RASSEGNA STAMPA

4 FEBBRAIO 2001
DIEGO MARCONI
Darwinismo pigliatutto
«Come funziona la mente», un avvincente tour de force che pretende di spiegare ogni fenomeno del vivente
Steven Pinker, «Come funziona la mente», Mondadori, Milano 2000 (ed. orig. 1997), pagg. 694, L.39.000.
C'è in giro una nuova Teoria di Tutto (almeno di tutto l'universo biologico): è il darwinismo, e Steven Pinker è uno dei suoi maggiori profeti. Dopo aver dato conto del linguaggio nel best seller L'istinto del linguaggio (Mondadori 1997), in Come funziona la mente Steven Pinker si occupa di tutto il resto. Il libro, spiega, tra l'altro, la formazione dell'occhio, l'autismo, il ragionamento e gli errori cognitivi e la genialità, la paura dei ragni e la nostra riluttanza a mangiare cavallette, l'amore romantico e i disturbi dei primi mesi dilla gravidanza, l'altruismo e la guerra, il dolore per la morte di una persona amata, la cattiverie delle matrigne, lo spoils system, l'infanticidio, i sentimenti edipici, la ripugnanza a rapporti sessuali tra fratelli, lo scarso interesse delle donne per la nudità maschile, perché gli uomini sono mediamente più grossi delle donne, le dimensioni dei testicoli dei gorilla, degli uomini e degli scimpanzé (questi ultimi sono più grossi), perché agli uomini piacciono le donne belle e alle donne gli uomini ricchi e potenti, la differenza tra la gelosia maschile e quella femminile, il gusto per il paesaggio e l'amore per i fiori, le arti visive, la letteratura, la musica e l'umorismo. Non spiega però quattro cose: la coscienza, il libero arbitrio e la moralità, la conoscenza e il significato. Non essendo riuscito a spiegare queste cose, Pinker propende per la tesi (dovuta al filosofo Colin McGinn) che esse siano al di là delle capacità cognitive della nostra specie, così come la teoria della relatività è inaccessibile ai cani.
Il modo in cui Pinker consegue questi risultati mirabolanti è piuttosto semplice. Si assuma che un organismo vivente, sia essenzialmente una macchina piuttosto semplice. si assuma che un organismo vivente sia essenzialmente una machina per la propagazione dei suoi geni. Data questa premessa, spiegare una caratteristica che risulta prevalente in una Popolazione (per esempio nella nostra specie, gli esseri umani) è mostrare in che modo quella caratteristica serve allo scopo della propagazione dei geni. E' il metodo detto dell"'ingegneria inversa": conoscendo lo scopo di una macchina, si tratta di capire in che modo i suoi vari pezzi servono a realizzare quello scopo. Per esempio, tutti gli esseri umani hanno paura dei ragni. Ora, nell'ambiente in cui vivevano i nostri antenati cacciatori-raccoglitori, i ragni erano spesso velenosi. Di conseguenza, tenersi alla larga dai ragni (come la paura induce a fare) aumentava le probabilità di sopravvivenza, e quindi di riproduzione, dei nostri antenati. Perciò si deve presumere che il tratto genetico che determina la paura dei ragni sia stato selezionato (chi aveva paura si è riprodotto di più di chi, non avendone, trattava i ragni con familiarità). Ciò spiega l'universalità della paura suddetta: alla lunga, chi si fidava dei ragni è morto senza lasciare progenie. Questo meccanismo esplicativo è applicato sistematicamente da Pinker, spesso facendo uso di un'ammirevole inventiva personale, altre volte riferendo ipotesi altrui. In particolare, se Chomsky era l'eroe dell'Istinto del linguaggio, qui gli eroi sono l'antropologo John Tooby e la psicologa Leda Cosmides, che hanno rinverdito i fasti della sociobiologia sotto il nome di "psicologia evoluzionistica". Pinker si sforza di prendere le distanze dalla sociobiologia, a cui rimprovera un certo semplicismo, ma le differenze non paiono così significative. Il fatto è che la sociobiologia era arrivata troppo presto, in tempi ancora culturalistici e relativistici, ed era quindi stata travolta da accuse (spesso eccessive) di razzismo, sciovinismo maschilista, giustificazione della guerra e chi più ne ha più ne metta. Ora l'aria è cambiata: il relativismo culturalista che vedeva anche nel pancreas un "oggetto culturale" e un "prodotto storico" è in netto regresso, ed è probabile che le idee di Pinker (e di Dawkins, di Dennett e di moltissimi altri) trovino oggi un'accoglienza migliore.
E tuttavia, io credo che sia tuttora il caso di moderare gli entusiasmi. Le "spiegazioni" di Pinker lasciano insoddisfatta un'epistemologia anche solo moderatamente esigente. Anzitutto, ci sono i non pochi casi in cui le spiegazioni sembrano violare gli stessi principi a cui si fa appello. Prendiamo il caso dell'amore per i parenti. Pinker sostiene che l'interesse al benessere dei propri parenti è universale. Esso si spiega col fatto che un gene che determini l'amore per i propri parenti ha buone probabilità di essere selezionato, perché, determinando comportamenti che ne favoriscono il benessere, ne migliora le possibilità riproduttive; e poiché i nostri parenti contengono - in una certa percentuale - copie dei nostri geni, il gene dell'amore dei parenti ottiene di autoreplicarsi grazie alla replicazione dei geni dei parenti. E sia, anche se è un po' contorto. Ma viene spontaneo osservare: e i nonni? I nonni non hanno possibilità di riprodursi, quindi l'amore dei nonni non dovrebbe essere adattivo, e perciò dovrebbe essere scomparso dalla nostra specie. Pinker affronta esplicitamente la questione dei nonni (come sorprendersene? c'è tutto, in questo libro) e la risolve sostenendo che noi amiamo la nostra nonna perché la nonna ama noi e il resto della nostra famiglia; e quindi - si suppone - lavora per il nostro benessere e per la replicazione dei nostri geni. Ma la spiegazione non funziona: l'amore che la nonna ha per noi sarà anche utile ai nostri geni, e quindi ai suoi (che sono in parte gli stessi), ma esso non è prodotto dal nostro amore per la nonna; che quindi rimane non spiegato. Infatti, se si desse il caso che noi non amassimo i nonni, sarebbe facile spiegarlo facendo notare che i nonni non hanno più la possibilità di replicare il nostro Dna, la spiegazione dell'indifferenza per i nonni sarebbe un trionfo del darwinismo.
Questo esempio evidenzia un problema molto generale. Tutte le spiegazioni di Pinker hanno la seguente struttura. Prima premessa: la popolazione X presenta il tratto Y (per esempio l'impulso sessuale, o la paura dei ragni). Seconda premessa: nel Pleistocene, il tratto Y comportava un vantaggio adattivo per queste e queste ragioni. Conclusione: il tratto Y è conseguenza dì un fattore genetico Z, che è stato selezionato. Il punto debole è costituito dalla seconda premessa: stabilire che un certo tratto è adattivo è troppo facile. Prendiamo l'amore dei fiori, che, secondo Pinker, è universale. Esso si spiegherebbe col fatto che i fiori sono segnalatori di frutti, cioè di risorse alimentari: essere attratti dai fiori migliora le proprie possibilità di approvvigionamento, quindi di riproduzione. Ora, supponiamo invece che gli esseri umani fossero del tutto indifferenti ai fiori (come non pochi miei amici): Darwinisticamente, la cosa si spiegherebbe con lo scarso potere nutritivo della maggior parte dei fiori: il disinteresse per i fiori è adattivo, perché fa risparmiare risorse di tempo e di attenzione che possono essere spese nella ricerca di cibo. Oppure, torniamo ai ragni. Abbiamo visto come sì possa spiegare la paura dei ragni. Ma supponiamo invece che gli esseri umani fossero attratti dai ragni: lo si potrebbe spiegare con il loro elevato contenuto proteico (senza contare il grato sapore di certi grossi ragni, "un po di verdura un po' di patata", come dice chi li ha assaggiati). Insomma, se si suppone che Dio sia buono e provvidente, non è difficile trovare un buon motivo per ogni aspetto della sua creazione, come sapeva il Dottor Pangloss.
Si potrebbe obiettare: e allora? Tanto noi sappiamo come sono andate le cose, cioè che i ragni fanno paura mentre i fiori piacciono; perché interrogarsi su come si potrebbe spiegare l'eventualitá opposta, che non si è realizzata?
Ma il punto è che bisogna diffidare delle teorie che sono in grado di "spiegare" così facilmente sia il fatto che P sia il fatto che non-P, perché ciò vuol dire che i loro principi sono compatibili con qualsiasi fatto e quindi non ne spiegano in realtà nessuno: sono, come diceva Popper, «prive di contenuto empirico». Le vere teorie scientifiche non funzionano così: la meccanica newtoniana non è compatibile con qualunque insieme di posizioni dei pianeti. Proprio perciò è in grado di fare previsioni, mentre il darwinismo di Pinker non è in grado di farne nessuna: è solo in grado di formulare spiegazioni ex post, una volta che si sa come le cose sono andate. Per questo aspetto esso assomiglia, più che a una teoria scientifica, a forme di pensiero come il marxismo o la psicoanalisi. Il darwinismo onnicomprensivo è una nuova Grande Narrazione, e delle grandi narrazioni ha l'immenso potere di suggestione (come aveva visto Wittgenstein, che aveva accomunato in questo darwinismo e psicoanalisi); ma le sue basi sono fragili, e si deve fare attenzione a che la sua fragilità non si ripercuota sulle autentiche teorie scientifiche che esso sfrutta, come la genetica e la biologia delle specie.
Detto questo, si deve aggiungere che il libro di Pinker non è da ammirare solo per lo straordinario dispiego di fantasia. Almeno due aspetti molto positivi del libro sono da citare. Anzitutto, Pinker sottolinea con molta fermezza che "naturale" non implica "necessario" né "buono": che un comportamento (mettiamo, la promiscuità sessuale maschile, la bellicosità, la parzialità per i propri parenti) possa essere ritenuto naturale nel senso di riconoscergli una base genetica non vuol dire che non possa, ed eventualmente non debba essere contrastato, e di conseguenza non diminuisce in nessun modo la responsabilità morale di chi lo pratica. A questo modo, Pinker distingue la propria posizione dalla confusione fra biologia ed etica che aveva caratterizzato certi aspetti del positivismo darwinista di cent'anni fa. In secondo luogo, Pinker riporta moltissimi risultati di ricerche psicologiche, che, anche a non prenderle come oro colato, contribuiscono tuttavia a mettere in dubbio molti luoghi comuni. Per esempio, chi fosse convinto che l'influenza dell'ambiente familiare sulla personalità di un individuo conti, diciamo, per il 50% è invitato a leggere l'esposizione delle ricerche sui gemelli monozigotici separati alla nascita, sui fratelli adottivi e sui fratelli consanguinei. Esse mostrano che «i gemelli monozigotici separati alla nascita sono praticamente simili quanto due gemelli monozigotici cresciuti insieme, e i fratelli adottivi di una stessa famiglia sono diversi quanto due bambini presi a caso tra la popolazione. La più grossa influenza che i genitori esercitano sui figli è al momento del concepimento» (p. 479). Il che dovrebbe contribuire a ridurre i sensi di colpa dei genitori, e anche a limitare in modo salutare il loro senso di onnipotenza nei confronti dei figli.
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Scienze Cognitive