RASSEGNA STAMPA

28 GENNAIO 2001
CARLO LOTTIERI
La lobby del libero scambio
Esce un'antologia sulla scuola degli economisti vicini a Quesnay, un "partito di intellettuali" che lottò per liberare il commercio francese dal potere assoluto
Curata da Bruno Miglio per le edizioni Laterza, l'antologia I Fisiocratici offre l'opportunità di fare il punto su un movimento culturale che ha notevolmente influenzato I'Illuminismo. Ben al di là della loro tesi più nota (quella che identifica ricchezza e proprietà terriera), i fisiocratici presentano molti tratti interessanti: a partire dal fatto che essi non furono soltanto una scuola, ma una sorta di "partito". In altre parole, un gruppo che agiva in sintonia con il preciso obiettivo di diffondere le proprie idee e contribuire, in tal modo, allo sviluppo morale ed economico del Paese.
La parabola di questa lobby intellettuale francese sempre intenta a discutere di grani e conti pubblici si esaurì nell'arco di un ventennio, tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del diciottesimo secolo. Anche se molto delimitata nel tempo, tale vicenda fu però decisiva, dal momento che tutto si sviluppò in un Paese destinato a segnare - soprattutto in virtù della Rivoluzione - il destino dell'intera Europa.
In quegli anni, d'altra parte, la nazione francese era il cuore del continente. Essa disponeva della popolazione più numerosa e poteva vantare un'economia imponente e una vita culturale brillante. Sotto tanti punti di vista, però, la Francia era un gigante malato. Come spiegherà lo stesso Tocqueville, quando la Rivoluzione inizierà il suo corso, molto era già avvenuto e proprio in quella direzione. I primi e più pericolosi "rivoluzionari", infatti, erano stati i monarchi francesi che, nei secoli, sulle rovine dell'ordine medievale avevano costruito e consolidato lo Stato: prima sovrano, poi assoluto, e infine sempre più centralizzato e burocratizzato. Furono loro, insomma, a predisporre quella stessa poderosa "macchina" che - nelle mani dei giacobini e quindi di Napoleone - li travolgerà per sempre e che, dopo di loro, finirà per mettere a ferro e fuoco l'intera Europa.
Ma in ogni tragedia che si rispetti vi è chi, anche senza successo, cerca di evitare il disastro e si sforza di individuare soluzioni ragionevoli. Sotto certi aspetti, questi uomini furono -in quel preciso contesto - proprio i fisiocratici.
La figura centrale del gruppo fu senza dubbio François Quesnay, autore del celebre Tableau économique in cui qualcuno ha voluto vedere la più remota anticipazione della moderna econometria. Di origini modeste, Quesnay è il principale riferimento di tale circolo culturale che può vantare tra i propri membri anche il marchese di Mirabeau e Paul-Pierre Mercier de la Rivière, che sarà chiamato in Russia da Caterina II. Né certo va dimenticato Anne-Robert-Jacques Turgot che, pur senza mai collocarsi a pieno titolo nella "scuola" fu ad essa molto vicino.
Nella cultura economica della Francia settecentesca questi uomini portarono una ventata di rinnovamento e un nuovo desiderio di libertà economica Se Colbert e gli altri protagonisti del vecchio mercantilismo avevano lanciato progetti volti a rafforzare la produttività nazionale limitando il commercio e innalzando il controllo statale della vita economica, la fisiocrazia difenderà la proprietà e il libero mercato.
Riuniti attorno a Quesnay (vero "padre fondatore"), essi formularono un agrarismo che si può spiegare in vari modi. In primo luogo ricordando come, alla metà del Settecento, l'economia continuasse a essere legata alla terra. Ma è anche importante evidenziare come questo forte richiamo all'agricoltura sia pure da ricollegare al carattere industrialista, oltre che statalista, del mercantilismo. Se Colbert aveva pensato di fare grande la Francia "inventando" fabbriche e officine di Stato, il ritorno alla realtà voluto da Quesnay e dai suoi non poteva che avvenire all'insegna di una rivalutazione dell'agricoltura.
Le fortune dei fisiocratici furono però alterne, così che i loro stessi sforzi volti a orientare in senso liberale l'amministrazione della Francia non sempre vennero coronati dal successo. Quando Turgot fu ministro delle Finanze, ebbe per giunta la sfortuna di incappare in un'annata di cattivo raccolto. Egli aveva aperto le frontiere all'importazione di prodotti stranieri e questa soluzione, benché meritevole di favorire approvvigionamenti a prezzi moderati, fu valutata esclusivamente sulla base dei suoi effetti sulle aziende agricole francesi. Il risultato fu che quanto si sarebbe dovuto imputare al cattivo raccolto venne invece addebitato alle politiche liberiste.
I fisiocratici erano comunque uomini "di solidi principi" che avversarono le politiche mercantiliste proprio perché caratterizzate da un pragmatismo senza regole. In particolare, essi erano fortemente favorevoli alla libera circolazione delle merci e contro ogni controllo politico dell'economia. Una loro ferma convinzione era che esistesse un "ordine naturale" e che entro tale contesto la proprietà dovesse essere tutelata, la libera circolazione delle merci permessa, il potere pubblico contenuto e ben definito. Quando così Quesnay espose le proprie tesi sulla fiscalità, la franchezza con cui aveva argomentato contro i privilegi e a favore di una tassa proporzionale alla produttività agricola non fu certo apprezzata dai circoli più vicini al sovrano, che lo tennero per qualche anno in disparte.
Ma tale fedeltà ai valori liberali non impedì ai fisiocratici di cercare strategie capaci di far avanzare le loro tesi. Nell'Europa del dispotismo illuminato, così, essi sperarono di diventare i "consiglieri del principe", valorizzati per la propria scienza e in tal modo posti in condizione di favorire ogni riforma necessaria al Paese.
Essi avevano idee, ma non solo; disponevano pure di un'eccezionale capacità di metterle in circolazione grazie a riunioni, periodici, libri e altre forme di diffusione delle idee. Soprattutto per merito del Journal de l'Agriculture, du Commerce et des Finances diretto dal giovane Pierre-Samuel Dupont, le proposte dei fisiocratici si fecero apprezzare in tutto il Paese; fino alla fine del 1766 - come rileva Miglio nella sua Introduzione - questa pubblicazione "costituì lo strumento di un'intensa attività di propaganda e il luogo di pubblicazione di molti articoli polemici, ma anche di importanti scritti teorici".
Ciò che oggi appare più interessante è forse proprio questa strategia culturale volta a condizionare i destini della politica. In fondo, uomini come Quesnay e Mirabeau erano ben consapevoli che "le idee hanno conseguenze". I politici decidono, fanno, premiano e castigano, organizzano e amministrano. Ma lo fanno sempre sulla base di idee che qualcuno deve comunque elaborare e utilizzando quale misura delle proprie decisioni proprio quei principi su cui gli studiosi costantemente confliggono. Un uomo politico che si illudesse che la propria azione possa essere ridotta a mera gestione (tutta prassi e niente teoria) si dimostrerebbe inconsapevole di quali sono i propri criteri di giudizio e del peso che essi costantemente svolgono nella concretezza delle scelte quotidiane. In questo senso, allora, i fisiocratici hanno solo anticipato situazioni quanto mai ricorrendo nella storia degli ultimi due secoli.
Durante il secondo Settecento fu quasi inevitabile che i liberali orientassero le loro attenzioni soprattutto verso i sovrani e le corti, per la stessa ragione in virtù della quale - tra Otto e Novecento - un'analoga predilezione è stata poi riservata all'insieme della classe politica, ovvero a quelle persone che con più facilità sono parse in condizione di tradurre in progetti concreti anche le più fantasiose elucubrazioni teoriche. Constant e Tocqueville, Pareto e Croce, Mises e Aron sono tutti intellettuali che - in forme e in contesti diversi - hanno immaginato e sperato di orientare la vita politica: almeno in quelle che sono le opzioni fondamentali. Talvolta si sono anche illusi di poter essere protagonisti in prima persona, ma più di frequente si sono limitati a elargire prediche, nella speranza che non fossero del tutto inutili.
Negli ultimi decenni, però, forse qualcosa è cambiato. Se si guarda al mondo liberale americano si deve infatti constatare come il fiorire delle grandi fondazioni culturali private rientri solo in parte entro la vecchia logica. Vi sono certamente istituti che, con intenzioni lodevoli e risultati anche pregevoli, cercano di condizionare la classe politica (basti pensare alla "Heritage Foundation" o al "Cato Institute"). Ma accanto a essi vi sono realtà di natura diversa che raccolgono fondi solo ed esclusivamente per elaborare idee, formare giovani studiosi, approfondire studi. Importanti centri di ricerca come 1'"Institute for Human Studies", il "Ludwig von Mises Institute", 1'"Adas Foundation" o 1'"Acton Institute" ottengono finanziamenti quasi esclusivamente per fare ricerca: e raccolgono l'aiuto spontaneo di quanti sono consapevoli dell'importanza di tutto questo. Si ha come la sensazione che gli intellettuali liberali abbiano iniziato ad abbandonare il sovrano al suo destino, sempre più persuasi della centralità della società civile, del mercato e di quanto la cosiddetta gente comune è in grado di costruire.
Al tempo dei fisiocratici era facile essere persuasi che ogni cambiamento dovesse passare attraverso il Palazzo e le sue decisioni. Oggi, probabilmente, le cose non stanno più esattamente così.
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