![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 GENNAIO 2001 |
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La tradizionale dimensione della sovranità costretta
a confrontarsi con le regole del mercato
Consapevole
dei suoi veri interessi, « il popolo comprenderà che per trarre profitto dai
vantaggi della società, bisogna sottomettersi alle sue esigenze». Alexis de Tocqueville nell'introduzione
del suo saggio sulla democrazia in America mette in evidenza, con ammirabile
sinteticità, il punto centrale di quella teoria dello Stato su cui si sono
scritte intere enciclopedie. Ma negli
ultimi anni si è arrivati alla convinzione che tra globalizzazione economica,
caduta delle ideologie, organismi sovranazionali, deregolamentazione,
aggregazioni commerciali e monetarie, del vecchio Stato è rimasto poco e anche
quello che è rimasto non è certo in buona salute.
Ci sono tuttavia due
dimensioni della crisi dello Stato: una "endemica", che trova le sue
origini nel dato soggettivo del malgoverno e delle tentazioni autoritarie e una
"sistemica" che viene messa in luce dal doppio effetto «della perdita
di unità del maggior potere pubblico al suo interno e la sua perdita di
sovranità verso l'esterno».
E' quest'ultima definizione
che fa da filo conduttore del libro La
crisi dello Stato di Sabino Cassese («La crisi dello Stato», Edizioni
Laterza, Roma-Bari, 2002, pagg. 146, E 11,50), un libro che, all'insegna dello
concretezza e dell'analisi di casi particolari, sviluppa un'attenta disanima
di come non solo l'immagine, ma la natura propria dello Stato sta rapidamente
e ineluttabilmente, cambiando.
Alla
luce di quella che viene chiamata la "global governance" si stanno
infatti sviluppando meccanismi di organizzazione che si inseriscono, quasi si
infiltrano, nelle classiche definizioni di sovranità, per delineare processi
di legittimazione (e quindi di garanzia) completamente nuovi e che non
rispondono alle logiche nazionali. E'
così significativo che tra i primi esempi citati vi sia il caso Arnadeus: il
sistema di prenotazioni dei viaggi aerei accusato di pratiche monopolistiche e
discriminatorie da parte di American Airlines. Al di là del merito la contesa venne risolta sulla base del
principio della "positive comity" secondo cui l'autorità di uno
Stato può iniziare un procedimento, ma poi rimettere la propria decisione a
quello di un altro Stato: un principio, che è stato alla base di un accordo tra
Unione Europea e Stati Uniti stipulato nel '91 e diventato efficace nel
'95. Un secondo caso, con molte
analogie con il precedente, è quello che è nato dalla concorrenza delle
autorità antitrust americana ed europea sull'intesa General Electric-Honeywell. Mentre un terzo caso è quello che nasce
dall'Accordo di Kyoto in cui, con l'obiettivo di ridurre le emissioni di
"gas serra", si prevedono sistemi di flessibilità in un'ottica di
equilibrio globale.
Quello
che emerge da questi e da altri casi citati nel libro non è tanto la crisi
dello Stato nel senso della decadenza della tradizionale logica organizzativa
della sovranità, ma è soprattutto la necessità di una nuova dimensione di uno
Stato che deve essere capace di avere un ruolo attivo nella definizione delle
regole e dei meccanismi di tutela sempre più necessari di fronte alla realtà
della globalizzazione.
Le
tentazioni di un arroccamento nazionalistico, così le spinte ad una devolution
che può diventare una moltiplicazione delle inefficienze, non possono allora
che confrontarsi con la dinamica delle dimensioni economica e sociale: proprio
per rispondere nella maniera più concreta alla necessità di perfezionare un
quadro giuridico di riferimento che sempre di meno è riferibile alla semplice
dimensione statale.
Non si tratta, ovviamente, di creare un superstato: ma di garantire il necessario intreccio tra accordi, trattati e organismi sovranazionali. Premiando l'efficienza delle stesse strutture pubbliche grazie ai meccanismi di concorrenza proprio dell'economia di mercato.