RASSEGNA STAMPA

6 FEBBRAIO 2001
MARCELLO VENEZIANI
Toccata e fuga dalla politica
Ultimi fallimenti dei «consiglieri del principe»
Jacques Derrida, evocando le disavventure di Platone, l'ha definita «tentazione di Siracusa», . sintesi culturale del rapporto tra filosofi e potere
Venticinque secoli fa la filosofia sperimentò con insuccesso la sua capacità di guidare la politica e di governare la città. Il fallimento avvenne a Siracusa e la vittima fu un certo Platone che vide inabissarsi in Sicilia la sua Repubblica. Venticinque secoli dopo, nella medesima città di Santa Lucia e dei Trenta Tiranni, un filosofo dei giorni nostri, Jacques Derrida, ha battezzato come «tentazione di Siracusa» la sindrome ricorrente degli intellettuali di voler modificare la storia, intervenire nel governo della città e consigliare la politica. E' una tentazione che emerge ciclicamente, alternandosi alla sindrome opposta, che potremmo battezzare «tentazione di San Casciano», ovvero la località, denominata 1'«Albergaccio», in cui si rifugiò Niccolò Machiavelli dopo le scottature della sua esperienza politica. Tutti gli intellettuali delusi dalla politica inseguono un loro Albergaccio in cui vivere, come la fine di un incubo o l'inizio di una sdegnosa solitudine, il loro disincanto politico e magari il loro operoso rientro nell'attività intellettuale.
Ho l'impressione che in questo 2001 le strade verso Siracusa e verso San Casciano saranno molto gremite. In entrambe le carreggiate. Cortei d'intellettuali all'orizzonte accarezzano l'ipotesi di un impegno politico, taluni in vista di uno scontro che vedono come decisivo e talaltri in vista di una vittoria politica che potrà schiudere al filosofo le vie del potere. Le molle che incitano a scendere in campo sono due: la voglia di dar carne alla teoria e incenso al teorico, o la menopausa filosofica, la sensazione di sterilità della propria attività fìlosofica. Insomma si scende in politica per esuberanza o per esaurimento. Ma s'intravedono cortei d'intellettuali anche nella direzione opposta, tra i tanti che sentono odor di sconfitta, a cui si aggiungeranno altri delusi all'indomani dello scontro elettorale. Molti intellettuali, in verità, alternano i due percorsi o si accingono a percorrerli entrambi, verso Siracusa e verso San Casciano. Ma allo stato delle cose, la situazione qual è?
Il bilancio non è complessivamente esaltante per i filosofi in politica. In veste di protagonisti e di amministratori sono stati il più delle volte sconfitti dalla realtà. Il caso paradigmatico è quello di Massimo Cacciari, sindaco di Venezia per diversi anni, che ha terminato il suo mandato con un triplice danno: è stato battuto alle elezioni regionali uscendo dal giro politico, si trova sulle spalle un antipatico processo per l'incendio della Fenice ed è piuttosto isolato e malvisto a sinistra, dove i leader politici hanno cercato persino di affibbiargli l'etichetta di menagramo. Eppure la sua, tra le esperienze politiche degli intellettuali di sinistra, è stata tra le più proficue: il filosofo ha saputo destreggiarsi amministrando una città speciale, che Petrarca chiamava «alter mundus». Ora in tanti lo attendiamo a San Casciano perché riprenda i suoi studi fecondi. Intanto è tornato all'Università l'ex ministro della Pubblica istruzione Luigi Berlinguer e si è eclissato l'ex presidente della Rai, Enzo Siciliano, amico di Moravia e di Veltroni. Due mesti ritorni di intellettuali dal potere.
A dir la verità non è stata forte l'incidenza degli intellettuali in politica. E' stato un contributo minore, a volte dimesso, anche quando ha mantenuto i limiti decorosi di un impegno. Ciò è valso in ogni versante, anche se per la sinistra c'è l'aggravante di aver sempre considerato centrale la mediazione intellettuale nella politica. Non a caso il partito, per Gramsci, era «l'intellettuale collettivo». Ma ora, perfino al ministero dei Beni culturali, hanno una Giovanna Melandri che non è un'intellettuale. Per trovare un filosofo impegnato in politica con un ruolo di qualche rilievo bisogna arrivare a Rocco Buttiglione che non è propriamente un progressista o un illuminista: a sinistra, nella sinistra tradizionalmente gremita di filosofi, c'è un silenzio assordante. E tra i consiglieri del Principe ulivista è più facile trovare attori e uomini di spettacolo, pubblicitari e tecnici. Di filosofi manco l'ombra. L'ultima grande occasione fu Gargonza; ma era a due passi da San Casciano' Anche tra i famosi professori del Polo sembra rimasto in prima linea solo Marcello Pera.
Prevale tra gli intellettuali scesi in politica un diffuso distacco che assume forme e gradi differenti: a volte è argomentato con aperto dissenso (Gianfranco Pasquino, Massimo Salvadori o Lucio Colletti, per esempio), a volte è sublimato in ruoli istituzionali più lontani dalla lotta politica e dai partiti (Stefano Rodotà o Domenico Fisichella), a volte sfuma in una forte marginalità politica (Gianni Vattimo, Aldo Masullo o Alberto Monticone), si esprime attraverso un palese distacco dalla politica attiva (Piero Melograni o Claudio Magris) o si manifesta in un tormentato iter parlamentare, concluso ai margini della politica (Saverio Vertone o Giorgio Rebuffa). Numerosi infine i defilati. E tralascio la numerosa fauna di filosofi radicali e di intellettuali comunisti che guardano con sdegno alle contorsioni liberali e opportunistiche della sinistra italiana, tenendosi lontani dalla politica.
Curiosamente accade che i filosofi, un tempo assai vicini alla politica e lontani dal mercato o dalla tecnica, abbiano oggi invertito le loro simpatie: è sempre più frequente trovare tra i manager di grandi aziende, tra i consiglieri di grandi gruppi che agiscono nei settori più avanzati della tecnologia e del mercato, gente proveniente da studi filosofici. Se per i quadri intermedi è preferita una formazione tecnico-scientifica, per i ruoli di guida sembra funzionare di più una formazione umanistica e filosofica che dà forse una visione d'insieme più ampia e più profonda, Con una laurea in Filosofia è più facile presiedere l'Enel che il Senato.
Il dramma del filosofo in politica, al servizio della città, aveva del resto dilaniato Platone, facendolo cadere in una insolubile contraddizione: se il fine del vero saggio non è il potere ma la personale realizzazione spirituale (l'eudemonia), perché egli deve volgersi al governo della città? E' possibile governare bene la polis sapendo che ci sono cose superiori che meritano le nostre energie e la nostra attenzione? E' possibile usare con saggezza e mantenere con fermezza il potere, pur non nutrendo alcuna vera passione per il potere, anzi un sottile disprezzo? Si può insomma costringere il saggio a governare la città suo malgrado o perlomeno a consigliare chi governa? Con l'aggravante che, spesso non si tratta nemmeno di governare e di produrre opere per la città ma di spendere le proprie risorse in procedure insensate e avvilenti, dedicando gran parte del proprio tempo e dei propri buoni uffici per pararsi le spalle dai nemici e dagli amici. I mezzi divorano i fini. Un doppio scacco: rinunciare alla filosofia per governare e a governare per sopravvivere politicamente.
Certo, non tutti i filosofi in politica hanno fallito: Bacone, ricordava Vico, fu gran filosofo e gran ministro. Per un Machiavelli che poco incide nella politica, c'è un Tommaso Moro che agisce bene anche se finisce male. E nel Novecento per un disastroso Lukács alla Pubblica istruzione, c'è un Gentile che in campo scolastico ha fatto grandi cose. Comunque, tutti i filosofi citati patirono la loro esperienza politica col carcere, con la tortura, o con la morte. Oggi, in un'epoca più dolce e gentile, il peccato della politica si sconta con la trombatura alle urne, la marginalità in Parlamento o nel partito e qualche amarezza. Se il pensiero è debole, anche la pena, per fortuna, è adeguata.
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vedi anche
Filosofia (e) politica