| GLOBALI SÌ MA DEMOCRATICI | Da che parte stiamo, in fin dei conti? Da quella dei finanzieri, economisti,
industriali, «padroni» di varie dimensioni che si sono riuniti a Davos nei giorni scorsi,
oppure dalla parte del «popolo di Seattle» che li ha contestati duramente per le strade della
Svizzera (e ieri anche nelle piazze di Torino) o, con meno diretta violenza, dal parallelo
forum di Porto Alegre in Brasile? Il «popolo di Seattle» ha tutte le caratteristiche per farsi
detestare non solo dalla lobby globale di Davos, ma anche più modestamente dai
riformisti che si sforzano di non demonizzare la globalizzazione come tale, cercando
invece di imporle delle regole politiche che ne facciano una risorsa per il mondo, anche e
soprattutto per quel Terzo Mondo che se ne sente più minacciato. Seattle, e ora Porto
Alegre, sembrano sinonimi di una sinistra alternativa che non di rado sconfina nel
populismo alla Bové e nell’anarchico rifiuto della politica che troppo spesso ispira i
giovani e meno giovani dei nostri centri sociali. Davanti ai movimenti ormai mensili di
queste masse che praticano una sorta di turismo alternativo si prova una irritazione pari
soltanto a quella che suscitano il turismo convegnistico confindustriale e quello delle varie
feste di partito che affollano il weekend dei massmedia. Possibile che, per risparmiare le
spese richieste dall’apparato di sicurezza e dalle riparazioni dei danni, i «vertici» di lobby
private come quella di Davos o gli incontri dei capi di Stato e di governo, che attirano
fatalmente le folle dei contestatori, non possano essere sostituiti da più igieniche
teleconferenze? O magari tenersi sempre (Prodi ha proposto giustamente qualcosa del
genere per le riunioni europee a Bruxelles) nello stesso posto, magari a Fort Knox o in
qualche remota isola difficilmente raggiungibile?
Tuttavia, nonostante tutto ciò, noi (almeno noi che non eravamo invitati a Davos)
simpatizziamo spontaneamente, se non per i casseurs di Davos e di Zurigo, certo per la
gente riunita a Porto Alegre piuttosto che per la lobby raccolta nella città dei Grigioni ( nomen
omen ?). Probabilmente la ragione è che, con tutti i suoi eccessi che è giusto respingere e
stroncare con le misure di ordine pubblico, il movimento di Seattle esprime una esigenza che
anche molti riformisti ragionevoli sentono con sempre maggiore urgenza, bombardati come
sono dalle minacce di Mucca Pazza e preoccupati della generale vulnerabilità del nostro
sistema di vita rispetto a ogni tipo di terrorismo o di semplice distrazione tecnologica,
scientifica, organizzativa. Sentiamo tutti che alla globalizzazione dell’economia, e a quella ancor
più rapida della criminalità, deve corrispondere una globalizzazione della democrazia, la
nascita di poteri democratici sovrannazionali capaci di guidare la crescente integrazione delle
economie, ma anche delle culture e dei costumi, in una direzione che rispetti il diritto di tutti a
decidere del proprio destino. Poteri di questo tipo non possono nascere certo nelle riunioni di
Davos, ma nemmeno nelle fragorose rivoluzioni del weekend. |