RASSEGNA STAMPA

30 GENNAIO 2001
GIANNI VATTIMO
GLOBALI SÌ MA DEMOCRATICI
Da che parte stiamo, in fin dei conti? Da quella dei finanzieri, economisti, industriali, «padroni» di varie dimensioni che si sono riuniti a Davos nei giorni scorsi, oppure dalla parte del «popolo di Seattle» che li ha contestati duramente per le strade della Svizzera (e ieri anche nelle piazze di Torino) o, con meno diretta violenza, dal parallelo forum di Porto Alegre in Brasile? Il «popolo di Seattle» ha tutte le caratteristiche per farsi detestare non solo dalla lobby globale di Davos, ma anche più modestamente dai riformisti che si sforzano di non demonizzare la globalizzazione come tale, cercando invece di imporle delle regole politiche che ne facciano una risorsa per il mondo, anche e soprattutto per quel Terzo Mondo che se ne sente più minacciato. Seattle, e ora Porto Alegre, sembrano sinonimi di una sinistra alternativa che non di rado sconfina nel populismo alla Bové e nell’anarchico rifiuto della politica che troppo spesso ispira i giovani e meno giovani dei nostri centri sociali. Davanti ai movimenti ormai mensili di queste masse che praticano una sorta di turismo alternativo si prova una irritazione pari soltanto a quella che suscitano il turismo convegnistico confindustriale e quello delle varie feste di partito che affollano il weekend dei massmedia. Possibile che, per risparmiare le spese richieste dall’apparato di sicurezza e dalle riparazioni dei danni, i «vertici» di lobby private come quella di Davos o gli incontri dei capi di Stato e di governo, che attirano fatalmente le folle dei contestatori, non possano essere sostituiti da più igieniche teleconferenze? O magari tenersi sempre (Prodi ha proposto giustamente qualcosa del genere per le riunioni europee a Bruxelles) nello stesso posto, magari a Fort Knox o in qualche remota isola difficilmente raggiungibile? Tuttavia, nonostante tutto ciò, noi (almeno noi che non eravamo invitati a Davos) simpatizziamo spontaneamente, se non per i casseurs di Davos e di Zurigo, certo per la gente riunita a Porto Alegre piuttosto che per la lobby raccolta nella città dei Grigioni ( nomen omen ?). Probabilmente la ragione è che, con tutti i suoi eccessi che è giusto respingere e stroncare con le misure di ordine pubblico, il movimento di Seattle esprime una esigenza che anche molti riformisti ragionevoli sentono con sempre maggiore urgenza, bombardati come sono dalle minacce di Mucca Pazza e preoccupati della generale vulnerabilità del nostro sistema di vita rispetto a ogni tipo di terrorismo o di semplice distrazione tecnologica, scientifica, organizzativa. Sentiamo tutti che alla globalizzazione dell’economia, e a quella ancor più rapida della criminalità, deve corrispondere una globalizzazione della democrazia, la nascita di poteri democratici sovrannazionali capaci di guidare la crescente integrazione delle economie, ma anche delle culture e dei costumi, in una direzione che rispetti il diritto di tutti a decidere del proprio destino. Poteri di questo tipo non possono nascere certo nelle riunioni di Davos, ma nemmeno nelle fragorose rivoluzioni del weekend.
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