portato a termine altrove dove non si teme, anzi si sostiene la ricerca, i nostri scienziati sono stati costretti addirittura a scendere in piazza per segnalare a tutti i cittadini che, mentre negli altri Paesi avanzati l'orologio del progresso corre sempre più rapido, da noi c'è chi riporta costantemente le lancette indietro. Vuoi a causa dì un'interpretazione immobilista e conservatrice dell'ambientalismo, vuoi per i motivi di principio addotti dalla Chiesa cattolica, che merita rispetto, ma non fino al punto di costringere i ricercatori a bizantine contorsioni, come è avvenuto a proposito degli studi sulle cellule staminali, che pagheremo in termini di grave ritardo sulla possibilità di curare molte e importanti malattie.
La libertà e l'utilità della ricerca scientifica non sono compatibili con i veti ideologici, le paure irrazionali, i condizionamene religiosi. Li abbiamo pagati fino a oggi con finanziamenti irrisori pari solo a quelli della Grecia; con un numero di studiosi inferiore del 50% rispetto a quelli francesi e del 65% rispetto a quelli inglesi; con la fuga dei nostri migliori cervelli all'estero, dove se li contendono e dove conseguono risultati che hanno portano al Nobel; con un crescente divario di valore aggiunto tecnologico dei nostri prodotti; con una sudditanza ínevitabile rispetto ai Paesi dove è chiaro a tutti che la conoscenza va di pari passo con la libertà delle coscienze e con il potere di risolvere il problema fondamentale di ogni uomo, quale che sia il suo credo o la sua filosofia: liberarsi dalla malattia e dalla fame. La scienza si aumenta di speranza, fiducia nel futuro spirito libero e intraprendente. Con il limite razionale del calcolo rischì-benefìci. Nel caso delle biotecnologie, che saranno comunque, con o senza l'Italia, protagoniste della storia dell'uomo in questo millennio appena cominciato, i rischi sono generici, incerti e ancora non dimostrati, i benefici certi. Vale a dire malattie debellate per sempre, colture resistenti ai parassiti, alla siccità, alle intemperie, e dunque disponibilità e qualità crescenti di alimenti, abbandono dei pesticidi e concimi chimici a vantaggio dell'ambiente. Tutte buone ragioni per stare con la scienza e la ricerca, contro la paura. |