RASSEGNA STAMPA

28 GENNAIO 2001
SEBASTIANO MAFFETTONE
Demenziale, Watson
Ci sono - come è noto - amanti latini ma solo pazienti inglesi. Nessuno ha mai sentito parlare di amanti inglesi». Sembra un brano tratto da una barzelletta, una di quelle vecchie storielle che cominciavano con «c'era un americano, un inglese, un italiano... ». E invece no. Sono parole che cito da una conferenza di uno scienziato, e per giunta assai noto. Le prendo infatti dal testo di una conferenza tenuta, presso l'università di California a Berkeley, nientemeno che da James Watson, famoso co-scopritore della struttura del Dna e sicuramente uno degli scienziati più importanti del Novecento. So bene che estrapolare poche parole da un testo, magari lungo e complesso, non rende giustizia alle tesi del suo autore. Purtroppo, però, il resto del discorso non aiuta. Il titolo della conferenza del prestigioso premio Nobel è infatti «Il perseguimento della felicità: lezioni dalla pom-C». Dove "the pursuit of happiness" è la celebrata espressione della costituzione americana che invita ogni cittadino a rendersi artefice della propria felicità e la pom-C da quel che ne so è una proteina che contribuisce a creare ormoni come la melanina e a determinare il colore della pelle. Peggio ancora se guardiamo alla tesi principale di Watson. Questi sostiene arditamente, ma mi permetterei di aggiungere infelicemente, un legame tra colore della pelle da un lato e istinti sessuali dall'altro. Con il bizzarro corollario che la ricerca della felicità può essere promossa più o meno tramite l'abbronzatura. Questo perché l'esposizione al sole aiuta la chimica dei sentimenti. Il tutto, parola di Watson, confermato da esperimenti da lui promossi su volontari maschi presso l'università dell'Arizona.
Sconcerto, raccapriccio, timore e ilarità sono le reazioni naturali - o almeno così io suppongo -al cospetto di affermazioni del genere. Può anche essere che l'intenzione di Watson fosse solo quella di provocare, ma bisogna ammettere che questa intenzione non è chiara. E naturalmente sono convinto che la mia conoscenza della genetica sia del tutto insufficiente a comprendere i dettagli del Watson-pensiero. Ma, concesso quel che c'è da concedere a un uomo geniale, posso affermare che mi sembrano vere "scienziaggini". Con ciò non ho alcuna intenzione di aggiungermi al coro di spiritualisti e reazionari che attaccano la scienza in generale e la genetica in particolare, coro che non ha bisogno di aiuti in un Paese come il nostro afflitto da un eccesso di spiritualismo e da una dominante ignoranza scientifica. E tuttavia di fronte al dilagare di riduzionismi scientistici più o meno fantasiosi, come questo di Watson, una morale della storia può essere tentata. E' terribilmente difficile ridurre la morale alla biologia, la matematica all'antropologia, la psicologia alla fisica e la letteratura all'economia, e via dicendo. E meglio è se proprio si vuol parlare della felicità affidarsi alla vetusta e onorevole tradizione che si ispira ad Aristotele.
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vedi anche
Filosofia analitica